“Horcynus Orca” è il racconto del ritorno a casa del marinaio ’Ndrìa (Andrea) Cambrìa. Dopo la dissoluzione dell’esercito italiano, conseguenza dell’armistizio dell’8 settembre 1943, da Napoli, dove è approdata la nave da guerra su cui era imbarcato, il giovane si mette in cammino in direzione sud lungo la costa calabra. La meta è Cariddi, villaggio situato sulla costa siciliana dello Stretto di Messina (lo “scill’e cariddi”), dove spera di rivedere il padre, gli amici e riprendere il mestiere di pescatore.
Sulla punta siciliana dello Stretto la vita si svolge secondo ritmi e abitudini che si tramandano da secoli e la pesca, attività vitale per i pescatori (i “pellisquadre”) e le loro famiglie, si effettua ancora con mezzi antichi, manuali (barche a remi, reti, esche, fiocine e arpioni). Oltre alle difficoltà imposte dalla Natura, gli uomini devono affrontare anche i delfini (le “fere”), che contendono agli equipaggi tonni e pescispada rompendo reti, danneggiando barche e facendo strage del pescato. È una lotta quotidiana, che sovente costringe i pescatori a lunghe e inutili uscite in mare e persino, dopo aver subito furti e danneggiamenti, a sopportare i versi irridenti (“hiii…hiii… ngangà, ngangà…”) o i piantolini a mo’ di sfottò di quella razza dal “cervello fino, genialone”, “scellerata e sterminatrice” che “campa fra ladroneggi e assassinaggi”.
Il ritorno a casa di ’Ndrìa è un viaggio quasi surreale in un paesaggio disabitato, come prosciugato dal passaggio degli eserciti alleati diretti a nord; lungo le spiagge, negli incontri con viandanti e abitanti di borghi spopolati, egli intravede i segni lasciati dalla guerra sulle persone. Nel trascorrere febbrile delle ore, dei giorni e delle notti tra sogni e ricordi dell’infanzia – quando con gli altri ragazzini si imbarcava come aiutante per imparare il mestiere – cresce l’urgenza del ritorno. Ma gli eserciti alleati, dopo aver affondato ogni tipo di imbarcazione, hanno imposto anche il divieto di navigazione: l’attraversamento del largo braccio di mare che lo separa da casa è ora quasi impossibile.
I Malavoglia, Moby Dick e l’Odissea
Tra echi e riflessi de “I Malavoglia” (solo per l’ambiente naturale), di “Moby Dick” (per quella sorta di enciclopedia dei cetacei, alla quale idealmente “Horcynus Orca” aggiunge un capitolo dedicato ai delfini) e soprattutto dell’“Odissea” (per le caratteristiche di alcuni personaggi), la storia sembra svolgersi in una dimensione sospesa quasi fuori del tempo, nonostante i costanti e precisi riferimenti all’attualità storica. A ciò contribuisce la qualità del testo, scritto in una forma elegante e letteraria – arricchita da termini dialettali, parole straniere italianizzate, verbi onomatopeici, vocaboli di uso poco comune e altri del tutto inventati – che finisce per assumere il suono di una lingua antica e moderna al tempo stesso. Per le forme verbali e i vocaboli creati dalla fantasia dell’autore non esiste un glossario; il loro significato si chiarisce via via nei diversi contesti e col procedere nella lettura (e in alcuni casi la spiegazione dell'autore prima o poi arriva, per esempio per il fammiridere, le pietrebambine, i vava, e per altri ancora).
La prosa, che in alcune pagine ha il ritmo dei poemi classici e dei romanzi in versi, riesce a dare un tono epico anche a situazioni e descrizioni del tutto realistiche. Ci si abitua subito alla punteggiatura e all’ortografia in uso uno o due secoli fa (dò, qual’è… eccetera) come pure a divagazioni e flashback, che servono quasi sempre a far meglio comprendere sfondo storico, situazioni, caratteri e motivazioni.
Dal 4 all’8 ottobre 1943
Il lungo racconto copre l’arco di sole cinque giornate: gli avvenimenti si susseguono così lentamente che il tempo interno al romanzo sembra corrispondere a quello di lettura.
Il flusso degli eventi è lento e inesorabile come la rema (marea o corrente che incessantemente sale e scende attraverso lo Stretto tra Ionio e Tirreno), ma a un tratto sembra addirittura congelarsi in una lunga serie di fermo-immagine che si sovrappongono per oltre duecento pagine. Ciò accade nella scena interminabile che vede i pescatori sullo sperone che domina la marina di Cariddi, in cui i protagonisti, ciascuno di fianco all’altro, quasi immobili, si affrontano e sfidano con sguardi, mezze parole, flussi di coscienza ripetuti e ossessivi col fine di decidere se rimanere pellisquadre o diventare mercanti e sfruttatori di carogne; in definitiva, per stabilire se rimanere fedeli a se stessi, alle tradizioni e agli antichi valori o arrendersi agli imperativi del nuovo mondo che si va profilando.
L’edizione BUR (alert anti-“spoiler”)
L’edizione attualmente in stampa è a cura della BUR Rizzoli che, come altre meno recenti, prevede un’introduzione. Qui, dove il compito di corredare il romanzo è affidato a Walter Pedullà (con il saggio “Congetture per un’interpretazione di Horcynus Orca”), è svelato immediatamente al lettore il finale della storia e in seguito, nell’analisi che occupa quasi trenta pagine, si raccontano episodi e snodi principali.
Cominciare la lettura conoscendo in anticipo la trama non permetterà di percepire la cappa di sottile tensione presente fino all’ultima pagina; e nemmeno si potrà provare di continuo l’impressione di minaccia in agguato o di pericolo imminente – in un contesto dominato dalla guerra e dalla carestia, per le esistenze precarie e incerte degli abitanti delle coste non necessitano eventi straordinari per stabilire sopravvivenza o morte, bastano invece il caso, il più piccolo imprevisto o l’arrivo di un grosso predatore nelle acque dello scill’e cariddi.
Per queste ragioni, e per mantenere incerto e imprevedibile il finale, è necessario posticipare al termine del romanzo la lettura dell’introduzione; in caso contrario, oltre a rinunciare al piacere della lettura, può diventare davvero faticoso progredire per le altre mille e duecentoventi pagine.
La prima edizione Mondadori (1975)
La prima edizione di “Horcynus Orca” risale a gennaio 1975 (Mondadori). La copertina rigida è di un colore indefinito, tra blu e grigio, tinta che ricorda quella del mare quando il sole è nascosto dalle nuvole. La sovraccoperta, bianca con bordo blu, sul fronte reca solamente il nome dell’autore, il titolo del romanzo e la casa editrice; i risvolti interni e la quarta di copertina sono completamente bianchi: non è presente alcuna sinossi, né la minima descrizione del contenuto o dell’autore.
L’interno del libro rispecchia l’esterno; non c’è introduzione né postfazione, niente note né glossario. Nessuna lusinga né condizionamento di sorta; è quasi un silenzioso invito ad attraversare il portale di un universo sconosciuto. Dopo l’indicazione della collana c’è il frontespizio, poi il titolo e una dedica; e, a pagina 7, comincia subito un fantastico romanzo:
“Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina ’Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill’e cariddi.
Imbruniva a vista d’occhio e un filo di ventilazione alitava dal mare in rema sul basso promontorio. Per tutto quel giorno il mare si era allisciato ancora alla grande calmerìa di scirocco che durava, senza mutamento alcuno, sino dalla partenza da Napoli: levante, ponente e levante, ieri, oggi, domani e quello sventolio flacco flacco dell’onda grigia, d’argento o di ferro, ripetuta a perdita d’occhio.”
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