Hammam er en udnerfundig moralsk fortælling om den succesfulde internationale koncertpianist, der af sine omgivelser tvinges ind i en tvivl om sin indre og ydre sjælelige urenhed - og søger helbredelse ved en tilbagevenden til sin oprindelige kultur. Hammam er samtidig en fortælling om splittelsen mellem modernitet og traditionelle forestillinger, om overtro og klasseforskelle i et moderne samfund - der trænger dybt ind i det enkelte individ.
Tahar Ben Jelloun (Arabic: الطاهر بن جلون) is a Moroccan writer. The entirety of his work is written in French, although his first language is Arabic. He became known for his 1985 novel L’Enfant de Sable (The Sand Child). Today he lives in Paris and continues to write. He has been short-listed for the Nobel Prize in Literature.
Dopo aver letto negli ultimi anni diversi suoi lavori (alcuni dei quali anche in lingua francese), è sempre piacevole tornare a Tahar Ben Jelloun, la cui scrittura ha per me qualcosa di indefinibilmente affascinante e “familiare”. Pubblicato una ventina d'anni fa, il racconto in questione, per quanto breve, offre una prosa molto scorrevole e coinvolgente che trascina il lettore di nuovo in quel Marocco così caro all'autore, immancabile terra di memorie, affetti, tradizioni che la vita in Europa non riesce a oscurare, tanto da essere sempre, in un modo o nell'altro, al centro delle sue innumerevoli narrazioni. Per il protagonista di queste pagine, un musicista maghrebino di successo residente ormai da tempo a Parigi, la terra natia ricompare all'improvviso all'orizzonte di un'esistenza che si scopre d'un tratto fragile e in balia della maldicenza e cattiveria altrui.
"Nella nostra buona società ci si lascia sempre più andare alla maldicenza. In tal modo è facile mascherare le proprie incapacità. La gente si annoia e passa il tempo a giudicare gli altri, innalzando forche e diffondendo pettegolezzi."
Soltanto attraverso il recupero delle proprie radici e delle sane abitudini di una volta, come quella di frequentare l'hammam (elemento fondamentale dell'urbanistica arabo-islamica) dove ci si dedica alla pulizia e al benessere del corpo, l'uomo riuscirà a venire a capo di una strana malattia della pelle che, nonostante i continui lavaggi, lo tormenta facendogli continuamente sentire un odore insopportabile. L'antica medina di Fes con i suoi vicoli labirintici (e chi ha avuto occasione di visitarla almeno una volta la riconoscerà senza alcun dubbio) e soprattutto il vecchio hammam frequentato negli anni della giovinezza, per non parlare di alcuni personaggi caratteristici che ancora animano quei luoghi, primo fra tutti l'anziano massaggiatore Bilal detto “il filosofo”, impreziosiscono una trama in apparenza semplice, ma in realtà densa di significati. Un gran bel racconto che parla di false amicizie, dell'invidia e del male che da esse possono scaturire, nonché dell'importanza di saper dimenticare e procedere oltre. Presto o tardi, come mostra l'epilogo di questa curiosa vicenda narrata con inconfondibile maestria, la resa dei conti arriva e la vita ritrova così i suoi equilibri, a condizione che si sappia voltare pagina fino in fondo.
“Come lottare contro le carogne? [...] Il loro scopo è demolirti. Non importano le ragioni. Ma non fare il loro gioco. È meglio che ti vedano vivo, non intaccato dalle loro porcherie, anziché rassegnato, abbattuto e finito. La tua esistenza, il tuo talento, il tuo successo li disturbano. E allora tu disturbali con più grinta, con genio!"
Sarà un'affermazione banale, ma non sono io ad aver trovato questo libro, è stato lui ad aver trovato me. Annoiata a lavoro, ho curiosato nella libreria comune, dove i dipendenti lasciano i libri di cui si vogliono disfare o che vogliono condividere con i colleghi.
Tra i titoli inglesi e gli assai più numerosi olandesi, è spuntato lui. E non solo è stato un caso che - in un panorama così internazionale - io abbia subito identificato la copertina Einaudi, ma anche e soprattutto che la sua trama affronti una tematica contro la quale mi sono - fortuitamente - scontrata più volte di recente: la spiritualità. E non si tratta di spiritualità in senso religioso-occidentale, ma di quelle pratiche mistiche e meditative, di separazione e distaccamento dalla realtà raggiungibile tramite esercizi di ripetizione. Lo stesso tema appare in un'altra lettura che sto affrontando al momento ("Franny", di J.D. Salinger) ed è centrale in un recentissimo cortometraggio di Wes Anderson ("La meravigliosa storia di Henry Sugar"). E sebbene il mio scetticismo razionalista mi impedisca non solo di credere nelle pratiche descritte, ma anche di attribuire a queste coincidenze un valore che non sia più che, appunto, coincidenziale, questa concatenazione di eventi mi fa sorridere.
Per il resto, non mi sono sentita particolarmente coinvolta dalla narrazione, né mi sentirei di attribuire al racconto un valore realmente "mistico". Ha sicuramente destato la mia curiosità, perché parla di posti ed esperienza culturalmente a me distanti ed è scritto da uno dei maggiori autori della letteratura francese contemporanea.
L'hammam by Tahar Ben Jelloun Il protagonista di questa storia è un pianista, musulmano marocchino si è autoconvinto di emanare un cattivo odore, di liberare dal naso vermi neri e guizzanti, si sente sporco. “Ho letto su una rivista scientifica un articolo sulle malattie orfane. Alla fine della lettura ero orfano anch’io. Mi ero identificato con molte di quelle aberrazioni. Curiosamente, non una parola sul mio male. Se non è neppure orfano, significa che non esiste. Forse, allora, sto vaneggiando. La mia perversità starebbe nell’invenzione della malattia. So di buono ma ho il naso che non funziona. È così, le mie narici sono impazzite: trasmettono solo i cattivi odori.”
Si sente talmente sporco che ha bisogno di lavarsi in un hammam per scrollarsi di dosso tutte le impurità che egli presume si siano infiltrate nelle pieghe, nelle rughe della pelle e non bastano docce, profumi, deodoranti. “Cambiare pelle! Fare la muta come un rettile. Ma non è la pelle che dovrò cambiare, lo so. La mia immaginazione corre a briglia sciolta. Sono un caso patologico, ma nessuno mi prende sul serio. Lila, la mia compagna, dice che sono diventato un fissato, a quanto pare è tipico degli artisti che hanno difficoltà a vivere con gli altri. Persone inermi e facile preda dei maneggi del loro ambiente. Amo l’ordine e la pulizia. Mi piace ritrovare le mie cose dove le ho lasciate. La mia compagna è disordinata. Forse è per questo che la amo e che la nostra relazione dura da cinque anni, un record in confronto alle altre storie che ho avuto” Il medico lo rassicura sul fatto che nessuna puzza emana dalla sua pelle, ma anzi un piacevole odore di pulito e di colonia e che i vermicelli che ha trovato sul fazzoletto sono solo visioni. “Amico mio, non sono vermi quelli che le escono dal naso, sono schifezze dovute alla polvere cattiva, quella che non vediamo e che ci inquina dentro; le sue sono illusioni percettive. Però lei mi pare un po’ malinconico, preoccupato direi, inquieto ma non depresso, no, no, non ancora, se poi dovesse continuare a vedere vermi dappertutto, allora si tratterebbe proprio di depressione e a quel punto decideremo il da farsi!” Il musicista ha bisogno di ritrovare un rito onnipresente ed arcaico per sentirsi pulito. Il bagno nell’hammam rappresenta il ghuṣl, o lavacro maggiore, per raggiungere la purità, rito che è diverso dal il wuḍūʾ, il lavacro minore che ogni musulmano compie prima delle 5 salat, le preghiere giornaliere canoniche. Deve ritrovare nel rito del bagno nell’hammam la purezza perduta. In realtà lo sporco che sente non è visibile o odorabile è piuttosto una sorta di contaminazione che ha ricevuto dopo una frequentazione con persone tossiche e perniciose. Deve ritrovare le cose buone perdute come...come le lenticchie, per esempio “Perché è un piatto dell’infanzia, soprattutto se le lenticchie sono cotte nel grasso della carne di montone. È un piatto squisito, tutta la nostra infanzia riaffiora e ci rassicura. Lei è di Fès, come me. Perciò, amico mio, dica a sua madre di cucinarle un bel piatto di lenticchie e si sentirà molto meglio, ma non esageri, perché il grasso alza il colesterolo. Bisogna prendersi cura del bambino che ci portiamo dentro, è esattamente quello che fanno gli americani al cinema.” Così si reca da Bilal, il famoso massaggiatore nero nell’hammam di Mekhfyia,dopo il trattamento il musicista si sente davvero pulito ma suda e non si sente ancora del tutto purificato. Il massaggiatore, come in una favola classica, lo manda da un altro “aiutante” Haj Ben Brahim, un saggio colto e che credo in rituali esoterici e poco appartenenti all’ortodossia religioca,che potrà liberarlo completamente. Dopo le varie tappe di purificazione, più simboliche che invasive, il musicista riflette s ciò che accaduto, su quanto sia facile per una persona che si dichiara amica passare il limite e tradirti. Riflette su cosa significhi avere successo, abbandonare la patrie e vivere in Francia, su come i falsi amici ti adulino senza conoscere il tuo lavoro, la musica nella fattispecie, con incensamenti vuoti di reale stima. La sua ipersensibilità gli permette di visualizzare scene nelle quali non è presente: gli sputazzi, e le frasi volgari che gli incensatori della sua stessa terra natale pronunciano dopo averlo salutato. La sua onestà intellettuale gli provoca nausea quando sente illazioni razziste nei confronti di ebrei e cristiani. Si sente musulmano, è orgoglioso di esserlo ma è un occidentale. Si consuma un dissidio interno in un uomo che vive in un terra di mezzo; una tematica che riguarda non solo lui, ma tutti gli immigrati figli di una terra che li ha dato loro natali e tradizioni ed un’altra che li ha cresciuti e formati. Il nostro musicista, perfetto nel suo lavoro, ordinato, pulito, profumato, ha incontrato dei malfattori, due gemelli che lo hanno truffato, così come hanno truffato delle povere anziane. Come ha potuto cadere nella trappola, come ha potuto macchiarsi di una tale “colpa”? “Ma chi mi ha messo sulla loro strada? Come si contraggono le cattive frequentazioni? All'insaputa della ragione e della vigilanza? Qualcuno mi ha detto che sono M.A.T., malattie amichevolmente trasmissibili! Sì, davvero amichevolmente.” Si chiede se chi stringe alleanze con piccoli criminali e commette errori a sua insaputa abbia in nuce egli stesso elementi di malvagità. “Ma perché parlare di umanità se sei convinto che siano topi, talpe dal volto umano? Sono fin troppo gentile. È questa la mia malattia, la mia debolezza, la falla da cui passano i topi.” La sensazione di sporco aveva minato la sua autostima, lo aveva allontanato persino dal toccare il piano, lo aveva profondamente scoraggiato dal proporre le proprie composizioni un una sorta di sindrome dell’impostore, lui musicista famoso ed apprezzato, non avrebbe mai dovuto avere simili dubbi. Le tappe dai due saggi lo avevano confortato convogliandolo verso una decisione consigliata dagli hadith: “ perdona e dimentica”, non sviluppa un senso di vendetta ma spera che la natura, per meglio dire :il destino, faccia il suo corso scoperchiando e ripulendo fogne umane emananti odori pestilenziali.
Recensiamo questo bel libretto, intenso nelle sue cinquanta pagine. Per certi aspetti presenta sfumature di un romanzo breve, per altri di un saggio spirituale, oppure un elogio della spiritualità. Infatti risulta difficile catalogarlo in uno di questi generi. E forse, proprio per l'impossibilità di etichettarlo, si tratta di un caso editoriale interessante. La storia è molto semplice: nel tempo, il protagonista - un pianista marocchino famoso in tutto il mondo - si è convinto che il suo corpo emana un odore nauseabomdo, che è divorato da parassiti, sorci e vermi. Ma questa sensazione è avverita solo da se stesso. Viene smentito dalla sua compagna, dai medici, dagli amici. Ma la sua convinzione è tale che decide di recarsi nella sua patria Fès per farsi un bagno purificante in un hammam (bagno turco) della sua infanzia. Da qui in poi diventa un saggio spirituale, o anche psicologico (per chi vuole), perché Tahar Ben Jelloun scava nella psiche umana fatta di paranoie, convinto che questa sporcizia derivi dal "malocchio", oppure da persone cattive, conosciute in passato, che gliel'hanno trasmessa... "Il diavolo è un uomo come gli altri. È pieno di Male dalla testa ai piedi". Insomma, ciò che per gli occidentali sarebbe risolvibile andando da un buono psicologo, per un orientale la soluzione diventa consultare i saggi del suo paese, non ciarlatani nè indovini, ma gente saggia, che lavora sullo spirito, più che sulla psiche. Sarebbe possibile dilungarsi ancora, perchè se all'apparenza questo libro sembrerebbe uno dei tanti generi sopra elencati, ad uno sguardo più attento è possibile trovarci dentro un'infinità di roba interessante. Infine, non manca un registro lessicale diretto, semplice ma anche riflessivo.
Davvero una bella novella, che si leggere super velocemente, ma che dà tanto su cui riflettere. L’hammam come metafora di cura dalle ferite che gli altri ci infliggono. Mi sono ritrovato moltissimo nelle parole dell’autore.