Roma, Idi di marzo del 476 dopo Cristo. L'impero è allo sfascio, in piena crisi economica, politica e militare, e Romolo Augusto, imperatore suo malgrado, sembra compiacersi della discesa trionfale di Odoacre in Italia. Da quando è stato incoronato, vent'anni prima, l'imperatore non ha mai lasciato la sua decadente villa campana, lontana dall'Urbe, ha passato i suoi giorni a mangiare, a dormire e a sperperare denaro, svuotando le casse dell'impero, rinunciando al potere, dedicandosi serenamente alla pollicoltura e dando ai suoi animali preferiti i nomi dei suoi illustri predecessori: Tiberio, Augusto, Domiziano, Marco Aurelio... A nulla servono i rimproveri e le esortazioni dei suoi ministri, della moglie Giulia, della figlia Rea e dell'imperatore d'Oriente, Zenone Isaurico; persino la proposta di salvataggio dell'impero da parte del ricco industriale di origine germanica Cesare Rupf – fabbricante di calzoni, abbigliamento destinato a diventare la nuova moda – verrà categoricamente rifiutata. Romolo Augusto sa già che sarà l'ultimo imperatore romano, e non fa niente per impedire che la Storia faccia il suo corso: anzi, la sua indifferenza, la sua inazione, il suo immobilismo, il suo temporeggiamento, la sua mancanza di decisioni, sembrerà accelerare ulteriormente la fine di Roma. E dunque, la Storia come noi la conosciamo dai libri di scuola si compirà: i barbari conquisteranno Roma, l'Antichità terminerà da un giorno all'altro per dare inizio al Medioevo. Eppure, le azioni di Romolo e dello stesso Odoacre potrebbero essere interpretate diversamente dalla versione ufficiale, e la Storia, pur essendo sempre la stessa, sotto questa nuova luce potrebbe assumere un'altra, spiazzante verità...
Come in altre opere drammaturgiche e narrative, anche in questa un giovane Durrenmatt mette al centro quelle che saranno la sua concezione della realtà e la sua visione della storia: per l'autore svizzero il fatto non esiste, tutto è interpretazione. Non è possibile stabilire una verità assoluta e immutabile, non è possibile definire un senso autentico ed un significato unico, nella storia e nella vita degli uomini, essendocene molteplici, anche contraddittori tra loro: tutto è relativo, ingannevole, mutevole. Romolo è passato alla storia come il pazzo, l'inetto, lo sconfitto, il responsabile della fine di un'era e di un mondo. Ma siamo sicuri che egli abbia veramente subito la Storia? Non potrebbe essere che la sua rinuncia al potere e la sua inazione politica fossero atteggiamenti premeditati? Questi esiti catastrofici, la fine dell'impero romano, non potrebbero essere stati voluti, ricercati dall'ultimo imperatore?
Romolo il Grande, scritto nel 1950, in contemporanea alla stesura del primo romanzo (Il giudice e il suo boia), è una delle prime opere teatrali di Durrenmatt, ed inaugura un filone che sarà molto caro all'autore svizzero: quello della riscrittura, in chiave moderna e grottesca, dell'antichità. Come in altre sue opere, ad esempio nel Minotauro e ne La morte della Pizia, anche qui la versione ufficiale di una storia, reale o di fantasia, che tutti noi conosciamo e accettiamo come l'unica possibile viene stravolta, mediante la rivelazione di un nuovo punto di vista, alternativo e molto personale, che, pur non variando l'evento in sé, ne cambia completamente il significato. A onor del vero, bisogna ammettere che, nel raccontare la storia di Romolo Augusto, Durrenmatt si concede alcune licenze poetiche, funzionali alla sua narrazione: in realtà, Romolo non governò per vent'anni, ma al momento della sua deposizione, che avvenne sì nel 476, ma non alle Idi di marzo (una data scelta per i suoi rimandi simbolici al tirannicidio di Giulio Cesare), l'ultimo imperatore romano era pressoché adolescente, troppo giovane per essere padre.
In ogni caso, Romolo Augusto è passato alla storia come il responsabile del crollo dell'impero romano, un evento epocale irreversibile e già da molti anni destinato a compiersi, improbabile da spiegarsi con i soli demeriti di un singolo individuo (che, nonostante questa considerazione, è passato alla storia con il diminutivo-dispregiativo di Augustolo, cioè piccolo Augusto, nella duplice accezione di giovane ma anche di persona di scarso valore). Romolo Augusto, con il suo fare rassegnato e buffonesco, con il suo quieto vivere, apparentemente sprovveduto e inetto, inadeguato al comando, si dimostra alla fine un personaggio saggio nell'accettare il proprio destino, stoico e integerrimo, l'unico vero politico dotato di una certa morale, un uomo mosso da nobili ideali e refrattario alla violenza, all'ingiustizia ed alla corruzione (resistendo perfino alle ingerenze della grande industria, qui rappresentata dal “proto-capitalista” Cesare Rupf), rivelando in realtà un messaggio molto profondo e attuale sulla storia umana, sulla brutalità dei governi autoritari e dei regimi politici, portando con sé una importante riflessione sull'esercizio giusto del potere e sui limiti che ad esso si dovrebbero necessariamente imporre, sottraendosi eventualmente ai suoi obblighi e alle sue seduzioni. Da questo punto di vista, Romolo è destinato alla damnatio memoriae non tanto perché inetto, se non proprio traditore del suo popolo, ma perché portavoce di un pensiero scomodo, pericoloso, rivoluzionario... troppo moderno. Romolo è dunque un eroe tragico, un giusto solitario in un mondo crudele ed ostile, ed è impossibile non mostrare simpatie nei suoi confronti.
Durrenmatt si diverte a riscrivere l'antichità in chiave moderna, restituendo ai classici un'attualità inaspettata. L'autore stesso ha definito questo dramma in quattro atti come una “commedia storica che non si attiene alla storia”. Un adattamento spiritoso, certo, ma che non manca di trattare con tremenda serietà un prezioso insegnamento della Storia. E, come tutte le opere che parlano di Storia, anche questa non può che essere un garbuglio inestricabile di tragedia e commedia.
Nella nota finale, Durrenmatt commenta: “È una commedia difficile, proprio perché sembra facile. […] Romolo ha fatto la parte dello stupido per vent'anni, e nessuno si è accorto che la sua pazzia aveva un metodo. […] Vi è poi la difficoltà di non farlo apparire troppo presto al pubblico come un personaggio simpatico. […] Il carattere dell'imperatore dovrà rivelarsi soltanto nel terzo atto” (pagine 175-177). Infatti, mentre il primo atto si chiudeva con l'esclamazione “Roma ha un imperatore indegno!” (pagina 66), ed il secondo con “Questo imperatore deve scomparire!” (pagina 102), entrambe frasi chiave, che riassumono ciò che fino a quel punto si è svolto e che sintetizzano adeguatamente il sentimento del pubblico verso Romolo, a partire dal terzo atto e ancora di più nel quarto si assiste ad un capovolgimento di tale sentimento nei confronti del protagonista, che viene infine percepito come personaggio positivo, di una umanità e di una grandezza morale senza pari. Scrive ancora Durrenmatt: “Se nel terzo atto Romolo è il giustiziere del mondo, nel quarto è il mondo che è il giustiziere di Romolo. Si guardi più attentamente l'uomo che ho disegnato, spiritoso, rilassato, umano, eppure in fondo un uomo che agisce con la massima durezza e brutalità e non ha paura di pretendere anche dagli altri princìpi assoluti; un tipo pericoloso, che mira alla morte; è questo l'elemento terribile di questo allevatore di pollame incoronato, di questo giudice del mondo travestito da buffone, la cui tragedia sta proprio nella commedia della sua fine, nella pensione, che però (ed è solo questo che lo rende grande) ha la ragionevolezza e la saggezza di accettare anche questo destino” (pagina 177).
Leggere Durrenmatt, uno degli ultimi grandi moralisti, scrittore poliedrico e geniale, è sempre un'esperienza intellettualmente coinvolgente e stimolante. Ogni volta che affronto una sua opera, sia essa un racconto o un testo teatrale, trovo sempre un intenso intrattenimento, che sa divertire il lettore ed offrire al contempo molteplici spunti di riflessione. Questa è una delle commedie più spassose e insieme feroci che mi sia mai capitato di leggere: assolutamente da non perdere.