La valutazione è solo una procedura a valle della didattica o è un processo utile a migliorare l'insegnamento e l'apprendimento? Muovendo dalla funzione attribuita alla valutazione, l'autore passa in rassegna gli errori da evitare e presenta approcci, metodi, attività e strumenti utili ai fini della formulazione di riscontri valutativi validi, rigorosi e trasformativi.
Un libro che si legge in un giorno, ma si rilegge per una vita.
Il testo di Cristiano Corsini è uno di quei rari saggi che riescono a essere, insieme, brevi, chiari e profondi. In poco più di cento pagine, La valutazione che educa mette in discussione pratiche diffuse e radicate nella scuola italiana, a partire dall’equivoco più grande: confondere la valutazione con il voto, o peggio ancora, con il giudizio finale.
La tesi centrale è semplice e rivoluzionaria: valutare significa orientare un’azione futura. Non etichettare, ma aiutare a crescere. Non misurare ciò che è stato, ma favorire ciò che può diventare. Valutare, dunque, è un atto pedagogico, non una sentenza. È rivolto alle studentesse e agli studenti, per sostenerli nel percorso di apprendimento, ma anche a docenti e docenti stessi, per aiutarli a riflettere criticamente sulla propria didattica e migliorarla.
Il libro propone con lucidità una distinzione tra tipi e modelli di valutazione, suggerendo domande concrete da porsi in classe e nella progettazione educativa. Ma soprattutto ci invita a ripensare la scuola come una comunità umana, dove si cresce insieme, e non come una catena di montaggio che testa, seleziona e scarta.
Corsini riesce a parlare di cose complesse in modo accessibile, senza mai banalizzarle. La sua scrittura è essenziale, asciutta, mai retorica. E proprio per questo il testo va riletto, meditato, messo alla prova tra i banchi. Perché educare, come valutare, è una pratica, non un concetto.
Un libro importante, da condividere nei collegi, da portare nei gruppi di lavoro, da interrogare ogni volta che ci chiediamo: sto davvero aiutando a crescere, o solo misurando?
👏 Grazie, professor Corsini. La scuola ha bisogno di voci come la sua.
Sul tema della valutazione da anni in Italia regna una guerra al coltello.
Da un lato la fazione dei democratici dice che il voto è un obsoleto strumento del passato, metodo coercitivo e sfogo delle frustrazioni di docenti vecchio stampo, fonte di ansia e stress, paralizzatore di virgulti e strumento di replicazione dell'ordine sociale. Propugna, invece, un metodo fatto di carezze e incoraggiamenti rivolti a studenti amorevoli e vogliosi di imparare, che liberati dal giogo del voto si diletteranno di un apprendimento finalmente ludico e sereno, costruiranno un sé pienamente consapevole, realizzeranno se stessi come persone prima che come scolari e raggiungeranno l'Eden del sapere per la via più sana.
Dall'altra la fazione dei conservatori che dice che signora mia, la scuola non è più quella di una volta, mancano le pedane che alzavano il professore rispetto alla classe, il buongiorno e l'alzarsi in piedi all'appropinquarsi di un docente devono essere universali e che anche la bacchetta di bambù, dopotutto, aveva il suo perché, così come uno straterellino di ceci secchi dietro la lavagna. Rimpiangono una scuola in cui il voto è l'obiettivo finale, razionale e rigoroso, di una sana competizione che spingerà i più forti a volersi migliorare sempre più, e i più deboli a cercare di raggiungere i più forti, realizzando una compiuta meritocrazia che spazzi via il falso egualitarismo di chi ci vuole tutti uguali davanti al registro e che grazie a gragnuole di voti sul registro i ragazzi costruiranno un sé pienamente consapevole, realizzeranno se stessi come persone prima che come scolari e raggiungeranno l'Eden del sapere per la via più sana.
E se la differenza vi sembra politica sappiate che gli uni e gli altri albergano sia a destra che a sinistra.
Ora: che io stia perculando la discussione in sé è abbastanza evidente. Ma i due schieramenti non caratterizzano l'altro (l'altro, perché al proprio si riserva una analisi assai più benevola) in maniera assai dissimile da quanto io ho fatto sopra.
La realtà, facile a dirsi, è un filo più complessa. - Sì, nella scuola italiana esiste un feticcio-voto che rende quest'ultimo spesso un fine invece che un mezzo (con una cascata d conseguenze negative) - No, la valutazione numerica da sola non è la causa né dei mali della scuola italiana, antichi e novelli, né della epidemia (questa tristemente reale) del malessere psicologico e affettivo che tarpa le ali all'apprendimento di molti ragazzi (anche se ne è a volte l'innesco formale).
Questo libro ha il pregio di cercare di mettere in piedi una discussione sul tema che sia "scientificamente fondata", che parta da dati di realtà, che cerchi di ragionare sul complesso filo che lega educazione, didattica, valutazione. Certo, l'autore va iscritto al partito dei democratici, su questo non c'è dubbio, ma le sue argomentazioni, se lette con onestà intellettuale, non hanno nulla della parodia del "docente buonista" che agita i sogni di molti laudatori temporis acti. Io l'ho trovato molto interessante per riflettere su alcune questioni aperte che riguardano la valutazione nei miei corsi (pur non essendo rivolto al livello universitario - ma certe dinamiche si esportano). D'altra parte non ho apprezzato un eccesso di confidenza, per quel che è la mia esperienza tipico degli scienziati sociali, rispetto alla "provata scientificità" di certi risultati che spesso si basano su esperimenti fatti su coorti molto limitate, con scarso controllo di una serie di variabili nascoste che potrebbero avere un effetto assai maggiore delle cause in analisi. In altri termini: ogni qual volta che uno scienziato sociale dice "è scientificamente provato che" tutte le spie sul mio cruscotto si accendono e la mia vocina interna inizia insistentemente a ricordarmi quanto poco di verità c'è in quella "dimostrazione" (sarà che la mia scienza sta all'estremo opposto in quanto a criteri di rigore dimostrativo). Non condivido tutto quello che questo libriccino dice, ma credo che chi si sente più conservatore che democratico dovrebbe leggerlo, con una mente aperta e chiedendosi quanto di vero e di utile per una buona prassi scolastica contenga. Credo anche che chi si sente più democratico che conservatore dovrebbe leggerlo, non per trovare la conferma alle proprie idee ma per sottolineare quel che non condivide, quello che trova disturbante, insomma con sguardo più critico che mai.
Poi, dopo, magari, mollando il fardello delle grandi verità a terra, ci sediamo veramente a discutere su come ottenere davvero l'unica cosa che vale del mio gioco retorico di sopra: una istituzione scolastica in cui i ragazzi costruiranno un sé pienamente consapevole, realizzeranno se stessi come persone prima che come scolari.