Tutto comincia nel convento di San Francesco del Deserto, una piccola isola al centro della laguna di Venezia, nel marzo del 1945. Da questo rifugio sicuro, all’improvviso, un gruppo di persone diversissime fra loro è costretto a scappare: due bambini di opposta indole ed educazione, Pietro e il suo amico Dario, «che sa i numeri» e si tiene le parole dentro, «dove non fanno danno»; le due anziane sorelle Jesi, Maurizia e Ada; una giovane suora, bella e dai modi sospetti, che scrive un diario schietto, e che si alterna nel racconto con la voce di Pietro. Braccato dai nazisti, il gruppo è aiutato da un pescatore «che vive come un gabbiano» e da un frate energico «che è come un sasso grande» nella corrente. Nei risvolti tragici dell’avventura si unisce ai fuggiaschi un disertore tedesco, che custodisce un segreto pericoloso: il suo agire brusco e terribile cambierà il destino di tutti. Sotto lune immense, attraverso boschi bui e casolari diroccati, si svolge l’inseguimento, tra colpi di scena e incontri con partigiani e fascisti disorientati: uomini e luoghi carichi di diffidenza e di terrore, ma dove una traccia di bontà, di tanto in tanto, a dispetto di tutto, riesce a sopravvivere. La storia di Pietro e di Dario è una fuga dalla guerra e dal suo linguaggio torbido e ottuso, dalla violenza che tutto contamina. E alla lingua dell’infanzia, con la sua incredibile capacità di accogliere e divertire, di sconvolgere e amare, spetta il privilegio di mettere alla berlina l’odio e la paura che minacciano e governano il mondo.
Dario mi ha colpito sin dalla prima riga con le sue orecchie a sventola segno indiscutibile di innocenza. Ma forse é la narrazione di Pietro ad avermi conquistata, il suo sguardo mi ricorda quello di Useppe Ramundo, dei giovanissimi protagonisti con uno sguardo in grado di accedere a una dimensione altra del reale in contesti davvero complessi.
Forte dell’esperienza nel campo della narrativa per ragazzi, in questo secondo romanzo - dopo l’apprezzato “Non tutti i bastardi sono di Vienna” - Molesini utilizza un narrante bambino per raccontare una storia che ha svolgimento - ancora - in tempo di guerra, questa volta sul finire del secondo conflitto mondiale - anziché del primo. L’esperienza c'è… ma sta di fatto che questo bambino racconta spesso in modo poco credibile per eccesso di inventiva linguistica, con passaggi repentini dal banale al poetico, sicché la mia attenzione è stata portata decisamente su questi elementi, mentre la storia, nel suo percorso pur intricato, perdeva rilievo, sempre più, e nemmeno il fatto che si concludesse in luoghi ben noti del mio Trentino m'ha rianimato a dovere.
Mentre l’azione narrativa si perde e si fa sempre più impalpabile, ecco che emergono con prepotenza le riflessioni di Pietro, il bambino protagonista. Il solito bambino finto, che a 10 anni ragiona come un adulto sognante e forse in preda a qualche delirio. Passino le forme sgrammaticate fanciullesche, ma non ho proprio sopportato i verbi intransitivi con il complemento oggetto, che sono fastidiosi e che i bambini non usano mai. Quello che può essere un esperimento narrativo diventa preponderante e fa sparire del tutto le vicende, che si concludono in un viluppo di flash incomprensibili. Il primo romanzo di Molesini che leggo non mi ha per nulla catturato.
Tenera, divertente, commovente "favola di guerra" raccontata attraverso gli occhi e il linguaggio sgangherato di un bambino (encomiabile a tal proposito il lavoro di Molesini): questo buffo punto di vista, come già accaduto al cinema ne La vita è bella di Benigni, fa sì che l'orrore, la morte, la fatica, il dolore, divengano momenti tollerabili, parti inevitabili di una vita che deve ambire sempre alla speranza, alla redenzione, alla magia.