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Atti mancati

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Nel cuore di Bologna, Marco, trentenne diviso tra le incombenze giornalistiche e il tentativo di finire un romanzo, vive in una solitudine cocciuta e il più possibile asettica, fino a quando ricompare Lucia, la ragazza che lo ha lasciato qualche anno prima. Ora Lucia cerca Marco, lo assedia e lo porta in giro per paesi e campagne, a visitare i loro luoghi di un tempo, a ritrovare gli amici vivi e gli amici morti. Tra Bassa e Appennini, tra cliniche e osterie, Lucia – come una fragile ma tenace erinni – costringe Marco a rianalizzare le zone più oscure del loro passato.
Atti mancati è una storia d’amore e di suspense. È una parabola sul tempo trascorso ostinatamente a occhi chiusi e su quello vissuto a occhi spalancati. È il referto di una malattia, steso con furore analitico e insieme con uno stile semplice, da presa diretta.

128 pages, Paperback

First published March 1, 2013

12 people want to read

About the author

Matteo Marchesini

27 books2 followers
Matteo Marchesini è nato nel 1979 a Castelfranco Emilia e vive a Bologna. Tra le sue pubblicazioni: le poesie di Marcia nuziale (Scheiwiller 2009), le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (Pendragon 2010), i saggi letterari di Soli e civili (Edizioni dell’Asino 2012). Collabora tra l’altro con la redazione bolognese del “Corriere della Sera”, con Radio Radicale, “Il Foglio” e “Il Sole 24 Ore”. Atti Mancati (Voland 2013) è candidato al Premio Strega 2013.

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Displaying 1 - 4 of 4 reviews
Profile Image for Luca Speciotti.
Author 3 books5 followers
August 8, 2018
Non nascondo che all'inizio della lettura ero perplesso. Sono un autore anch'io, ma sono solo un esordiente, cioè uno dei tanti che scassano le palle qua e là nella speranza, sempre più vana, di trovare qualcuno che ti pubblica.
Situazione che oltre a farti scontrare contro un invisibile velo di indifferenza e di scetticismo, ti porta a imbatterti, proprio come il buon Pinocchio, in editori e agenti simili all'accoppiata gatto-volpe di collodiana memoria. Il qui presente Matteo Marchesini invece, che peraltro conosco di vista, è letterato di tutt'altro respiro, tanto che il suo romanzo "Atti mancati" era in lizza nientemeno che per lo Strega (è stato tra i primi dodici pretendenti). Tuttavia appena ho iniziato a muovermi tra le pagine mi si è subito sollevato un dubbio, che sarebbe anche la prima critica che di norma viene mossa ai comuni esordienti. E cioè: - Ma la storia qual'è?...
A parte questo spinoso e non piccolo dilemma, trovo che “Atti mancati” sia un bel libro, scritto bene. Tanto che avrei voluto dargli cinque stelle, ma per colpa di tale lacuna, alla fine ho pensato a un quattro e mezzo. In via del tutto arbitraria mi sentirei allora di suddividere gli scrittori, o meglio i romanzieri, anche i grandi e gli intoccabili, in due possibili categorie: in narratori e poeti. Dividere cioè chi è bravo a inventare storie e personaggi, da chi, viceversa, ama perdersi in mille stati d'animo o in imperscrutabili vaneggiamenti. Un buon romanziere dovrebbe possedere entrambe le doti, ma è normale che ci sia chi eccelle da una parte o dall'altra. O no? Comunque per fare degli esempi direi che Dickens per me è più narratore e Dostoevskij è più poeta (o al limite filosofo). Avete capito che cosa intendo dire?... E poi a pensarci bene, "Atti mancati", non è l'unico romanzo in cui la trama è evanescente ma il libro vive una vita propria, piena di sfumature e di pensieri che sgorgano a riempire le pagine, mossi da una sensibilità che insegue la realtà e scava nelle parole fino a perdercisi. Tra i capolavori del genere mi viene in mente "La cognizione del dolore" di Gadda. Anche lì la trama è risibile se non inesistente. E' un pretesto. Adesso non voglio paragonare Marchesini a Gadda, ma riuscire a sostenere un romanzo guidati da un istinto poetico e con una narrazione scarnificata all'osso e riuscirci bene, secondo me non è tanto facile perché occorrono grandi qualità e grandi doti. E inoltre in giro di libri fatti solo di storie se ne vedono molti, forse troppi.
Profile Image for Surymae.
204 reviews32 followers
March 14, 2014
Recensione pubblicata qui:
http://dustypagesinwonderland.blogspo...

La prima lezione di qualsiasi corso di scrittura creativa è “scrivi di quello che conosci”, che sembra essere stata assimilata alla perfezione da Marchesini. Basta soltanto scorrere la biografia dell'autore, infatti, per scoprire diverse analogie tra lui ed il protagonista Marco - anche il nome in fondo è simile. Salta subito all'occhio la cittadinanza bolognese; a proposito, indovinate un po' a quale giornale collabora lo scrittore? Esatto, il “Corriere di Bologna”. Inoltre piccoli elementi nella caratterizzazione di Marco ed il modo in cui gli altri personaggi si rapportano con lui sembrano indicare che l'autore lo vede sotto una luce decisamente favorevole, anche a costo di forzare la mano del lettore nel farsene un'opinione personale (ma di questo parleremo più approfonditamente in seguito). A questo punto viene spontaneo chiedersi se tra le pieghe della trama non ci siano altri fatti reali, anche alla luce del finale del romanzo.
La città di Bologna gioca un ruolo fondamentale nella storia: non ne è solo l'ambientazione, ma è anche e soprattutto un elemento per definire i personaggi. Uno dei primi indizi dell'inadeguatezza che prova Marco è proprio quello di essere nato nella provincia, che lo rende diverso dai suoi amici. Considerando che il romanzo è in lizza per il più prestigioso premio letterario nazionale – non di Bologna – è un fatto da non sottovalutare. E' piuttosto difficile, qui, stabilire il confine tra appartenenza alle proprie radici e provincialismo. Per coincidenza, chi scrive abita proprio nei dintorni, ed è riuscita abbastanza bene a districarsi tra i riferimenti geografici (meno nel malessere psicologico sopraccitato, un po' esagerato ed implausibile nel 2013). Ma chi abita in un'altra zona di Italia?
Scendendo più nello specifico è l'università, l'Alma Mater Studiorum, ad essere più sotto i riflettori, con i suoi elementi “folkloristici”. I personaggi provengono tutti da quell'ambiente, e non perdono occasione per ricordarlo, con i loro riferimenti che, di nuovo, in pochi potranno cogliere appieno, ed i loro raffinati discorsi. Si riempiono la bocca di “Wille zur Macht”, di Aleksandr Herzen, di Fortini, e questo si ripete anche nella narrazione di Marco. Marchesini sembra volersi rivolgere a gente dalla cultura simile a quella dei suoi personaggi: ma non calcola che non tutti, volente o nolente, la dispongono. Potremmo parlare a lungo su questo approccio elitario alla letteratura, forse una reazione alla vacuità di certe opere che, proprio in virtù della loro pochezza contenutistica, fanno furore nelle librerie, ma è un discorso troppo ampio che comunque esula da “Atti mancati”.

Esaurendo del tutto l'aspetto più tecnico dell'opera, lo stile dell'autore è lungi dall'essere perfetto, anzi avrebbe avuto bisogno di un editing piuttosto deciso, per limare fisiologiche imperfezioni del romanzo d'esordio e spiegare allo scrittore che non sempre un termine lungo ed ampolloso è da preferirsi ad uno breve. L'opera è costellata da espressioni come “normalità alto-borghese”, “mostruosa concrezione edipica”, “pollici nocchieruti”, che stonano con la costruzione delle frasi semplice e dai dialoghi scarni. Non ci si stupisca se poi alla lettura il libro sembra lungo il doppio di quello che in realtà è, con questo livello linguistico così altalenante.

La narrazione è in prima persona, naturalmente dal punto di vista di Marco. Per quanto riguarda l'economia della storia è una scelta saggia, perché veniamo a scoprire come stanno le cose soltanto in contemporanea con il protagonista, rendendo così al meglio la poca suspense che la trama concede. Tuttavia essa è deleteria per l'introspezione psicologica. Come accennato sopra, Marco sembra in una posizione avvantaggiata rispetto agli altri personaggi, per la probabile simpatia che nutre per lui l'autore e per il suo ruolo di narratore, che toglie la possibilità al resto del cast di fornire una versione dei fatti diversa dalla sua. E il cast si adegua, non facendo niente che non sia strettamente collegato con Marco, volente o nolente. E' paradossale che tutto giri intorno ad una persona così immobilista, che pur non muovendo un dito attira tanta attenzione. Ad esempio un personaggio in genere calmo e tranquillo, Ernesto, scrive un pezzo pieno di livore contro il fratello Davide, a cui è stata diagnosticata la schizofrenia. Marco, tuttavia, crede che il vero bersaglio sia lui, a causa di un'attrazione mai sopita per Lucia; ipotesi confermata in seguito anche da quest'ultima. A nessuno dei due passa per la testa che Ernesto in quel momento aveva questioni più serie a cui pensare, e che magari il destinatario della sua ira potesse essere davvero Davide.
Potrebbero essere due le ragioni di questa scelta. La prima è che Marchesini l'abbia fatto apposta e volesse mettere l'accento sulla mania di protagonismo di Marco: in tal caso tanto di cappello, perché il lettore lo percepisce forte e chiaro. La seconda però è che non lo sapesse nemmeno l'autore, e allora è tutta un'altra storia, il lettore è decisamente meno conciliante con il protagonista. Peccato però che soltanto Marchesini sappia qual è la verità.
Se già Marco, nonostante tutto, non brilla per caratterizzazione, e non riesce mai a staccarsi dal suo ruolo di punto di vista per diventare un personaggio a tutto tondo, figurarsi gli altri. Lucia, e un pochino Ernesto, sono le uniche eccezioni: in particolare la prima, sempre misteriosa e piena di rivelazioni su di sé e sugli altri. Uno dei motivi per leggere “Atti mancati” è proprio capire che cosa voglia veramente... ammesso che lo sappia lei stessa. Non è una “moderna Erinni”, come la definisce con buona volontà la trama dell'editrice Voland, ma è comunque un personaggio tridimensionale che si difende bene in mezzo a tanta bidimensionalità. E questa è l'unica nota positiva sotto l'aspetto dell'introspezione psicologica. Bernardo, il mentore-amico-rivale di Marco, è tale solo sulla carta, e quando finalmente calca la scena appare ben al di sotto delle aspettative; Davide, il famigerato fratello di Ernesto, ha solo la sua malattia, e nient'altro; e purtroppo non vi sono altri personaggi. Forse in questo caso la scelta di creare un cast ridotto è stata infelice, perché i primari non sono ben caratterizzati, ed i secondari non ci sono affatto.


“Atti mancati” parte in maniera decisamente zoppicante, salvo poi riprendersi mano a mano, con il crescere delle rivelazioni e della consapevolezza di Marco. Ma una buona parte finale non basta a cancellare una prima deficitaria per scrittura e per coinvolgimento emotivo, un'ambientazione ed uno stile inaccessibile ai più, dei personaggi incastrati nel ruolino che gli affida il non proprio brillante punto di vista. Magari in futuro – anche, come già accennato, con l'aiuto di un editing come si deve – Marchesini potrebbe regalarci delle belle sorprese: nel frattempo però questo romanzo d'esordio, seppure ci provi con tutte le sue forze, non riesce a raggiungere la sufficienza, men che meno il livello di qualità adatto per il maggiore premio letterario italiano.
Profile Image for Andrea Càrpino.
24 reviews
June 1, 2023
Piacevole romanzo breve, sebbene non perfetto. Il problema maggiore mi pare essere la sua struttura disomogenea, sia nelle sequenze narrative che stilisticamente. Ciononostante, alcuni frammenti, ritagli psicologici e critiche culturali sono preziose e profonde; i caratteri delineati benissimo; le descrizioni, a tratti forse troppo puntuali, restano impresse come quasi tutto il resto. Un libro che vuole essere sincero e forte, e che certamente vale mille volte di più di tanti tomi verbosi e snob.
Profile Image for Ivano Porpora.
Author 13 books143 followers
November 3, 2013
Leggere un libro altrui è come essere invitati nel territorio dello scrittore, saggiarne le strade anche in sua assenza. È come bere un caffè nel bar che frequenta e celebra, è come vedere se il vino che decanta in giro è buono o meno; se il discorso che l’accompagna val la pena d’essere seguito o se ci viene da dire “leva tutti quest’imbrogli, e porta in vece un altro fiasco; perché questo è fesso”. Per questo sostengo da tempo – nonostante abbia inserito il dialetto nel mio romanzo: e per un po’ di buone ragioni – che l’uso del dialetto per connotare territorialmente un testo è idea abusata, quando bastano sintassi e lessico per spiegare già la geografia, la topografia intima ed esterna. Leggere Rulfo e leggere il Gantenbein ti portano già in territori diversi; senza andar lontano un occhio avvezzo può riconoscere la macchinosità sotterranea milanese e la laboriosità silenziosa piemontese, l’involuzione emiliano-romagnola, l’apertura all’esterno napoletana. Questo può accadere anche per spostamenti di pochi chilometri: quanto diversi sono il mondo chiuso narrato da Guareschi e il mondo aperto di Zavattini?!

[Recensione intera a http://www.nottola.it/libri/note-a-ma...]
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