A lettura completata, la sensazione che provi, un misto fra rabbia e frustrazione, è la stessa di un insegnante di fronte all’alunno bravo e capace che non si applica (frase fatta ma sempre valida) oppure di una madre di fronte al figlio intelligente e dotato ma pigro e indisciplinato. In altre parole, la rabbia di fronte a qualcosa che, alla fine, ottiene un risultato ben al di sotto delle sue possibilità, nonostante appunto la bravura e le potenzialità. Perché, diciamolo chiaramente, Donato Carrisi è un bravissimo scrittore di thriller: i suoi romanzi ti inchiodano alle pagine sin da subito, in un climax crescente di scoperte, misteri, rivelazioni, in un binario di trame principale e avvincenti sottotrame parallele e grazie una suspense che ti afferra all’inizio e non ti lascia più. E’ alla fine che tutto si guasta, e infatti, dopo “L’uomo del labirinto” questa volta ho pregato che l’autore, dopo avermi regalato una storia di alto livello, non mi cadesse proprio in fondo, lasciando sottotrame a metà, conti in sospeso, personaggi in mezzo alla strada. E, invece, purtroppo, anche stavolta è finita così, e anche stavolta, a causa di questo, le stelline non possono essere cinque.
La trama narrata vede l’ipnotista di bambini Pietro Gerber alle prese con Eva, una bambina che vive in una grande villa isolata, soffre di agorafobia e parla con un amico immaginario…amico che Gerber collegherà a Zeno, un bimbo di cinque anni, fratello minore di un suo caro amico, e scomparso più di vent’anni prima, mentre giocava al gioco dei “Ceri”, insieme al fratello e a tutti gli altri amici. Un doloroso mistero della sua infanzia, che Pietro non ha mai rimosso del tutto. Le sedute di ipnosi con Eva gli forniscono degli indizi preziosi su ciò che possa essere accaduto a Zeno, finito, forse, nelle mani di una coppia di giovani tossicodipendenti e poi di un misterioso uomo che ha iniziato a fare, al fratello di Zeno, telefonate anonime, anno dopo anno.
Insomma, una scomparsa, forse una morte, il buio, l’ipnosi (e un assassino?): qualunque lettore non può che essere risucchiato dalla vicenda! E, al di là di aspetti più o meno credibili, alla fine l’assassino viene rivelato.
E quindi?
E quindi, chi erano davvero la coppia di tossicodipendenti e il misterioso signore, sempre che siano esistiti? Che fine fa Eva? E perché proprio lei è stato il mezzo attraverso cui Pietro ha rispolverato questa amara vicenda? Che cosa accade alla governante della bambina, personaggio inizialmente chiave (perché cerca Gerber e mette in moto la vicenda) e poi del tutto abbandonato? E alla madre di Eva, su cui Carrisi apre dei dubbi? Tante domande, nessuna risposta. Carrisi lascia tutte le sottotrame aperte e non fornisce soluzioni e a me, che tanto ho apprezzato al storia, la cosa ha fatto rabbia! Perché tradire così il lettore e lasciare una storia a metà, senza che lui possa capire? Forse per lasciar aperto lo spazio a vicende successive? Grosso errore, perché, ora del prossimo eventuale romanzo su Eva e company, il lettore avrà già dimenticato i particolari della sua storia, e quindi si troverà smarrito una seconda volta, senza poter apprezzare a fondo né ciò che viene prima né ciò che viene dopo. Anche Maurizio De Giovanni nelle sue serie riprende i personaggi già noti al lettore, ma per ciò che riguarda le loro vicende personali: quella principale la chiude definitivamente, un fatto, un assassino, un movente, una rivelazione. Qui invece si resta, frustrati, con un pugno di cenere in mano e la sensazione di essere arrivati in fondo inutilmente!
Di conseguenza, non so se leggerò altro di Carrisi. Saper scrivere un ottimo thriller è un dono, ma dare al lettore una degna conclusione di ciò che ha letto è un diritto, anche se mi sento esagerata e pretenziosa a usare questa parola. Uffa!