criṡi (ant. criṡe) s. f. [dal lat. crisis, gr. κρίσις «scelta, decisione, fase decisiva di una malattia», der. di κρίνω «distinguere, giudicare».
Mi piacciono i romanzi in cui l'autore descrive personaggi colti in un momento di crisi. Durante una crisi si vaglia la situazione in vista di una scelta difficile: la crisi è sempre un buon motore della narrazione.
In Vivere un segreto c'è una donna che vive con suo figlio. La gente sa poco di lei; il lettore sa poco di lei. Non ha amici, passato, radici, famiglia.
Questa donna custodisce un segreto che ha quasi rimosso, ma adesso è costretta a fare delle scelte, per cui ripercorre gli anni in cui accadde Quella Cosa e il mosaico, gradualmente, si ricompone.
A questo schema va aggiunta una variabile impazzita, un punto di vista diverso: il figlio adolescente.
Cosa mi è piaciuto? Il confronto tra la madre e la ragazza che era stata. Il racconto induce a riflettere sulle dinamiche che trasformano un giovane avventuroso, idealista, imprevedibile, folle, in un adulto. Leggendo, mi è venuta spesso in mente una foto di mia madre sedicenne: indossa un vestito anni cinquanta un po' corto, i capelli neri sono scompigliati e lo sguardo, un sorriso malizioso, è puntato sulla camera (questa ragazza ha occhi pericolosi, mi disse un mio amico anni fa: non l'aveva riconosciuta).
Mi è piaciuto il viaggio nelle ossessioni del figlio adolescente, che ho seguito passo passo grazie a youtube.
Ma forse il cuore del romanzo consiste nel confronto dialettico tra la dimensione politica della vita negli anni settanta e quella individuale della vita contemporanea. Il titolo originale -Eat the document- fa venire in mente delle spie in fuga costrette a far sparire un documento segretissimo. Questa componente c'è senz'altro, però c'è anche quella intima e interiore suggerita dal titolo italiano.
Il romanzo mi è piaciuto molto; a volte i personaggi tornano a trovarmi, come viene a trovarmi la colonna sonora del figlio adolescente che è diventata anche mia.
E la foto di mia madre è un po' più misteriosa, e inquietante.
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Prime impressioni:
«[...] chi stiamo prendendo in giro? Noi esistiamo grazie alla periferia ["suburbia" nel testo]. La periferia è il mondo dei sogni di ogni freak, un mondo di stanze extra al piano di sopra e lunghi, pigri pomeriggi privi di interferenze. Un posto dove tu puoi ascoltare i tuoi LP per ore e ore. Puoi vivere nella tua stanza, il tuo angolo gratuito di universo, e creare un mondo di piacere e interessi interamente centrato su te stesso e la tua logica ed estetica interiore. La periferia è dove puoi inseguire la tua individualità, non importa quanto rancida o recondita: le grandi villette con garage da tre automobili possono ospitare infinite eccentricità.»
(traduzione mia e, ragazzi, che fatica rendere questo inglese secco ed efficace, l'italiano non ha gli strumenti adatti).
In questa "suburbia" anonima che non è la periferia quasi sovietica delle nostre città ma il sobborgo della media borghesia americana -villette indipendenti con l'antistante, proverbiale prato tosato- in questa suburbia si muovono i personaggi della Spiotta, vividi come fossero ripresi da telecamere nascoste.
Eat the document ("Vivere un segreto" nell'edizione italiana) parla di una latitante e del segreto che si porta appresso, di adolescenti che vivono reclusi nella loro stanza ad ascoltare la loro musica, di attivisti o media-attivisti o web-attivisti, della relazione uomo-donna, delle ingiustizie della società, degli anni settanta e degli anni duemila e -diavolo- parla di un sacco di cose questo romanzo. Tutte cose che sembrano contenute dal romanzo in modo assolutamente naturale ma che a lettura finita ESPLODONO! tanto che mi chiedo come diavolo abbia fatto la Spiotta a infilare tutto in questo libretto. I frammenti mi frullano ancora in testa provocando un persistente blocco del recensore come non lo avevo ancora conosciuto fino ad oggi. Non riesco a focalizzare un singolo personaggio o tematica o qualunque altro genere di appiglio e ciò spiega la citazione (non metto mai citazioni), la nota del traduttore (suburbia/periferia) e la confusione che ne segue.
Allargo le braccia sconsolato in segno di resa.
Questo romanzo è più vasto delle sue 304 pagine.