Avrebbe potuto essere un libro fantastico. Lo stile della Avallone mi e’ piaciuto da impazzire. Crudo, diretto, schietto. Un modo di scrivere che avevo trovato soltanto in alcuni autori britannici, finora.
Ma?
C’e’ un ma, ovviamente, o non avrei finito col mollargli una valutazione complessiva di 2 su 5.
Gli errori grammaticali e ortografici, tanto per cominciare. Non parlo di refusi, parlo proprio di errori. Grossolani, facilmente eliminabili con una sana, seconda rilettura (la signora lo avra’ mai riletto, dopo averlo buttato giu’ la prima volta?) tanto dell’autrice quanto dei revisori. Apparentemente la Avallone ha voluto far parlare su carta i suoi personaggi cosi’ come essi avrebbero parlato se fossero stati in carne ed ossa. Lo accetto. Ma, mi chiedo, questo discorso andra’ applicato anche alla narrazione indiretta? Perche’ anche li’, esattamente come accade nei dialoghi, di sviste ce ne sono un po’ troppe. Alla lunga, diventano irritanti. Ed e’ facile, a quel punto, sentirsi presi in giro.
Seconda nota negativa, sempre relativa alla lingua: il gergo. I personaggi parlano come mangiano, ed essendo la Lucchini una fabbrica che si sviluppa su dieci chilometri quadri di terreno essa raccoglie gente da ogni dove, quindi i dialetti cambiano, si mescolano, si plasmano formando un parlato variegato e multiculturale. Che dire, pero’, delle parole simil-dialettali infilate in mezzo al discorso indiretto?
Ultima, e forse piu’ grave, nota negativa (con spoiler): l’incongruenza sulla morte di Alessio.
Quando ho letto la frase, riferita ad Alessio, “Non poteva davvero immaginare che tra pochi mesi l’ennesimo suo collega sarebbe morto e lui avrebbe agitato la bandiera della FIOM contro di lei che stava ormai, a tutti gli effetti, dall’altra parte”, al di la’ del pensare “avrebbe agitato la bandiera della FIOM contro di lei VIRGOLA, che ormai stava, a tutti gli effetti, dall’altra parte”, ho creduto che a restarci secco sarebbe stato un Cristiano, un Mattia o qualche altro personaggio secondario poco contemplato e poco ricordato. Avrei voluto vedere la mia faccia quando, invece, ho scoperto che a restarci secco era stato proprio Alessio. Sono dovuta andare a documentarmi in Internet per capire se ero io ad aver capito male. E invece no. E’ proprio cosi’. La Avallone ha toppato e i revisori si sono aggregati egregiamente nel mantenere lo strafalcione.
Una seconda rilettura. Tanto sarebbe bastato all’autrice per mettere a posto un orrore del genere. In fondo, signora A., la sua trama non e’ cosi’ complessa. Non ci sono intrecci che fanno schizzare il cervello tanto a chi scrive quanto a chi legge, suvvia!
Niente da fare. Lei lo ha lasciato li’. E noi, al leggerlo, non possiamo che liquidarlo con un “vabbe’” e con una scrollata di spalle.
L’idea era buona ma, come hanno scritto in molti, l’autrice l’ha presa e l’ha buttata nel cesso senza nemmeno tirare l’acqua. Dopodiche’ essa e’ stata ripescata dall’editore e messa sullo scaffale cosi’ com’era, fregandosene di refusi, errori, orrori e discrepanze varie.
Perche’?
La scena si apre sul paesaggio arido dei casermoni di via Stalingrado, Piombino. Negli appartamenti, incastrati gli uni sugli altri, gli operai della Lucchini, l’acciaieria che garantisce il pane a centinaia di famiglie, le vite e le tragedie dei singoli si intecciano, si sfiorano, camminano insieme, si separano. Lo sporco, il caldo estivo soffocante e l’odore del cemento e’ qualcosa che la Avallone ci fa percepire mediante il mero utilizzo delle parole. Lo stile crudo e schietto rende alla perfezione la brutalita’ della vita condotta da quelle persone.
Nel mezzo di questa realta’ cruda e ruvida spiccano le figure, alquanto improbabili, di Francesca e Anna. Due amiche per la pelle, inseparabili, cresciute insieme sotto i porticati di via Stalingrado.
Francesca e Anna non hanno dei genitori modello da cui trarre esempio. La loro crescita avviene influenzandosi a vicenda, prendendo insieme scelte e strade giuste e sbagliate. Poi Francesca e Anna si separano, Anna si butta su una storia vuota con Mattia, un amico di suo fratello Alessio, e Francesca decide di darsi alla prostituzione in uno dei locali piu’ squallidi della zona – perche’? Questo non ci e’ dato saperlo. Lo fa e basta. Cosi��, senza motivo.
Il lieto fine c’e', a dispetto della morte – con strafalcione di cui sopra – di Alessio. Anna e Francesca si ritrovano, tutte e due piu’ consumate del tappo di una biro a fine anno scolastico, ma felici.
Evviva!
E noi? Che cosa rimane a noi, a parte un libro in cui una storia con un potenziale fantastico e’ stata, per l’appunto, buttata nel cesso dalle scelte senza senso delle due protagoniste, dalla loro amicizia alquanto improbabile, gonfiata e spinta all’estremo, e dall’altrettanto improbabile epilogo buonista?
Perche’, signora Avallone, perche’?
Un mese. Tanto le sarebbe bastato per intraprendere una revisione e rimettere a posto tutto quanto.
In molte recensioni viene menzionata la mancanza di spessore dei personaggi, piatti come la carta su cui si muovono. Io credo che, nel caso di Acciaio, i personaggi li fa l’ambiente che li circonda. Basta focalizzare il posto in cui vivono e lavorano per capire che persone sono. Non e’ vero che l’autrice non ha reso bene lo squallore dei casermoni in cui sono costretti ad abitare e della fabbrica putrida in cui sono costretti a lavorare. A mio avviso lo ha fatto anche troppo bene ed e’ proprio li’ che sta tutta la crudezza del romanzo, una crudezza con cui lo stile si sposa alla perfezione.
Avrebbe potuto essere un libro fantastico, un testo da 5 stelle su 5. Se solo l’autrice avesse rimesso a posto tutto quanto…