Andrew è un professore di neuroscienze un po’ goffo e per indole tendente al depresso che racconta la sua vita come fosse in una seduta terapeutica, sollecitato dalle domande di un ipotetico psichiatra, o psicologo, o confessore, o semplicemente una voce alter ego dello stesso Andrew.
Sull’identità di questo interlocutore Doctorow è estremamente vago, e in fondo chiarirlo non è funzionale alla storia, non aggiungerebbe alcunché perché sono le parole di Andrew che seguiamo nel suo flusso di pensieri di concatenazione di ricordi estremamente lucidi, di atti mancati dei quali si sente incolpevolmente responsabile, lutti, perdite incolmabili che lo hanno lasciato sordo e impermeabile, inaridendogli l’anima, da quegli eventi in poi riuscirà a vivere solo nel ricordo del passato.
Quale professore di neuroscienze Andrew si dedica all’esplorazione del cervello: gomitolo di lana da un chilo e mezzo scarso, intricato reticolo di infinite interconnessioni che animato da scariche elettriche ci innalza alla dignità di esseri umani.
Quando il cervello, organo non senziente, diventa mente?
Quando quell’agglomerato gelatinoso, diviso in due emisferi che non colloquiano tra loro assurge a coscienza? Forse nel momento in cui comincia a relazionarsi al mondo?
La coscienza esiste senza il mondo o ha bisogno del mondo per trovare la sua sussistenza?
Come posso pensare al mio cervello, quale elemento esterno a me, se è il mio stesso cervello che opera l’attività del pensare?
Queste sono le domande che Doctorow suggerisce, a questo punto potrebbe sembrare che il taglio dato al suo romanzo sia di natura specificatamente neuro scientifica o pseudo neuroscientifica, niente di meno corrispondente al vero, perché il romanzo di Doctorow è una storia di vita che ha misurate pretese in senso metafisico, se non limitarsi a suggerire qualche domanda.
Doctorow vuole confezionare un romanzo e non cade nell’errore di infarcirlo di notazioni troppo filosofiche o troppo cerebrali (ciò nonostante il titolo, che poi in inglese è Andrew’s brain, e che mi aveva notevolmente fuorviato).
La sua prosa scorre però così limpida e fluida, procede veloce, senza intoppi e gli occhi che leggono seguono riga dopo riga, da sinistra a destra, da su a giù e mentre si legge si perde la cognizione di tempo e spazio diventando un tutt’uno con lo scritto, e in questo ho ravvisato il suo pregio maggiore.
Ecco, quando si verifica la simultaneità di queste coincidenze di immersione quasi da apnea nella lettura io sento che mi trovo innanzi ad una opera ben fatta, ben concepita, oliata al punto giusto, anche se non ha il merito, né l’onere, di fare vibrare a fondo ogni fibra del mio essere, non ruba la mia anima , non mi lascia affaticata e prostrata non incidendo in me un segno indelebile, ma alla letteratura non possiamo richiedere ogni volta uno sforzo ed un risultato così alto.