Questo non è un romanzo. Non è neppure una raccolta di racconti. “Momenti di trascurabile felicità” è una serie di oggetti, di situazioni, di momenti disposti in fila ed esaminati uno per uno.
Ho iniziato a leggerlo senza sapere bene di cosa parlasse. In realtà mi aspettavo qualcosa di molto più melenso-filosofico – qualche tempo fa ho letto, su questo stile, “La schiuma sul cappuccino”, anch’esso una raccolta di piaceri della vita. Il libro di Piccolo è stata un po’ una scoperta. Non è un capolavoro, in nessun senso. Però è di una realtà spiazzante. Non è che Piccolo esprima pensieri comuni che sono considerati cliché: esprime pensieri comuni che neppure noi, spesso e volentieri, ci accorgiamo di avere. Da situazioni insulse – “Il momento in cui finisce il rumore della centrifuga della lavatrice” – ad altre più serie.
Il fatto interessante, in questo libro, è che la felicità di cui si parla non è (sempre) una felicità tradizionale. Non è la semplice allegria, o la soddisfazione, o comunque una sensazione leggera e calda. È anche il perfido piacere quando si riesce a sopraffare qualcosa o qualcuno, è il gusto della malinconia, l’ammissione delle proprie cattiverie – “In autobus mi precipito sul sedile vuoto anticipando tutti […]; e per tutto il tragitto sono capace di guardare sempre fuori, con gli occhi fissi su un finestrino come rapito da una città intasata che conosco metro per metro, pur di non incrociare sguardi che potrebbero pretendere un atto di cortesia”.
Ecco, è questa la cosa che mi è piaciuta di più di questo libro: l’onestà. Perché son buoni tutti a dire che la felicità è il senso di pace dopo aver fatto una buona azione, ma pochi ammettono (almeno con se stessi) che a volte compiono certe scorrettezze. E che queste scorrettezze, a un livello chissà quanto primordiale, riescono pure a creare un momento di trascurabile felicità. È un libro, questo, che spiazza: un attimo prima ti fa ridere – io ero in treno e ogni tanto scoppiavo a ridere tra me e me, una scena imbarazzante – e l’attimo dopo ti lascia l’amaro in bocca.
Ieri sera, finendolo di leggere, mi è venuta in mente una cosa. L’ultimo oggetto che Piccolo prende in considerazione è un negozio di fiori: “Se c’è un luogo dove ci si annoia più di ogni altro, è dal fioraio, aspettando che ti confezioni i fiori. Però è lì che ho pensato a molti momenti di trascurabile felicità.” Ecco, ho pensato che se Piccolo avesse scelto qualsiasi altro titolo, forse tutto avrebbe avuto un sapore diverso. Perché io ho iniziato a leggerlo e sapevo già in partenza che ogni situazione analizzata, dalla più eterea alla più bassa, era una situazione di trascurabile felicità. Ma se non l’avessi saputo? Questo continuo passaggio – spiazzante, come dicevo – da cose belle a cose brutte mi avrebbe confusa, mi avrebbe fatto chiedere per tutto il tempo dove lo scrittore volesse andare a parare. E scoprire, solo giunta all’ultima frase, che si riferiva a momenti di trascurabile felicità mi avrebbe dato da pensare ancora di più.