Va bene, l’autrice era giovane, va bene l’originalità c’è, oltretutto nel romanzo dice di aver abitato in via Vanchiglia, la stessa via in cui ho abitato anche io per un po’ d’anni , però definirla, come in quarta di copertina, scrittura nuova e potente, mi pare eccessivo.
Sì, vero, ha un modo di narrare nuovo, originale, che però mi è andato bene all’inizio, per poi diventare fastidioso quando a tratti appariva forzato, solo per il gusto di rimanere distaccati dalla semplicità di una frase costruita alla solita maniera. Ecco, qui trovo che da arte si passi ad artefatto, nel senso di non necessario. E la potenza per me non è quella ostentata, come a tratti accade in questo libro, ma quella che da mostra di sé proprio nel non mostrarsi, nel lasciarsi scoprire, piuttosto che nel costringere l’occhio di bue a starle addosso.
La storia c’è, la bravura anche, forse c’è anche la paura di non esserlo, perché sennò l’insistenza magari non ci sarebbe stata in alcuni passaggi. O magari sono stati solo frutto di un’opera prima che per forza di cose manca di esperienza, il talento da solo fa molto ma non può tutto.
Lo avevo scelto perché era un titolo che spesso mi tornava sotto gli occhi. Non avevo letto nulla di suo, volevo leggere l’ultimo edito da La nave di Teseo ma, come spesso faccio, sono incuriosita dal leggere l’opera d’esordio. Probabilmente leggerò altro di suo, magari proprio l’ultimo. Può darsi che nel frattempo, complici riconoscimenti e successo, ci sia meno ansia di dimostrare qualcosa, finendo col dimostrare di più, senza forzare.