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Mussolini censore. Storie di letteratura, dissenso e ipocrisia

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Il progetto fascista si proponeva di plasmare le opere e la volontà degli scrittori italiani. Dalla soppressione dell'opposizione liberale e socialista alla collaborazione più o meno genuina di sedicenti scrittori fascisti, dai rapporti con il Vaticano all'emergere delle politiche antisemite, il libro propone un viaggio originale nel Ventennio attraverso vicende spesso dimenticate della censura libraria. Al centro di ogni capitolo uno scrittore, un editore famoso o una storia particolarmente significativa: dal fascismo della 'seconda ora' di Brancati agli entusiasmi strumentali di Mondadori; dalla rabbiosa censura contro Sambadù, amore negro di Maria Volpi agli equilibrismi di Bompiani; dalle autocensure di Margherita Sarfatti alla barbarie delle leggi razziali. I concreti atti di protesta di personaggi come Piero Gobetti, Roberto Bracco e Benedetto Croce risaltano ancor maggiormente perché appaiono come picchi isolati in una distesa di piatto conformismo e di compromessi opportunistici.

230 pages, Paperback

First published January 1, 2013

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Profile Image for Atticus06.
106 reviews59 followers
July 4, 2020
È comprensibile che le scelte di alcuni scrittori facciano oggi storcere il naso. Come è comprensibile anche rimanere sgomenti nel leggere del servilismo di alcuni editori rapportati ad altri che invece avevano il coraggio di fare ostruzionismo a certe scelte censorie. Ma penso anche che sia ingenuo giudicare le scelte di persone che hanno dovuto vivere per venti anni con delle regole, dovendo lavorare, pensare, occuparsi di altre persone. Penso sia una scorciatoia semplice quella di giudicar male chi non ha avuto la forza di ribellarsi a certi avvenimenti. Quello che intendo è che leggere di Brancati che chiede a Mussolini di favoreggiare la sua nomina come direttore di un giornale, di Mondadori che gioca sull’adulazione e sul rapporto favorevole col Duce per risolvere problemi censori, e di altri che hanno richiesto favoritismi al regime, e per lavorare e per vivere dignitosamente, chiedendo prebende o finanziamenti, non mi fa pensare a persone necessariamente fasciste, o da stigmatizzare. Alcuni lo erano, fascisti, specie agli inizi; Pirandello era iscritto al PNF, come tanti fascisti della prima ora quali Vittorini e molti suoi compagni. Pratolini lo era, giovanissimo, ben oltre la prima ora, ma disilluso, come Vittorini, dalla mancata riforma antiborghese. Ma questo modo di vivere il passato non mi appartiene. Penso si dimentichi spesso che non tutti hanno il coraggio di ribellarsi come chi perse la vita per non sottostare ai dettami imposti dall’alto. E penso altresì che si giudichi ingiustamente chi per paura, per quieto vivere, per qualsiasi motivo che non fosse quello di adesione al pensiero totalitario, non abbia reagito come chi ha messo al repentaglio la propria vita e quella della famiglia.
Non amo il pensiero dominante del tipo «Tizio è morto per i suoi ideali, lasciando moglie e figli a causa di questi ideali, e quindi è migliore di Caio che ha abbassato la testa e leccato il culo ai potenti per campare la sua famiglia». Credo che si sia arrivati già da tempo a capire che non c’è migliore o peggiore in questi casi. La vita non è uguale per tutti e non si ha tutti la stessa forza d’animo e gli stessi modi di pensare.
Le prese di posizioni eroiche sono da elogiare e portare ai posteri come insegnamento, ma hanno prodotto nelle masse, che mal concepiscono le dicotomie, eliminando le sfumature, il solito tifo da stadio dove chi dice NO! è giustamente eroico, chi invece si piega a novanta è un coglione perché non ha avuto il coraggio di reagire. Non è così. Venti anni sono tanti. Più di quanto siamo in grado di pensare sul momento. Spesso ci si accorge degli errori di valutazione troppo tardi. Sovente questi errori porteranno dietro uno strascico che condizionerà la tua vita per i decenni successivi. È la vita. E nessuno è esente. Perché se guardi sotto le gonne degli eroi troverai errori gravissimi anche lì, nascosti da un altro tipo di propaganda.

Per questo motivo ritengo che l’interesse di questo libro sia principalmente legato all’attenzione per il «particolare» di Mussolini. Bonsaver è coinvolgente nel raccontare anni di ricerche in archivio (ottimo l’apparato di note) con interessanti lettere di scrittori o documenti vergati da Mussolini stesso. A mio parere leggere delle debolezze di alcuni scrittori o giornalisti è triste e dovrebbe far storcere il naso per la situazione in cui si era costretti a vivere, senza giudicare l’atto del singolo. Ognuno affronta il dramma in modo diverso, a volte discutibile, ma sempre umanamente comprensibile.
Profile Image for Post Scriptum.
422 reviews119 followers
October 3, 2017
“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”

Fatta qualche eccezione, ci si trova di fronte a una passerella di cortigiani. Alcuni d’alto rango, altri meno. Tutti servi. Non è certo pensabile che la stampa fosse esente dalla tracotanza fascista. Può stupire il lettore, invece, trovare talune penne ipocritamente chine al potere. Per accaparrarsi una poltrona, il 27 giugno ’37, Vitaliano Brancati scriveva: «Duce, il giornale catanese ‘Popolo di Sicilia’ ha ieri licenziato il suo direttore. Senza dubbio, molte persone, per mezzo di amicizie e relazioni, chiederanno di poter coprire quel posto. Io non mi servo di queste piccole scale; e mi sembra più onorevole e giusto rivolgermi direttamente al Capo». In sostanza: perché perder tempo a leccar mediocri deretani quando si può passare direttamente a quello più potente. “La Storia per capirla va vissuta”, dirà qualcuno. Vero. Ma c’erano anche gli altri, quelli che sono rimasti ben saldi e ritti. Fino a farsi ammazzare, come Gobetti. O come Roberto Bracco, messo in ginocchio dalla censura, che rifiutò la sovvenzione concessa dal dux su preghiera di Emma Gramatica. Perché non c’è somma che possa far tacere la coscienza di un galantuomo. Molti divennero sorvegliati speciali. La bonifica del libro e dell’editoria italiana, e la legislazione antisemita del ‘38 avevano dato i loro risultati: furono soppressi migliaia di volumi scritti, tradotti o curati da ebrei; personale di origine ebraica sollevato dall’incarico lavorativo, dagli operai ai dirigenti. La prestigiosa casa editrice Fratelli Treves dovette cedere proprietà e direzione all’ariano Aldo Garzanti. Il ministro Dino Alfieri richiese agli editori ebrei Olschki e Formiggini di rinominare in chiave ariana la loro società. All’ordine, Angelo Fortunato Formiggini rispose col suicidio. Il 29 novembre 1938 si lanciò dal campanile del duomo di Modena. Fu un atto di estrema ribellione. Il Paese tacque. La morte dell’editore fu accompagnata dal totale silenzio della stampa italiana, come «suggerito» da una velina ministeriale. Ne parlarono solo pochi giornali antifascisti stampati all’estero. Arnoldo Mondadori teneva, come un oracolo, la foto con dedica del duce appesa nello studio. Anche Valentino Bompiani (che nel ’34 aveva pubblicato la seconda parte Mein Kampf e nel ’38 anche la prima), dopo averla tanto agognata, ne ottenne una copia. Scrisse una lettera di commossa gratitudine. Era il 19 novembre 1938. Colpisce e fa riflettere la data. Il regio decreto, voluto dal fascismo e promulgato dal re, “per la difesa della razza” era del 5 settembre. Due giorni dopo un secondo decreto bandiva dal Paese tutti gli ebrei. Il 10 novembre era diventato operativo. Il 19 la fotografia autografata del dittatore spazzava via tutto.

Per concludere : Tronfio della sua investitura, come in ogni ambito, anche nel settore editoriale “testa pelata” stabilì chi e cosa togliere dalla circolazione, valutò con chi e per cosa scendere a patti, fino a quando e quanto. L’Italietta s’adeguò. Il silenzio, consenziente o no, fa danno al pari del regime. Ma alla vergogna la serva Italia è avvezza. O immune. Allora come ora.

P.S. Bel libro. Bella scrittura. Intelligente e interessante. Devo dire altro? Leggetelo.
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