Allora,
non mi è facile recensire questo libro siccome:
1) conosco indirettamente di persona l’autore (non lui ma dei suoi stretti conoscenti e alcuni dei suoi “ambienti culturali”);
2) sono genovese e quindi un fan boy di Genova e tutto ciò che è ligure.
La trama e l’ambientazione incontrano perfettamente i miei gusti: romanzo storico che si svolge nella prima metà del Novecento in scenari noti ma raramente presenti nella narrativa e in generale nei discorsi su quell’epoca quali la Guerra Civile Spagnola e le vicende della 2 Guerra Mondiale e della Resistenza nell’entroterra ligure.
È una scelta particolare che trovo molto interessante e originale, devo dire che i riferimenti storici mi hanno spesso destato la curiosità di approfondire le vicende e i luoghi che in gran parte mi erano sconosciuti pur essendomi vicini. Il lato “storico” è di gran valore e presente in modo molto equilibrato, senza che sia mai invadente rispetto allo svolgimento della narrazione. Ho apprezzato moltissimo.
Pure la trama e lo svolgimento delle vicende, dalla fuga da Barcellona al periodo a Genova fino al trasferimento nell’entroterra ligure e l’arrivo delle guerra è molto ben gestito e scorre in modo molto ben orchestrato.
Passiamo però alle note dolenti: la “personalità” dei personaggi, i famosi Moncalvi di cui vengono narrate le vicende. Sulla quarta di copertina si legge “noi Moncalvi abbiamo qualcosa di strano nel sangue […] che d’improvviso si accende […] un richiamo […] una legge a cui obbedire”.
Ora, da una premessa del genere mi aspettavo dei personaggi un po’ più focosi e di personalità forte di:
- un adolescente col mal d’orecchi che ogni cosa che gli succede pensa “aiuto, ma poi farò la fine di uno dei protagonisti delle novelle di Cuore” e che per provarci con una coetanea si mette a citare le poesie di Pascoli
- una sorella ragazza confetto sensibile un po’ isterica che passa il tempo a scrivere sul suo diario e a piagnucolare che non trova l’amore eterno e che vorrebbe tornare a Barcellona
- un padre che ha la crisi del nido perduto e vuole rintanarsi in campagna a leggere Pascoli (Pascoli, insomma, l’emblema della malinconia e del rinchiudersi in sé stessi, altro che focosità e sangue che si accende)
- uno zio scapolo sedicente avventuriero dongiovanni che dopo quarant’anni però si mette ancora a piangere per un’attrice con cui ha passato “bellissimi momenti a chiacchierare sulle panchine” e che quando vede volare un corvo si immedesima in quegli uccelli delle montagne che vagano in cielo alla ricerca delle compagna perduta e non di un’altra.
Ora, ok che affrontano le avversità della guerra e dei tempi con determinazione, però nel loro quotidiano tutto è intriso di un tono nostalgico, stucchevole e patetico. Ogni tre frasi ce n’è una quarta messa con lo scopo di ulteriormente rimarcare questo mood malinconico, sdolcinato e un po’ moralista borghese perbene che permea tutto il romanzo, alla lunga diventa pesante e un po’ insopportabile.
Menzione a parte per il capitolo turistico dello zio coi nipoti a Genova. Nell’arco di una dozzina di pagine sono sciolinate una miriade di attrazioni e chicche folkloristiche su Genova, dai segreti dei monumenti alla gastronomia. Da Genovese, mi è sembrato troppo “fan-service” per gli entusiasti e nostalgici di Genova come me, persino io l’ho trovato fastidioso. Sarebbero bastati un terzo dei riferimenti.
Nonostante l’ambientazione storica davvero bella, il voto sarebbe 2 perché il tono patetico-malinconico dei personaggi è troppo per la mia soglia di sopportazione. Voto tre perché è ambientato a Genova.