Maria, Bruno e Lalla sono amici da sempre, anzi “fratelli. Complici. Se preferite, soldati nella stessa trincea”. La trincea è quella dell’infanzia e dell’adolescenza, trascorse nel quartiere periferico di una città di provincia del Nord Italia, quando ancora non esistevano computer o smartphone, e le distanze sembravano più reali e meno addomesticabili. I tre amici sono visti con sospetto dagli adulti perché giovani, ma soprattutto perché portatori, ciascuno a modo proprio, di una diversità irriducibile, di un fastidioso senso di estraneità rispetto a quell’ambiente e a suoi valori, e infine perché portatori di un irresistibile desiderio di libertà, che li spinge da sempre, e con consapevolezza, a ribellarsi ai piani, ai progetti e ai destini pianificati dai loro genitori. L’inevitabile fuga li porta in una grande città dove conoscono Luigi, detto Luis, un loro coetaneo che avrà un effetto deflagrante all’interno del terzetto, un tempo inossidabile. Con Luis, infatti, entra nelle loro vite, per vie contorte e impreviste, l’amore e il sesso, e di seguito l’aspirazione a un futuro nel quale “potersi sempre dire la verità” o anche “essere cattivi insieme”. Luis, incapace di accettare la propria omosessualità, si fidanza in un primo tempo con Maria, salvo poi ammettere di non potercela fare. A quel punto, sebbene consapevole dei rischi, Luis si innamora di Bruno, che però ha un’idea dell’amore e delle relazioni totalizzante, persino violento. Tra entusiasmi, gelosie, innamoramenti e disincanti, Maria, Bruno, Lalla e Luis tentano di creare la loro piccola repubblica utopica in cui preservare amicizia e affetto. Però il loro progetto si scontra con la realtà delle diverse aspettative, e con le complicazioni delle diverse biografie. Come ricorda Maria, infatti: “Eravamo giovanissime e la rappresentazione mentale che io e Lalla avevamo dell’omosessualità non era per nulla drammatica, si iscriveva nell’idea che una persona dovesse essere libera di fare ciò che voleva. La ferita, il conflitto, il continuo doppio gioco li abbiamo imparati vivendo accanto a Bruno, anno dopo anno.”
“Del resto raccontare il passato è l’attività meno innocente che esista.”
Lo sa bene Maria, la narratrice di questa storia, ripercorrendo gli eventi che hanno portato lei, Lalla e Bruno, amici fin da bambini, poi giovani decisi a riformare il (loro) mondo nei cruciali anni Settanta, a misurarsi con l’episodio drammatico che ha cambiato definitivamente le loro vite. Le loro prospettive di futuro, il loro sguardo esposto agli assalti del tempo. Del resto questo il tempo sa fare. Passare, portare via tutto in un turbine, capovolgere le belle immagini di sé conservate come fotogrammi immobili nell’archivio labile della memoria.
Un viaggio nel passato dunque. Quando Luis, l’amico conosciuto a vent’anni, torna a trovare Maria con un mazzo di fiori in mano, un gesto assurdo e ridicolo per entrambi. Ma tant’è. Non si vedono da troppi anni e hanno troppo da ricordare. La giovinezza. I loro vecchi segreti, i loro vincoli di amicizia e di amore, quelli di tutti e quattro, sono sepolti là, in quel tempo ignaro delle sorprese che il futuro apparecchia. Ora che l’età matura ha dato i suoi frutti anche l’amicizia, “l’abbacinante illusione del decennio”, ha mostrato tutte le sue falle, ha aperto lungo la strada i suoi buchi neri. Ripercorrerli è tornare consapevolmente sulle vecchie ferite, forse tentando di comprenderne le ragioni.
Maria e Luis ricorderanno soprattutto Bruno, fragile e delicato, inguaribilmente triste nella sua separazione dal mondo, così vulnerabile col suo segreto esposto in faccia, nonostante la protezione costante delle sue amiche del cuore. Un segreto che Luis farà esplodere. Inaugurando l’inizio di una nuova vita, quella vera. Chissà.
Di una lucida malinconia è intrisa la penna di Francesca Capossele nel raccontare questa storia. Un incedere lento e misurato che ne svela le oscurità e ne lascia intatto il mistero: quello di un tempo abbagliante e temerario, quando spinti da insostenibile energia lanciamo nel vuoto davanti a noi la nostra brama di libertà e di vita. Quanto possiamo farci male Francesca Capossele sa come dirlo, avvolgendoci dolcemente ma con fermezza nell’incanto della sua prosa.
Senza infamia e senza lode, "L'abitudine sbagliata" è un romanzetto a tinte queer come ce ne sono tanti, facilmente dimenticabile.
E' come il ragazzino timido che alle feste si mette nell'angolino e guarda gli altri ballare: fa presenza, non disturba, non irrita, non sporca.
Narra le vicende di quattro ragazzi con i loro sogni adolescenziali che diventano grandi e alla fine fanno i conti con ciò che è stato di quei sogni.
Venata di nostalgia da "non ci sono più le stagione di una volta" e "si stava meglio quando si stava peggio" la scrittura è pulita e gradevole, l'autrice ogni tanto pesca nella poesia e prova una frase a effetto. Come il ragazzino di cui sopra, fa simpatia.