Nell'antica città Edo, la Tokyo feudale dello shogunato Tokugawa, il detective Hanshichi indaga su crimini e fatti inconsueti: il fantasma di una donna affogata tormenta una giovane signora; un attore muore sul palcoscenico in una versione troppo realistica di un classico del teatro kabuki; due loschi samurai ordiscono una vendetta; una campana anti-incendi suona inspiegabilmente notte dopo notte; una danzatrice giace morta sul suo tatami, la gola stretta da un serpentello... Il rude e ironico Hanshichi conduce le sue ricerche con profondo realismo e sottile intuito, sfatando credenze e superstizioni ancora fortemente radicate nelle persone del suo tempo. Le avventure di Hanshichi restituiscono un vivido affresco della vita cittadina nel Giappone di fine '800: i vicoli, le case da tè e di piacere, i bagni pubblici, le dimore dei samurai e le cerimonie conviviali. L'autore tratteggia un mondo ormai tramontato con un vigore e una misura squisitamente giapponesi.
Non amo molto i racconti - preferisco di gran lunga i romanzi - ma questo titolo mi ha attirato soprattutto per l'epoca in cui è ambientato. E, infatti, questo è l'elemento che ho apprezzato di più: in questi racconti si respira la Edo - attuale Tokyo - di un tempo andato, dove ancora c'erano i samurai e i daimyō, con le sue credenze popolari e quei modi di vivere a noi così poco noti. L'edizione è impreziosita da una prefazione, una postfazione e delle note molto chiare che aiutano sia il lettore a digiuno di questi argomenti sia chi, come me, pur avendone conoscenza, a volte ignora ancora qualcosa. I casi in sé, per quanto mi riguarda, sono piuttosto mediocri. A parte un paio, li ho trovati un po' noiosi e poco avvincenti. Il vero problema, secondo me, sta nel fatto che vengono dati pochi indizi al lettore: il protagonista pensa una cosa e cerca le sue conferme, ma a noi lettori non viene detto molto. E questo lo dimostra il fatto che non mi è mai capitato di pensare "È vero! Che stupida a non essermene resa conto?", mentre invece spesso mi sono ritrovata a borbottare "E questo come diavolo facevo a saperlo?". Un altro elemento che mi ha un po' fatto storcere il naso è la presenza di parecchi refusi. Insomma, signori: con un ricco apparato di note come quello presente, una cosa simile è una vera e propria caduta di stile.
Si tratta, alla fine, di una raccolta di racconti che narrano le vicende del detective Hanshichi. Sono storie piacevoli, non le ho trovate particolarmente intense né me ne sono innamorata. Direi che è una lettura tranquilla da fare quando non si ha voglia di impegnarsi in qualcosa di complesso, ma va benissimo per svagarsi un pomeriggio o due.