“Quando era bambino gli capitava di avere questa sensazione angosciante, soprattutto il sabato sera, ignorava perché. La città quel giorno aveva un altro colore. Il momento che segue al calar del sole, in particolare nei giorni in cui il cielo gira al verde pallido prima delle brume del crepuscolo, gli rendeva l'infinito talmente reale che correva mescolarsi alla folla, oppure andava a nascondersi nell’ingresso di un cinema, dove una campanella tintinnava in permanenza”.
“Cominciava a fare fresco. Alcune donne si gettavano una sciarpa o una veste di flanella sulle spalle. Tutti seguivano la lenta caduta del sole tra i flutti ed aspettavano il raggio verde che, sembrava, era stato notato distintamente la settimana precedente. (...)
Non si vide il raggio verde. Soltanto, quando lo spettacolo fu terminato e la luce in cielo fu solo un riflesso senza vita, si stabilì il silenzio; la gente, con l'aria imbarazzata, si allontanò in direzione del casinò, dove si sentiva della musica; altri impiegarono un certo tempo a ritrovare loro voce naturale e la voglia di ridere.
Julie, quanto a lei, aveva furtivamente stretto la punta delle dita di Antoine ed emesso un sospiro.”
Un’altra bella riscoperta di romain dur, tradotto in italiano solo come Piano inclinato (trad. Riccardo Mainardi, Mondadori, 1965) e quindi pressoché.. di nuovo inedito.
Simenon vi tocca un altro dei suoi temi più delicati e personalmente sentiti: l’alcolismo. Il protagonista, Antoine, è a modo suo un chercheur d’infini, non certo un caso medico. Il racconto è in terza persona ma completamente immerso nei pensieri e sensazioni del protagonista: bisogna fare uno sforzo per staccarsene e capire quanto sia vittima anche la povera Julie.
Nella prima parte seguiamo il protagonista, un prestigiatore professionale, in un suo spettacolo serale: è bravo, ma il casuale contatto con uno spettatore risveglia il suo alcolismo. Torna a casa, anzichè a mezzanotte come promesso, all’alba; la sua Julie, memore di un brutto litigio allo Havre tre settimane prima (che non verrà descritto in dettaglio), non si era preoccupata invano..
Nella Parte II, un anno dopo, sappiamo che Antoine è stato sempre più preda dell’alcolismo, e che le sue notti autodistruttive sono ormai un evento quanto meno mensile. Seguiamo le fasi finali della sua parabola, quando si illude di controllare il suo vizio con una certa dose di alcol giornaliera, ma proprio durante il veglione di Natale che dovrebbe sancire un certo ritorno, se non alla normalità, quanto meno a una forma di stabilità tra lui e Julie, fugge come in preda a un raptus imprevisto persino da lui stesso (la narrazione oggettiva, dal suo punto di vista, rende ancora più impressionante questa svolta). Julie lo perdonerà? Ma soprattutto cosa sarà del mal di cuore di lei?
Uno dei più bei romanzi psicologici di S., dove i protagonisti sono circondati dal vuoto esistenziale come l’umanità primitiva lo era dal buio pieno di belve appena al di là del falò; e se questo falò si spegne? Antoine (di Julie sapremo poco ma si può intuire abbastanza: l’oppressione del mostruoso egoismo materno..) cerca un senso in una vita vuota, crede di averlo trovato nella sua arte, così come per un attimo, durante la messa di Natale a mezzanotte, crede di averlo ritrovato nella fede; ma è un attimo, basta un nonnulla a mandare a ramengo quei momenti di grazia; e allora resta solo l’alternativa tra una vita magari sobria ma in cui si è rassegnati all’insensatezza di tutto, e l’alcolismo come segno di vitalità, come risposta sbagliata a un problema ineludibile: quello di superare i compromessi insoddisfacenti di una vita piccoloborghese per raggiungere una comprensione totale e diretta con il prossimo e con il mondo, il “contatto” con il pubblico che trova nei suoi spettacoli migliori.
Sempre meglio che fare come l’attore fallito Dagobert, per cui il sadismo, picchiare la propria donna, può diventare un modo per sentirsi vivi: una vera discesa agli inferi, anche se il peggio è solo accennato (notare che già negli anni ’50 a Parigi una donna che fuggiva con i bambini dal tetto coniugale per questi motivi veniva protetta dalla polizia).
E poi, in una delle sue debaucheries al bistrot di Rue Montmartre, Antoine ha visto nel suo stesso stato un uomo che esibiva la coccarda della Legion d’Onore (finché non l’ha nascosta per vergogna); ha rivisto lo stesso uomo qualche sera dopo, in un ristorante più lussuoso del solito dove ha portato Julie, e l’uomo era in compagnia di una donna giovane, attraente ed elegante, che anzi ha lei stessa attratto l’attenzione di lui su Antoine e Julie, evidentemente poco a loro agio in quell’ambiente: suscitando l’imbarazzo di lui, che temeva di essere riconosciuto.. e vedendo ciò, Antoine si rende conto che non conta essere ricchi o poveri: il vuoto è una minaccia per tutti; nella folla domenicale che percorre gli Champs Elysées, quanti dono come loro?
E il vuoto si fa invincibile soprattutto quando viene a mancare anche quell’umile fede che permetteva di andare avanti un giorno dopo l’altro: nel caso di Antoine, quella in “papà” Sugond, barbuto decano dei prestigiatori di Francia, che da una sua botteguccia nota solo agli iniziati distribuiva gli attrezzi ma soprattutto la sapienza necessaria a quest’arte. Quando Antoine, per via del furto di una delle sue valigie di strumenti, è costretto a tornare da lui dopo anni, trova un vecchietto distratto e malandato, la bottega in mano al figlio elegante e a un’affabile commessa.. un banale negozio di giochi.
Notare quanti debiti abbiamo con la cultura francese: l’idea del “raggio verde”, che conoscevo solo per il film di Rohmer dell’86; espressioni come “retrogusto” e “salone dei passi perduti”, che trovo nell’ “Asino rosso”, romanzo di Simenon degli anni ’30 contenuto in questo stesso volume.