Alan Pauls non è uno scrittore per tutti. Anzi, per non girarci troppo intorno: a volte è proprio pesante.
Un romanzo di 200 pagine senza un paragrafo, un capitolo, un’interruzione.
Mi ha detto che l’idea era quella di prendere il lettore e gettarlo (ha usato proprio questo termine: gettarlo) nel bel mezzo della storia coinvolgendolo nella caduta a picco delle vicende del protagonista.
((Nota nella nota: ok, non lo ha detto proprio a me, era un incontro pubblico, a me proprio a me 2 giorni dopo ha detto che sono una persona che dovrebbe ampliare la concezione sul romanticismo - c’è una scena oltre la metà del libro, il protagonista ha divorziato e ha dovuto restituire la cassetta di sicurezza in banca del conto che condivideva con la moglie, ma mentre è in coda qualche tempo dopo per cose legate al nuovo conto, scopre (grazie al numero) che la cassetta di sicurezza è stata assegnata a una donna divorziata e lui in quel momento, in coda in banca, decide che sarà la nuova donna della sua vita per cui qualche tempo dopo i 2 si mettono insieme - niente, io ho chiesto a Pauls se mai gli è capitato di innamorarsi mentre fa la coda in banca, perché a me sembrava un posto poco romantico e a lui la cosa è rimasta impressa)).
È un lungo viaggio nella crisi argentina, nella paura, anzi panico, della classe media di ritrovarsi senza denaro causa crisi di Stato.
Ci sono padri che vanno in posti chiamati cuevas, nel sottosuolo bonaerense, dove si trova valuta estera o contante o qualcuno che ti frega o usura o una coltellata o banconote o chissà. Ci sono gli arbolitos, cioè tizi che hanno in tasca cose verdi che non sono foglie ma dollari e le agitano per cambiarli o barattarli nel bel mezzo della città. Ci sono altre figure mitiche e pellegrinaggi degni dell’Ulysses di Joyce -
solo che l’Ulysses è l’Ulysses - …
In verità, in verità vi dico: la narrazione ha un che di stream of consciousness.
Se non vi piace il genere, mollate.
Se non vi piacciono i romanzi dove la lettura è molto lenta (2 mesi quasi per le 200 pagine…), mollate.
Se non vi piacciono i mappazzoni, mollate.
Se non vi piace l’inizio del Nome della Rosa, mollate.
Ma se continuerete, ne varrà la pena.
Promesso.
Alla fine, la Storia del Denaro diventa commovente e tenera.
Lo so, che il denaro non è mai tenero - ma nemmeno le anche sono romantiche, checché ne dica Alan Pauls. Eppure.
Non è per tutti, quindi non lo consiglio a tutti.
Per amanti del genere e degli scrittori argentini.
Per voi, è SI’.