De Franz Zeise, ne en 1896, on ne sait rien, ou presque, sinon qu'interprete et traducteur, passionne par l'Espagne, il vecut un temps a Berlin et qu'on l'aurait encore apercu en 1954, mais perdu deja dans les tenebres d'une demi-demence... Aussi bien ce roman de la folie de Don Juan d'Autriche, batard de Charles Quint, semblable comme dit Sciascia au souvenir d'un reve: tres fort, lourd d'inquietude et de premonition, est-il un prodigieux chef-d'?uvre, qui n'est pas sans faire songer a tel recit d'Artaud. Hier encore inconnu, aujourd'hui revele, demain: enfin celebre, voici un roman comme vous n'en avez jamais lu de semblable.
Omaggio a Zeise, perlopiù sconosciuto, applaudito da Sciascia Scrittura curata e ricercata, linguaggio specializzato e ben rappresentante l’epoca e gli argomenti trattati, mai artificioso, descrizioni minuziose e realistiche che creano una serie di quadri coloratissimi con i quali Franz Zeise pone il lettore visivamente di fronte all’accaduto - scena dopo scena -, di fronte all’esito di un episodio, e solo dopo ne spiega gli antefatti, lo svolgimento e i particolari. Per questo motivo le varie scene risultano essere non completamente collegate, ma è come se fossimo in una pinacoteca e non su una poltrona a leggere un libro. E’ un libro fortemente evocativo, per immagini, ricco di spunti, di atmosfere, di riflessioni sul peso del potere e sulla solitudine dei potenti, di intrighi e complotti di corte, di repentini passaggi dalla sfera psicologica - con la melanconia e le visioni e i sogni di Carlo e Giovanni -, a quella della vita pratica di un avventuroso hidalgo sfaccendato a cavallo o di un soldato in battaglia. Bellissimo. Si narra, o meglio, si illustra la vita di Giovanni d’Austria, figlio bastardo di Carlo V. E Giovanni viene appellato come bastardo fino all’ultima pagina, lo stato acquisito alla nascita – bastardo nel senso attribuito al termine nel feudalesimo, figlio nato da rapporto non legittimo, ma riconosciuto dal genitore appartenente alla nobiltà, in questo caso un re – lo accompagnerà tutta la vita, fin oltre la vittoria di Lepanto. Giovanni d’Austria non potrà superare tale limite che segnerà il punto di arresto per la sua ambizione. A tale proposito, una stranezza è il fatto che nella versione italiana non sia stato tradotto il sottotitolo presente nell’originale, traduzione che sarebbe dovuta assomigliare molto a “Vita di un ambizioso”, probabilmente per una scelta editoriale in quanto la traduzione è di Anita Rho, traduttrice e germanista di talento riconosciuto, che con precisione e calore ha saputo senz’altro rendere in italiano il tono dello scritto tedesco.
Non leggo mai le prefazioni prima di aver letto il libro: in un modo o nell'altro mi svelano sempre qualcosa che voglio scoprire da sola, o cercano di influenzarti con chiavi di lettura che nella maggior parte delle volte non condivido. Stavolta invece mi sento di condividere al 99% tutto quello che ha scritto Leonardo Sciascia: se cercate una biografia convenzionale di Don Giovanni d'Austria, questo libro non fa per voi. La biografia di Zeise e' da "vedere" piu' che da leggere, e' come un insieme di affreschi dai colori sgargianti che illustrano la vita di Don Juan, ma affreschi dai temi tormentati, come se fossero dipinti da Bosch ma dai colori forti di Goya. "Si ha come l’impressione (noi ne abbiamo l’impressione) che, suscitata la prima simpatia da una immagine, e probabilmente dal ritratto di Sanchez Coello, Zeise abbia letto tutto quel che gli è stato possibile leggere su don Juan, sulla battaglia di Lepanto, sui personaggi e gli avvenimenti di quel periodo: e che abbia poi lasciato quella materia fermentare, lievitare, finché non si è decantata e assottigliata in sogno – in un sogno al tempo stesso veloce e lentissimo, in un raptus, in un incubo." scrive Sciascia, ed io sono esattamente dello stesso parere. Non sono riuscita invece ad individuare un parallelo con l'ascesa di Hitler, che avveniva quando Zeise scriveva L'Armada, sinceramente secondo me non basta scrivere un libro negli anni Trenta per vedere un riferimento al Nazismo. Ma questo e' l'unico punto in cui non sono d'accordo con Sciascia.
Esplorando le più recenti pubblicazioni della casa editrice Sellerio ho scoperto questo romanzo semi-dimenticato di un autore altrettanto sconosciuto e misterioso, Franz Zeise: L'Armada ha per protagonista la figura "leggendaria" di don Giovanni d'Austria, figlio illegittimo dell'imperatore Carlo V, guardato con dissimulata diffidenza e sospetto dal fratellastro, Filippo II, comandante in capo dell'esercito della Lega santa che sconfisse la flotta ottomana nella memorabile battaglia di Lepanto del 1571, morto di lì a poco ancora giovanissimo. In effetti però non siamo di fronte a un romanzo storico "tradizionale", la ricostruzione degli ambienti è dettagliata e notevole, ma forse la verosimiglianza delle scene è piegata alle esigenze di drammaticità, per dar vita a un quadro violento, "malato", fosco, foschissimo, con i personaggi che si muovono spesso in modo apparentemente irrazionale ed esagitato o al contrario assente e allucinato, quasi come se ci trovassimo di fronte a un quadro del geniale El Greco (più che Bosch, citato da Sciascia nella prefazione come esempio delle suggestioni pittoriche che sembrano ispirare il romanzo), con le sue figure ossute e dagli sguardi che sembrano sempre inquieti.
Sempre Sciascia insiste molto sul tema della follia strisciante che si trasmette dall'una all'altra di queste terribili, patetiche e spesso incomprensibili e sfuggenti figure di grandi uomini di potere, e il parallelismo fra la "melanconia" di Carlo V nell'incipit del romanzo e quella di don Juan nelle ultime pagine è reso evidente dall'autore grazie all'uso di frasi quasi identiche per descriverne gli strani comportamenti. Non è casuale, forse, quest'insistenza sugli aspetti più maniacali, sanguinari e deviati della psicologia dei governanti in un romanzo scritto da un autore tedesco nel 1936.
Un romanzo percorso da una luce sinistra e che rende bene l'atmosfera un po' stereotipata ma non per questo meno affascinante della "leggenda nera" del regno di Filippo II (e forse siamo anche un po' suggestionati dalla vicenda biografica dell'autore, morto in un ospedale psichiatrico), ma che non è affatto facile o "piacevole" da leggere e seguire, proprio per lo stile tortuoso, denso e pesante che Zeise sceglie di usare. In definitiva non posso dire di essermelo "goduto" o che ne porterò vivo il ricordo negli anni a venire, però, quando finalmente la vicenda si mette in moto (ma siamo già all'ultimo terzo del libro), sono molto belli i capitoli dedicati all'Armada cristiana accampata nei pressi di Messina in attesa di prendere il largo e quello sulla battaglia di Lepanto. Peccato per i nomi tedeschi tradotti in italiano (la traduzione italiana risale agli anni cinquanta).