Fedele alla deontologia della sua missione civile, il cantoniere Gengoni Selvino percorre e controlla ininterrottamente, avanti e indietro, il cantone che gli è stato affidato, cioè il “suo” tratto di Nazionale (per la precisione attorno al Km 238,491 della Strada Statale n. 16 Adriatica, in località detta Il Curvone), tenendo sempre gli occhi bene aperti, per cui diventa testimone – più o meno oculare – dei grandi fatti che la Storia del XX secolo (e degli inizi del XXI) gli srotola davanti, alcuni dei quali realmente accaduti, altri inventati di sana pianta.
Il romanzo è un compatto affresco fatto in casa secondo i procedimenti narrativi tipici dell’affabulazione popolare, epico e corale nello stesso tempo: epico per chi ancora sappia apprezzare l’epica “della pacca di fava”, quella cioè attenta alle piccole cose oltre che ai grandi Eventi; corale perché accanto al protagonista e a sua moglie Isolina pullula una galleria di personaggi minori, che la sanno e la dicono lunga sul Paese reale. La narrazione alterna pagine comiche a pagine tristissime, come capita del resto nella vita concreta: a entrambe, ciclicamente, fa da contrappunto, in una sorta di amaro basso continuo, il dialogo impossibile del cantoniere con suo figlio.
Costruzione della prima strada americana in macadam.
Paolo Teobaldi è un tipo di scrittore sempre più raro nel nostro panorama letterario. Lavora sul lessico. È un cacciatore di parole, non uno che si mette alla scrivania con il suo vocabolarietto individuale e butta giù una storia. Lo stile per lui è tutto: non gli serve per raccontare cose e persone, ma costituisce di per sé il racconto. Domenico “Mimmo” Starnone.
È una lingua che suona. Una lingua estesa da qui a laggiù. Una lingua colta e popolare, nuova e antica, piana e sdrucciola.
Un libro così, e il Teobaldi Paolino nell’interezza della sua opera omnia, merita lo Strega, il premio col ripieno di liquore ma anche il premio Vov, Punt e Mes e Amaro Cora.
Un piacere che dura tutta la bottiglia, sia che lo si mandi giù a piccole dosi sia che lo si scoli in un giorno e mes come ho fatto ioingordo che di fronte a facciate così mi sdilinquisco come un pischello, da pagina uno a pagina indice come addentare un boero senza rischio di spruzzare il kirsch.
La sinagoga nel ghetto di Pesaro.
Teobaldi Paolino è il settimo Monty Python meno caustico e più empatico, mira non so dove, ma fa centro uguale, proprio il centro del bersaglio, e a me sembra un gran bel centro, un bersaglio alto alto.
Il Teobaldo sembrerebbe essere in numerosa compagnia di scrittori quasi conterranei (penso agli ugocornia, ai cavazzoni, ai criscavina…, lui di Pesaro, gli altri emiliani e romagnoli), ma è come avvicinare l’Elvis al bobbisolo o al grande piccolotoni che ci ha appena lasciati.
Casa cantoniera.
Il rosso di una casa cantoniera non è rossopersiano né rossopompeiano né rossindiano, è rosso cantoniera e null’altro, un rosso così tipico e così unico per me che ho un debole per la case cantoniere e sempre avrei voluto averne una.
Teobaldo non cerca l’effetto, non sale di misura, mai sopra la riga, l’understatement è la sua regola.
Arnaldo Pomodoro a Pesaro.
E intanto che loro non dormivano, e poi ufficialmente avevano ancora il muso, inzocchiti nel dormiveglia facevano mezzi sogni separati e interrotti, non incubi veri e propri ma piuttosto spezzoni di film slabbrati, non ancora girati: come al cinema parrocchiale quando la pellicola s’incendiava e le immagini sfumavano mangiate dal fuoco, partendo sempre dal centro.
«Questa vita che passa accanto e con le mani ti saluta e fa bye bye”»
Il pastiche linguistico di Teobaldi è sempre piacevole e invitante, evocativo già a partire dal titolo, dove Macadàm sta per il soprannome del protagonista, che l'abitudine locale di affibbiare a ciascuno un nomignolo o un diminutivo mutua da macadam, tuttattaccato (un sistema di pavimentazione stradale che a sua volta porta il nome del suo inventore, John Loudon Mc Adam) in Macadàm, tuttattaccato e con l'accento sull'ultima vocale (che poi mi sembra di sentirlo dire, nel pesarese quasi cantilenato delle mie nipoti, che anzi, la prossima volta che vado a Pesaro, anche se ormai c'è un parcheggio, al Curvone sulla Nazionale mi ci faccio portare).
Allo stesso modo, procedendo per immagini tuttettaccate che uniscono luoghi e ricordi, profumo di olmi e tigli, passatelli e crescia, tempi di guerra e di boom economico, Macadàm, cantoniere dell'ANAS a Pesaro sulla Strada Statale Adriatica in un'Italia in cui case cantoniere e strade statali guardavano scorrere e trasformarsi il mondo, ripercorre un'epoca che mutava ad ogni curva, ad ogni albero abbattuto per lasciar posto alle automobili, in cui a ogni frenata o colpo di clacson, nei suoi racconti agrodolci, corrispondono un ricordo, una bugia colossale o un sogno svanito, un sorriso o una lacrima, un rimpianto o un fantasma così vero che non ti sembra possibile che non sia vero. È così che la casa cantoniera di Selvino Gengoni e sua moglie Isolina, come già lo era stata con il padre Terenzio e la madre Zaira, in questo fiume ininterrotto di ricordi e racconti, diventa il focolare reale e simbolico al quale sedersi per scaldarsi un po' e lasciarsi andare ad ascoltare di un tempo che con una certa impazienza è sfrecciato davanti ai nostri occhi, ha rallentato per raccontarci una favola (o un filò, come si usa dire più a Nord) e poi è corso via, forse con rimpianto, a imboccare un'autostrada che nessuno ha ancora capito bene dove ci porterà. Renzino, questo è sicuro, ancora una volta avrebbe sorriso a Macadàm e guardato lontano.
[...] di notte sentiva tutti i rumori della Nazionale, che analizzava e inventariava mentalmente dal letto: automobile a benzina, diesel, cinquantino, moto di grossa cilindrata, camion, TIR, treno, (solo col garbino), furgone di ambulante, volante della polizia (o dei carabinieri?, camion dei pompieri, autoambulanza, un'altra autoambulanza (l'incidente doveva essere stato grosso), vento, tipo di vento, cane che abbaia, tonfo delle castagne d'India sul tetto delle auto in sosta, gatti in amore, un gallo… no, il gallo non cantava più perché non c'era più un pollaio in tutta la città neanche a pagarlo.
Gengoni Selvino, detto Macadàm, cantoniere dell’ANAS…, molto attento e scrupoloso nel suo lavoro, abitava nella casa cantoniera del “Curvone”: un’ottima postazione per poter osservare la strada Nazionale N.16 nei suoi due rami: a sud, controllava il rettilineo fino al cavalcaferrovia, la doppia fila dei lecci alternati ai pignocchi, il rosso del semaforo a metà strada (proprio lungo quel tratto di viale sono nata e ho abitato da bambina, e mi è tornato in mente il rito della raccolta, e sgusciatura, dei pinoli, o delle ghiande); e verso nord, verso il semaforo del porto, fino all’altro cavalcavia, che poi scavalcava il fiume. Da lì, dunque, Macadàm poteva osservare il mondo che gli passava accanto e poteva viaggiare (un “on the road” a rovescio)… ma, soprattutto, poteva cogliere ogni occasione per descrivere la vita: attraverso le piccole cose, i personaggi semplici, a volte caricature d’altri tempi (la moglie Isolina, il dottor Gaida…), i luoghi a lui vicini e le abitudini della sua città, poteva osservare i cambiamenti nel tempo e allargare la visuale sulla Storia. La scrittura di Paolo Teobaldi è sempre spontanea e fresca; veloce e con una piacevole ironia; ma anche accurata e molto ricca di vocaboli, di uso comune o dimenticati, in cui ritrovare piacevolmente le comuni origini pesaresi. Pur con episodi commoventi e tristi, la lettura ha, in definitiva, badurlato me e la mia ascoltatrice novantenne, alla quale ha regalato insoliti e importanti momenti di sollievo e dalla quale ho poi ricevuto utili precisazioni e traduzioni in simultanea di termini… “autoctoni” a me sconosciuti.
Devo citare Orsodimondo che, con la sua recensione, mi ha mostrato come Paolo Teobaldi non sia uno scrittore solo di nicchia …pesarese.
Grande cura per la lingua, grande conoscenza dei luoghi narrati (anche se, anche se, mi son distratto ma il palazzo fascista del curvone è scomparso? E i campi da tennis?), nostalgia attenta ad un tempo che fu reale e mai mitizzato. Questi, da anni, gli ingredienti del Teobaldi narratori. Mi sa, però, che con questi ingredienti il meglio lo abbia già cucinato, difficile tirarci fuori nulla di nuovo. E se la trama non è forte, come in questo caso, ma esile come una raffica di garbino, non se ne viene fuori. Libro in calando, occasione mancata o piuttosto volatilizzata dentro un libro che non lascia nulla più di quanto non lasci una chiaccherata a cena. Piacevole ma con la voglia di approfondire. Però, nel libro, non c'è nulla da approfondire e allora. ti chiedi, perché?
"Fedele alla deontologia della sua missione civile, il cantoniere Gengoni Selvino percorre e controlla ininterrottamente, avanti e indietro, il cantone che gli è stato affidato, cioè il “suo” tratto di Nazionale (per la precisione attorno al Km 238,491 della Strada Statale n. 16 Adriatica, in località detta Il Curvone), tenendo sempre gli occhi bene aperti, per cui diventa testimone – più o meno oculare – dei grandi fatti che la Storia del XX secolo (e degli inizi del XXI) gli srotola davanti, alcuni dei quali realmente accaduti, altri inventati di sana pianta." www.edizionieo.it