In un lontano futuro l'uomo sta cercando di risollevarsi dalle ceneri dell'olocausto nucleare. Il mondo è tornato ai valori e allo stile di vita semplici del medioevo, e Demetrios, il narratore, viene venerato perché custodisce le storie dei vecchi tempi, quando esistevano miracolosi telefoni, aerei a reazione, televisori e automobili. Ma Demetrios è anche un narratore con la testa piena di antiche verità può essere pericoloso. Così è costretto a fuggire, in un viaggio pieno di dolori inaspettati e delizie inimmaginabili, un viaggio attraverso regni di fantasia, filosofia e grandi possibilità.
The Company of Glory was Pangborn's final novel. It's set in his Davy sequence (also known as Tales of a Darkening World) and was serialized in Galaxy magazine from August through October of 1974. It's set in 2040, much earlier than Davy, just forty-seven years after the twenty-minute apocalyptic war of 1993 that almost wiped-out humanity. Pyramid published a paperback edition in January of 1975 which was heavily edited; Spider Robinson stated in his introduction to the Pangborn collection Still I Persist in Wondering that scenes from the novel had been removed that the Pyramid editor found to be "too faggoty." Unfortunately, those were the only American physical editions. The novel focuses on Demetrios, a man who remembers the pre-war civilization, and has become a beloved storyteller about the lost history. The authorities fear him, and he becomes an exile, leaving with a small group of people who also reject censorship of ideas, philosophy, and history. The first half of the book is very good, but the second half slows down too much as Pangborn goes on at length about the nature of love and society and religion and injustice. Pangborn died a year after the book appeared, and the parallels between his last years and the story of Demetrios is obvious. It's a very well written group of character studies and observations of human nature even though the ending seems weak.
This is another tale set in the same post apocalypse future as the author's 'Davy' except that this is 47 years after the Twenty Minute War and there are still people alive who remember the technological past that younger folk believe is just a fairy tale. As in Pangborn's other novel, the pacing is a bit odd, with the beginning worked out in detail, and the ending a rushed almost-summary which becomes distant from the original focus character of Demetrios.
As with 'Davy', we have a repressive society, though here is the beginning of its development, and also the start of a religion that seems a distortion of Christianity. We also have the intrusion of an authorial voice which is a little disconcerting, though it turns out to be the voice of one of the characters,w which is not clear until late on. Again, Pangborn discusses philosophical aspects of human nature and society through his characters and although there are events that potentially form the basis of some tension, conflict and suspense, in practice those are not really developed, and the story is principally one of ideas.
Ich schwanke zwischen 2 und 3 Sternen. 2 ist eigentlich zu schlecht; aber das Buch hat mich enttäuscht. Grundsätzlich kann man, wenn man “Davy” vom gleichen Autor gut findet, dieses hier nicht ganz schlecht finden. Die Erzählweise ist ähnlich entspannt und ruhig, die Art, Personen zu charakterisieren, ist ähnlich, und natürlich ist das Set-up (die post-apokalyptische Welt) auch ähnlich. Es ist ja eigentlich die gleiche Welt, nur viel früher. Und das ist der Grund für meine Enttäuschung: Sowohl am Ende von “Davy” als auch im Umschlagtext dieses Buches wird von einer “Fortsetzung” von “Davy” gesprochen: Das ist es aber in keinem Fall. Die Handlung spielt viel früher (ein paar Jahrzehnte nach dem Krieg), und somit sind auch die handelnden Personen ganz andere. Die beiden Bücher haben wenig miteinander zu tun. Enttäuscht bin ich deshalb, weil am Ende von “Davy” ein Ausblick auf eine Handlung gegeben wird, auf die ich mich sehr gefreut hatte - leider falsch. Ohne diese Enttäuschung würde ich wohl 3 Sterne geben.
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Dopo aver letto la raccolta “Dentelungo e altri estranei”, mi è capitato questo romanzo, scritto vari anni dopo il più famoso “Davy”, ma ambientato subito dopo la “guerra di venti minuti” che ha distrutto le società umane. Solo 47 anni sono passati da allora: l’umanità si è già riorganizzata in città e comunità, che dopo l’iniziale ondata di solidarietà tra sopravvissuti, sono rapidamente scadute nell’imbroglio e nell’assassinio, evidentemente connaturati alla nostra specie. La città di NewBurgh, dove si era formata una comunità secondo principi democratici, sta scadendo in una tirannia personale: il presidente democraticamente eletto è stato ucciso da uno dei suoi tirapiedi, in un intrigo di palazzo, e ne sta nascendo un regno di terrore, dove i poeti e i narratori che ricordano bene i fatti di “prima” (prima della catastrofe, prima della dittatura), e sanno declamarli con arte, sono pericolosi: e così il protagonista Demetrios viene incarcerato, in attesa di un’imprevedibile condanna. Al tempo stesso, anche la religione si riorganizza: intorno al ricordo di un martire genuino viene costruito un culto sempre più controllato da un clero alleato del potere politico. Non resta che fuggire: gli amici di Demetrios, tra cui la tenutaria del locale bordello, lo aiuteranno a evadere, e insieme cercheranno una nuova terra. Sia l’ambientazione dopo-bomba, sia la trama picaresca sono elementi che mi attraggono (mi avevano permesso di arrivare alla fine della “Spada di Shannara”, per dire) e qui sono svolti con originalità e ricchezza di dettagli; ma quel che davvero stupisce di questo romanzo è la ricchezza dello stile e dei temi. Stile lirico, narrazione in terza persona con frequenti interventi in prima persona di un narratore, che solo alla fine si scoprirà essere uno dei protagonisti: a ogni pagina si sente sempre più forte la parentela con altri due grandi della fantascienza innovativa degli anni ‘60/’70: Delany e Disch. Di Delany la prosa poetica, lirica, sempre pronta a digressioni e analogia bizzarre. Questa società rinata parla un inglese reinventato e dialettale, dai toponimi semplificati: Penn (Pennsylvania), Katskil, Veirmon, Main, “Nubar” per Newburgh; perchè i sopravvissuti sono ignoranti e soprattutto lo è il dittatore, che ignora l’ortografia (“Lieutenant” diventa “Lutenant”, e così via); le nuove gerarchie sono espresse da formule di saluto (man Demetrios, man Paddy / mister Angus) e nuovi pronomi (invece di "you", "you, yourself it is"); i participi passati sono sostituiti dal passato semplice.. Di Disch, la vena corrosiva verso qualunque istituzione sociale e politica, la sfiducia verso l’umanità stessa. Pangborn deride il patriottismo, anche perché “le nazioni non sono capaci di amore”; smitizza persino l’amore materno, istinto viscerale incapace di vero rispetto verso la persona del figlio. La cultura del suo paese gli sembra ridicola: “in quell’auto bloccata, un uomo ben vestito era accasciato sul volante, e c’era un bambino morto sul sedile di dietro (..) Doveva aver pensato che mettersi in movimento sarebbe servito; gli americani pensavano sempre che l’attività, per quanto senza scopo e mal diretta, dovesse essere un bene di per sé”. “uno di quegli uomini d’azione, drogati di potere, che dicono apertamente ai loro contemporanei ‘sentite, siete tutti degli sfigati, e lo sono anch’io, quindi mi beccherò la mia parte’. Tipi così vengono apprezzati per la loro onestà e socievolezza, anche se raramente hanno una traccia dell’una o dell’altra”. La sua voce però è caratterizzata da una saggezza malinconica, da un disperato umanesimo: come un Candido rassegnato all’ottusa brutalità della società, però ancora convinto che valga la pena coltivare il proprio giardino. L’unica cosa che valga è l’amore: quello genuino e solidale dei vinti, degli sconfitti, degli emarginati, che è accompagnato dalla pietà e può esprimersi anche con un’eutanasia, come avveniva in “Gomorra e dintorni”. Il protagonista Demetrios è un maturo saggio, in generale bisessuale, ma attratto dai giovani: una specie di Socrate, che insegna a non temere la morte con considerazioni epicuree, quando la sente vicina: “Non ho niente di complicato da dirvi sulla morte. La morte è necessaria, come la nascita; morire è poco piacevole, ma anche poco importante. A parte queste banalità, questi ovvii commenti.. be’, non c’è niente che valga la pena dire: è la Vita che parla. Suonaci un po’ di Mozart, Professore: era un bravo ragazzo allegro, che sapeva come piangere”. Il sesso libero, la gioia della procreazione, discendono dall’importanza dell’amore e servono a tenerlo vivo: nel corso del pellegrinaggio dei protagonisti vedremo giovani ricevere iniziazioni sessuali e donne partorire prima il figlio di uno, poi di un altro, in uno spirito di ideale comunità. Non stupisce che in un’epoca in cui anche l’ambiente fs è influenzato da un conservatorismo estremo, sia un autore un po’ accantonato. Chissà se era omosessuale come gli autori a cui mi fa pensare; ma in fondo non è importante. È interessante sapere invece che fu amico tutta la vita di Peter Beagle, l’autore dell’ “Ultimo unicorno”, che fu anche suo esecutore testamentario.
"Edgar Pangborn is an unsung SF hero in my book. At his best, he’s a deeply humanistic writer interested in moments of effective metafictional play on the nature of narrative. The Company of Glory (serialized 1974, 1975) is the third novel in the Tales of Darkening World sequence. It forms a prequel to [..."