Il bello di questi racconti surreali e misteriosi è proprio che innescano delle riflessioni senza tuttavia indicare una strada univoca, bensì dando solo suggestioni.
Nel primo racconto, La vita e la morte di Marcelino Itturiaga, con il suo inizio a sorpresa e il taglio surreale e ironico, Marías già affronta una riflessione topica per la letteratura (il senso della vita e della morte) svuotandolo dall’interno con questo personaggio che ha attraversato accettando passivamente la prima, come tantissime persone, e che ugualmente fa nella seconda (e, in effetti, perché chi crede nell’aldilà si illude che sarà una persona tanto diversa da com’era in vita?), definendo il senso finale di entrambe: nullo. Insomma, uno sberleffo a tante pippe mentali spalmate su secoli e, forse, un suggerimento che l’importante è cercare di vivere davvero e non seguendo passivamente la corrente dell’esistenza.
Nel secondo racconto, Le dimissioni di Santiesteban, abbiamo il secondo protagonista della raccolta e il secondo protagonista mediocre, benché qua più attivo e con più ambizioni, ma anche presuntuosamente convinto di essere più di quello che è, di meritare più di quello che ha, pur senza averne reali meriti. Ma l’aspetto più intrigante del racconto è il finale, che sembra quasi una rivalsa, ma misteriosa e che comporta l’annullamento del protagonista. La rivalsa avviene tramite imitazione, quindi quando Lilburn smette di voler capire, ma invece di accettare il mistero e conviverci (il ruolo della scienza, che prova a spiegare i fenomeni e quelli che non riesce a spiegare li ignora?), vi entra imitandolo (metafora del vivere secondo natura, con l’uomo che la imita, come fa spesso, senza doverla capire e incasellare nelle proprie leggi?) e si assimila al fenomeno. Ma potrebbe anche essere, considerando il diventare fantasma di Lilburn, che egli smetta di adeguarsi alle regole e alle aspettative sociali (carriera, prestigio sociale, … tutte cose che Lilburn inizialmente rincorre), dimissionandone perché non d’accordo con le sue storture (quindi dimissioni da un privato, non da un ente pubblico, dimissioni dalla rete e dagli obblighi interazionali e non professionali), diventa un fantasma, ossia scompare poiché da essa non più considerato.
Il terzo racconto, Lo specchio del martire, è magnifico. In esso lo stile magniloquente e torrenziale del colonnello, decorazione a un contenuto sfuggente e fumoso, è un perfetto rispecchiamento dell’esercito, qui ferocemente deriso nella sua pomposità marziale e rigidità gerarchica, volti a nascondere la totale assenza di senso di gran parte delle sue attività e, in ultima istanza, della sua stessa esistenza. Dall’assurdità del racconto emerge di riflesso l’assurdità dell’esercito e del suo funzionamento.
Il quarto racconto, Portento, maledizione, è costruito a tessere, come un mosaico incompleto, con le informazioni che arrivano a chi legge solo frammentarie e, ovviamente, assolutamente parziali nella presentazione dei fatti, poiché abbiamo solo il punto di vista del narratore che sfoga il suo astio sul proprio figliastro. Il tema è quindi quello delle tensioni e gelosie famigliari (qui in qualche modo rese più accettabili, essendo molto estreme, dalla mancanza di consanguineità), del sacrificio dei genitori (o dichiarato tale) per fare studiare i propri figli e figlie con il conseguente freno alla propria carriera/crescita personale. Ma emerge anche la conflittualità che i figli e le figlie innescano con i genitori. Insomma, una tematica gettonatissima, che però Marías riesce a declinare in modo originale, grazie a questa narrazione ellittica, ironica e dalle tinte un po’ surreali, proprio per come il narratore descrive e presenta il figliastro, come fosse un bizzarro animale.
Nel quinto racconto, Il viaggio di Isacco, si ha una parodia gustosa delle profezie e, più latamente, dell’interpretazione tendenziosa dei fatti, grazie alla quale si può confermare una propria convinzione agevolmente, selezionando (più o meno consciamente) solo gli elementi che rientrano nella propria rete interpretativa e accogliendo solo il loro senso che la confermi (abitudine che oggi, con l’avvento dei social e l’oceano di notizie e informazioni, è quanto mai diffusa, poiché chiunque troverà sempre in questo caos quello che vuole trovare e serve uno sforzo in più per trovare invece ciò che magari non si vorrebbe trovare ma risulta più corretto, più vero).
Nel sesto racconto, Gualta, e nel settimo, La canzone di Lord Rendall, Marías gioca con il filone letterario dei sosia per declinarlo secondo il proprio originalissimo stile e con due risultati o spunti diversi: nel primo il sosia è quel momento di consapevolezza in cui capiamo di non piacerci, di essere come non vorremmo (ma il protagonista, invece di una riflessione sui motivi di questo scollamento tra il sé e il sé desiderato, forza un cambiamento non riflettuto, che porta la situazione a deteriorarsi, cosicché giunge a un altro sé, ma altrettanto odioso, quasi come denuncia a quei cambiamenti per moda o emulazione dai vari strumenti di self-improvement o seguendo star/influencer), nel secondo è la dissociazione da trauma psicologico (il protagonista è uscito da un campo di concentramento) o una sorta di sliding door della schizofrenia (la violenza interna che si libera), poiché il protagonista si vede uccidere la moglie e, forse, il figlio, con un appiattimento temporale inquietante (tanto che non si sa se il protagonista sia effettivamente andato in guerra o no e cosa sia reale) e rimanendo all’esterno della casa (la razionalità che viene espulsa dall’irrazionalità).
Nell’ottavo racconto, Una notte d’amore, ad essere affrontato, sempre iniettandovi la componente del mistero e dell’assurdo, è il tema delle fantasie sessuali e del desiderio, con il protagonista che sembra accarezzare l’idea del tradimento, ma più come compensazione dell’insoddisfacente vita sessuale con sua moglie; o ancora, dato che sempre i racconti sono aperti a più interpretazioni, è la trasposizione di un gioco di ruolo erotico, per spezzare la routine e accendere una nuova scintilla (ma il tutto intrecciato al tema della sostituzione al padre, in una sorta di sfida di mascolinità).
Il nono racconto, Un epigramma di lealtà, è prevalentemente una riflessione sulle apparenze, sull’arbitrarietà del valore di determinati oggetti (un dattiloscritto che vale 50mila sterline perché battuto da Beckett, invece di essere un plico di carta straccia) e sullo scollamento tra mondo reale e mondo finanziario, cosicché un barbone considerato con disprezzo può improvvisamente diventare interessante se la sua firma può aumentare il valore di un libro raro, senza che ciò, tuttavia, cambi minimamente la sua natura/condizione.
Nel decimo racconto, Mentre le donne dormono, la riflessione riprende il tema della genitorialità, indagandone gli aspetti temporali (Alberto non sopporta l’idea di vedere Inés invecchiare e piuttosto la ucciderebbe prima) e di possesso (l’iperprotettività e la presenza costante, ma anche l’amore incondizionato, l’adorazione, qui resa con il continuo filmare di Alberto, desiderio di mantenere il possesso sui momenti trascorsi con Inés e sulla Inés di quei momenti); al contempo, dato che Alberto ha l’età dei genitori di Inés, di cui era molto amico, ma è il suo amante, la riflessione si sdoppia sulla difficoltà di trovare un terreno comune d'intesa e dialogo (tutto il lavoro di Alberto per appropriarsi dell’orizzonte culturale di Inés) sul quale costruire un rapporto oltre la mera fisicità (o la novità di scoprirsi, che dura solo poco tempo), di invecchiare insieme e, soprattutto, di accettare l’invecchiamento del partner (sé stessi non ci si può cambiare, per quanto possa infastidire l’invecchiamento, mentre si può cambiare il partner se non si riesce a far evolvere il rapporto e a modificare il desiderio) e su un’altra forma di possesso, quella dell’uomo che possiede l’amata e la ucciderebbe piuttosto che vederla andare via.
L’undicesimo racconto, Quello che disse il maggiordomo, è uno dei racconti meno interessanti, ma il finale con il dettaglio incongruo che getta retrospettivamente un dubbio su tutto ciò che ha raccontato il maggiordomo innesca una riflessione sulla verità e sul potere della narrazione di plasmare il reale, sostituendovi una propria versione: in mancanza di un altra voce, infatti, non è possibile verificare la veridicità di quanto il maggiordomo dice, che potrebbe essere tutto vero tranne per il dettaglio dei guanti neri, tutto falso (una fantasia dell’uomo) o essere un mascheramento di un’altra storia, riflesso distorto di quella narrata (ad esempio, il colore dei guanti come segno di lutto per la morte di una figlia che era del maggiordomo e della sua padrona e non legittima).
Infine, Saranno nostalgie, riprende il tema dell’invecchiare insieme e della sua difficoltà, considerandolo da un altro punto di vista, quello della fisicità contrapposta all’interiorità, del sentimento rispetto alla biologia, rimarcando come debba essere trovato tra i due poli un compromesso.
Al di là del contenuto dei racconti, la cui forza maggiore sta nella sua polisemia, che permette sempre due o più interpretazioni (senza mai sapere quale sia quella giusta e se sia una di quelle trovate da chi legge, dato il taglio misterioso dei racconti), anche lo stile è molto efficace, nella sua precisione e relativa letterarietà, che àncora l’assurdo e il misterioso a qualcosa di noto, di rassicurante (il tipo di scrittura, per l’appunto, e l’orizzonte culturale che rappresenta), generando al contempo un cortocircuito che intriga.