RISVOLTO Pochi libri sono rappresentativi di Flaiano come questo Diario degli errori, con il suo irresistibile blend di illuminismo tenebroso e pessimismo comico prima che cosmico. Disteso lungo l'arco di un ventennio (dal 1950 ai primi anni Settanta) e costruito avendo negli occhi i luoghi e i volti di tanti viaggi (da Fregene ad Atene, da Parigi a Hong Kong, da Zurigo a New York a Bangkok), il Diario brulica infatti di pensieri che sperimentano tutte le forme possibili del rapporto tra la mente e la realtà. Vi troviamo velenosi calembour concentrati come saggi, aforismi e massime perforanti e definitivi, microritratti di taglio, apologhi surreali e corrosivi, sequenze interrotte, tra incanto e sarcasmo: sugli hotel francesi, dove i mobili sono «come nella tavola che sul Larousse accompagna la voce: camera da letto», sulle vetrine olandesi accanto alle case secentesche, sui bambini monaci thailandesi che ridono e bevono il tè, sulla sporcizia e le costruzioni nuovissime di Beirut, sulle «riscattabili» taxi-girl di Hong Kong, sui filippini che cantano senza tregua, e ovviamente sul «paesetto italiano» di giocatori al Totocalcio. L'irrefrenabile tendenza all'autodistruzione della specie umana pervade Diario degli errori come un malinconico Leitmotiv: ma la crudele esattezza della tassonomia è in Flaiano venata della pietas del moralista disilluso. Quella pietas che gli fa citare la sublime e disperata invocazione di Pierre ai massoni in Guerra e pace: «Occorre che l'uomo, governato dalle proprie sensazioni, scopra nella virtù attrattive sensuali».
Flaiano wrote for Cineillustrato, Oggi, Il Mondo, Il Corriere della Sera and other prominent Italian newspapers and magazines. In 1947, he won the Strega Prize for his novel, Tempo di uccidere (The Short Cut). Set in Ethiopia during the Italian invasion (1935–36), the novel tells the story of an Italian officer who accidentally kills an Ethiopian woman and is then ravaged by the awareness of his act. The barren landscape around the protagonist hints at an interior emptiness and meaninglessness. This is one of the few Italian literary works (which has been constantly in print for sixty years) dealing with the misdeeds of Italian colonialism in Eastern Africa. In 1971 he suffered a first heart-attack. "All will have to change", he wrote in his notes. He put his many papers in order and published them, although the major part of his memoirs were published posthumously. In November 1972 he began writing various autobiographical pieces for Corriere della Sera. On November 20 of the same year, while at a clinic for a check-up, he suffered a second cardiac arrest. His daughter Lelè, after a long and grave illness, died at age 40 in 1992. His wife Rosetta Rota, sister of composer Nino Rota, died at the end of 2003. The entire family is buried together at the Maccarese Cemetery, near Rome. [edit]Flaiano's Rome Flaiano's name is indissolubly tied to Rome, a city he loved and hated, a caustic witness to its urban evolutions and debacles, its vices and its virtues. In La Solitudine del Satiro Flaiano left numerous passages relating to his Rome. In the Montesacro quarter of Rome, the LABit theatre company placed a commemorative plaque on the facade of his house where he lived from 1952. Critic Richard Eder wrote in Newsday: "To read the late Ennio Flaiano is to imagine a bust of Ovid or Martial, placed in a piazza in Rome amd smiling above a traffic jam. In his antic, melancholy irony, Flaiano wrote as if he were time itself, satirizing the present moment."
Non sono uno di quelli che dicono che Flaiano aveva capito tutto. Poi, però, lo rileggo e aveva capito quasi tutto e comunque parecchio.
Storia di un passeggero che non sa l'inglese e che non si allarma affatto quando il capitano avverte che l'aereo deve fare un ammaraggio di fortuna. Viene scambiato per coraggioso e alla fine, quando si accorge dell'equivoco, diventa coraggioso davvero, per non deludere l'hostess.
1968 I porti invecchiano Venezia è sempre da salvare L'inps assediata Gli statali in sciopero L'edilizia in crisi I treni ritardano Le acque sono inquinate Napoli paralizzata La circolazione in crisi Lo sciopero dei benzinai La crisi del latte La pornografia in crisi Il divorzio è in crisi La crisi delle correnti dei partiti Posta che non viene distribuita Il comune di Roma aumenta il disavanzo I giovani svedesi non si sposano più Crisi dell'istituto familiare Ferma la metropolitana a Roma I cinesi preparano una sorpresa? Gli arabi preparano una guerra? Il centro-sinistra in crisi La sinistra in crisi La destra in crisi Fine del parlamentarismo? Il freddo ritorna
Le cose che oggi ci irritano domani ci commuoveranno. L'ultima guerra, tra poco, si tingerà di rosa, perché ci ricorderà la giovinezza.
Lamento del giornalaio. Vorrei andarmene nei Paesi Bassi. Guardi le fortezze, so' tutte cadute. Il Colosseo, invece, che s'è sempre fatto i cazzi sua, è ancora lì. (Qui non succede niente). Alla morte ogni fesso ci arriva.
Seguendo la moda la donna e l'uomo si mettono nelle condizioni dei fachiri, cioè respingono il dolore.
1972 Piangere a dieci anni dalla sua morte su Marilyn Monroe è come piangere su Cleopatra. I giovani di vent'anni non la conoscono, è un evento storico che non li tocca, hanno altri amori, altri miti. E allora? Niente, parliamone lo stesso, ma attenti a non commuoverci. Marilyn Monroe è l'ultimo personaggio che ci ha dato l'America, l'unico sopportabile e naturale.
Incredibile, Flaiano. Lo (ri)leggi e ti sembra che potrebbe aver scritto stamattina. Un esempio? Un passo famoso. Lo titolò "Filosofia del rifiuto".
"Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell'individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no. Non cedere alle lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l'amore alla guerra, perché anche l'amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo."
Temo proprio che Flaiano sia di quegli scrittori di casa nostra che, come Pavese o la Morante, non riesco a farmi piacere. Dopo essermi decisamente annoiato con Tempo di uccidere, con questo libro mi sono annoiato e anche irritato parecchio. Certo, qualche frase, qualche aforisma pungente ogni tanto cascano sotto gli occhi: ma per quasi tutto il libro a me sembra che a farla da padrone siano il qualunquismo, il pessimismo, il disgusto per tutto e per tutti, il gusto per il sordido e lo sporco. Flaiano, si dice, vedeva i difetti degl’italiani: sì, ma vedeva solo e sempre quelli, e additandoli come se lui, anziché essere un italiano a sua volta, venisse da Zurigo, da Londra o da Marte. Flaiano vedeva i cambiamenti dell’Italia: ma negli anni Sessanta che l’Italia cambiasse lo vedevano anche i parroci di montagna, i marescialli di P.S. e le casalinghe di Voghera, né occorreva particolare acume per discorrerne con le considerazioni elementari (talune curiosamente, pericolosamente vicine a quelle, più o meno coeve, di Nelson Page o di Gianna Preda) che faceva il Nostro nelle noterelle buttate giù nei suoi taccuini. Apprezzabile appare semmai qualche paradosso: ma in mezzo ad altri scipiti. Non è neanche incredibile che certi suoi vezzi – come il dir peste e corna del Festival di Sanremo – sopravvivano rigogliosi dopo più di mezzo secolo (basta, in questi giorni, fare un giro per i cosiddetti social): Flaiano era infatti meno “alternativo” e dirompente di quanto sembri: aveva tutti i riflessi condizionati del provinciale, qual era, che vuol darsi un tono, anche se può pure darsi che, quando sciorinava facezie con De Feo e gli altri sodali seduto a un caffè di Via Veneto riuscisse, a piccole dosi, divertente. Non so, io avverto molto puzzo di chiuso e di vecchio in questa prosa schifata e risentita. Mi pare altrettanto significativo che due tra le frasi più divertenti e graziose scritte in questo “diario” non siano di Flaiano, trattandosi di citazioni di Aragon e di Stendhal da lui trascritte; perlomeno a merito del Nostro va l’averle scelte bene in mezzo a molte altre. Una cosa, soprattutto, non capisco di lui e di molti suoi consimili, che in letteratura ottengono in genere notevole successo (penso a qualche scrittore vivente, che con questa sorta di pessimismo cosmico diletta legioni di lettori): va a Parigi e vede solo “balli di negri”, pederasti e carampane, scappa da Roma perché odia il Natale e a Capodanno fanno i botti e buttano roba vecchia dalla finestra, sta male dappertutto, gli danno fastidio tutti: ma quest’uomo avrà mai goduto prendendo in mano un frutto maturo, un fiore, ammirando un’alba silenziosa lungo una marina, gustando un buon pasto in famiglia fra visi cari e chiacchiere, ammirando la bellezza d’una bella donna o d’un bel ragazzo, guardando la livrea d’una farfalla o d’un uccello, leggendo una bella poesia, sentendo un preludio di Bach o un’aria di Mozart, ridendo con gli amici davanti a un bicchiere di vino – cioè vivendo e sollazzandosi con le piccole gioie che sono parte della vera vita quanto le sconfitte, i dolori e le perdite? Non so, a me questi pessimisti cosmici sembrano un po’ fasulli e un po’ disumani, la loro solitudine mi sembra meschina, il loro isolamento mi pare grottesco; e i loro sfoghi mi annoiano.
Pensieri, note, descrizioni di personaggi e di luoghi, ricordi, idee…: alcuni lapidari, spesso ironici, perché l’assenza d’ironia è alla base del tranquillante narrativo, eppure intrisi di pessimismo (o realismo?!). Scritti dal ’50 al ’70, appaiono, in modo sorprendente e per tanti aspetti, attuali. La lettura li insegue e, arrivati alla fine, nasce il desiderio di rileggerli, di tornare a riflettere, di riscoprirli con gusto rinnovato, sorprendendosi ancora a quei primi pensieri, dal [37], che con la loro inaspettata malinconia completano la figura di Flaiano: non solo dunque un disilluso, sarcastico e pungente, ma soprattutto un uomo di notevole, seppur celata, sensibilità. Qualità indispensabile, insieme all’intelligenza, per poter riconoscere e descrivere, in modo così arguto e graffiante, ogni aspetto della società e dei comportamenti umani.
[305] Sono offeso da come va il mondo – dalla volgarità delle masse. In Italia Canzonissima, Sanremo, campionato di calcio, la macchina nuova, nient’altro. (1968)
Flaiano non alterna genio e sregolatezza, perché la sua penna visionaria è futuristica ancora oggi.
Ma Flaiano è anche estremamente limitato nei suoi giudizi su ciò che non conosce, e anche nell'ironia, non si può fare a meno di pensare che forse avrebbe dovuto interrogarsi di più su ciò che non conosceva, anziché applicare lo stesso metro di giudizio su tutto senza cambiare prospettiva.
Si deve fare uno sforzo per non chiamare Flaiano Nostradamus, perché davvero ci sono passaggi indimenticabili, di una poesia mordace, una penna affilatissima e una visione d'insieme così accurata che fa gettare il cappello, altro che toglierselo.
Però si deve dire ciò che si deve dire di questi uomini luminari che per troppi decenni hanno vissuto intoccabili sull'Olimpo dei grandi.
I porti invecchiano Venezia è sempre da salvare L’Inps assediata Gli statali in sciopero L’edilizia in crisi Gli ortofrutticoli danneggiati dal Mec Il turismo regredisce Le acque sono inquinate I treni ritardano La circolazione in crisi Lo sciopero dei benzinai Gli studenti preparano la protesta Rivolta nelle carceri La riforma burocratica ferma Napoli paralizzata Sciopero dei netturbini La crisi del latte La pornografia è in crisi Il divorzio è in crisi Crisi dell’istituto familiare I giovani svedesi non si sposano più La torre di Pisa ancora in pericolo Il porto di Genova paralizzato I telefoni non funzionano Posta che non viene distribuita La crisi dei partiti La crisi delle correnti dei partiti Lo Stato arteriosclerotico Il Mezzogiorno in crisi Le regioni in crisi Il Comune di Roma aumenta il disavanzo Ferma la metropolitana a Roma Duello di artiglieri a Suez I colloqui di Parigi stagnano Nel Vietnam si attende l’attacco I cinesi preparano una sorpresa? I negri preparano la rivolta? Gli arabi preparano la guerra? I russi nel Mediterraneo De Gaulle in pericolo La sinistra in crisi La destra in crisi Il centro-sinistra in crisi Fine del parlamentarismo? Il freddo ritorna.
Per sua natura frammentario. Spesso fra un'idea un bozzetto una sensazione una battuta una citazione ci si perde. Ma con Flaiano è un bel perdersi.
***"Cercava la verità nella fica: e tutto quello che otteneva era addormentarcisi sopra - dopo."***
Basterebbero poche pagine o pochi passaggi tratti da questo "Diario degli errori" per capire quanto l'Italia di oggi sia a digiuno di menti come quella di Ennio Flaiano.
Ironia pungente, ritratti di un'Italia e di un mondo che sanno essere esaustivi in pochissime righe; aforismi indimenticabili e irripetibili, roba da sottolineare e trascrivere ovunque se ne abbia l'occasione. Non solo una sconfinata cultura, non solo brecce di genialità e assenza totale di conformismo, ma anche una capacità di osservazione e intepretazione della realtà fuori dal normale.
"[...] Io penso invece che il giornalismo e in genere la rapidità di diffusione delle notizie inutili e mostruose è il danno maggiore che l'umanità sopporta in questo secolo. Si sa tutto di tutto. Che noia. E che tristezza".
Sarò anche stucchevole, ma, più leggo Flaiano, più mi rendo conto che aveva ragione praticamente su tutto. Un'attualità sconvolgente permeata da una certa (auto)ironia di fondo e un sarcasmo irresistibile; sorprendersi leggendolo è una sensazione assolutamente impagabile.
"Io penso invece che il giornalismo e in genere la rapidità di diffusione delle notizie inutili e mostruose è il danno maggiore che l'umanità sopporta in questo secolo. Si sa tutto di tutto. Che noia. E che tristezza."
"Un altro anno ci lascia. Abbiamo vissuto commettendo errori, l'unico modo di vivere senza cadere. Vivere è una serie ininterrotta di errori, ognuno dei quali sostiene il precedente e si appoggia sul seguente. Finiti gli errori, finito tutto."
Un maestro in punta di penna. Flaiano ha la grazia di un Voltaire senza la sua prosopopea e la sua spocchia. Grande ritrattista degli italiani e grande italiano lui stesso. Anzi, meglio, abruzzese.
Acquistato, dopo una giornata di mare, su una bancarella di libri usati a Castiglioncello (peraltro insieme a una edizione del 1924 del “Trionfo della morte” di Gabriele D’Annunzio), il “Diario degli errori” di Ennio Flaiano mi ha tenuto ottima compagnia durante questa estate, in giro tra Valencia e tre diverse regioni d’Italia. Ho conosciuto la figura di Flaiano all’Università, e ho ritrovato nella sua scrittura aforistica (genere letterario che apprezzo molto), ossia nei suoi appunti ordinatamente raccolti in una cartella ma pubblicati postumi, la sua verve critica, ironica, ma soprattuto caustica, spietata e tagliente riservata all’Italia degli anni a cavallo tra il 1950 e il 1972, agli italiani “mandolinisti” e ai più disparati aspetti del costume, della società e della cultura popolare di casa nostra (ma non solo). Riflessioni acute sulla letteratura, il teatro, il cinema, con riferimenti talvolta puntuali, talaltra velati fino ai limiti dell’autocensura. Ragguagli dei suoi viaggi in giro per l’Italia, l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia, e dei relativi incontri di varia umanità, con lo stupore per certi piccoli particolari. Abbozzi di racconti più o meno imbastiti e lasciati tra le sue carte, quasi affinché lui o chi per lui potesse un giorno completarli. Poesie, quasi sempre politiche, che sono piuttosto delle sferzate, rese semmai poetiche dal fatto di andare volentieri a capo. E poi le massime di vita, che partendo da quella dell’autore in particolare diventano buone per la Vita in generale, e che si fanno via via più generose, oltre che più sagge, specie dopo l’infarto del 1970, il primo e l’unico di cui potrà prendere nota tra i suoi appunti… Durante la lettura è stato inevitabile, per me, ripensare ai miei appunti, disseminati in taccuini, fogli “volanti”, note del telefono. Altrettanto irresistibile è stato andarne a rileggere alcuni, ma forse ridicolo aver pensato di scriverne di nuovi ispirato da, o più semplicemente volendo imitare il modo (non lo stile!) di Flaiano. Tuttavia questa lettura, l’autobiografia involontaria di un uomo straordinario alle prese con una vita spesso più che ordinaria, avrà suscitato in me anche questo bisogno, rendendomi magari più ricettivo alle cose che mi accadevano intorno, che vivevo e che pensavo nel frattempo, e al conseguente impulso di lasciarne traccia in un mio taccuino. Una lettura avvincente, piacevole e stimolante, che con ogni probabilità lascerà una traccia anche nella mia scrittura.
"forse la nostra salvezza è nel non credere che la perfezione esista, o semplicemente nel trovarla noiosa" "triste ritorno in italia, che mi appare un paese di giocatori di totocalcio. squallore" "Le soir, cafard tres fort" (c'est plus facil, imparare il franscese accussì) "bonjour stronzesse" (appunto, v.sopra) l'alcol uccide lentamente. non abbiamo fretta. "Vivere è una serie ininterrotta di errori, ognuno dei quali sostiene il precedente e si appoggia sul seguente. Finiti gli errori, finito tutto" "Cercava la verità e quando la trovo' rimase male, era orribile, deserta, ci faceva freddo".
Letto e riletto, è sempre sul mio comodino. Quello che non ho compreso anni fa, diventa oggi la mia voce. Il crudo realismo di Flaiano e la malinconia derivante dal disincanto, appartengono all’esistere dell’ Uomo che ha il coraggio di porsi domande. - Chi ti ha creato è messo al mondo? - Non lo so. - Non è Dio? - È possibile. Ma siccome Dio ha creato e messo al mondo anche Il ministro [...], la cosa mi lascia indifferente. - Per quale fine sei stato creato? - Per dire no - A che cosa vuoi dire no? - A te, principalmente. - Che cosa ti ho fatto? - Mi hai tolto la fede.
"Amsterdam. Ogni volta fuori d'Italia, lo stesso discorso. Siamo rimasti tagliati fuori nel Sei e Settecento quando qui si stampava Voltaire e D'Alembert e da noi non si stampava che l'Arcadia."
"In Italia i perseguitati non fanno fortuna né suscitano simpatie, perché sono deboli. L'italiano é profondamente realista (biologicamente) cioè profondamente naturale. Puo' apparire vile, è soltanto troppo inserito nella natura. E gli animali assalgono il più debole, i vecchi, quelli che non possono più difendersi. Accettando la realtà crede di fare il suo bene, prolunga invece la sua schiavitù."
"Libro di Simone de Beauvoir sulla vecchiaia, La Vieillesse. Leggerlo. La tesi è semplice: il vecchio è un espulso dalla società perché non partecipa più al gioco del consumo. Il vecchio rattrista, lo si isola con gli altri vecchi. (..) La società non lo sopporta più. Per assurdo, il vecchio potrebbe rientrare nella società moderna se si trovasse il modo di renderlo economicamente interessante: come è stato per il giovane, che dà impulso alle varie mode da quando puo' disporre di denaro."
"La ragazza bacio' il ranocchio e divenne una rana"
"Perché a una certa età é difficile tornare, anzi restare dopo esservi tornato, nel paese natale. I tuoi compaesani sono à la page, tu sei rimasto indietro, nella grande città. Tu sogni la vita semplice, le amicizie senza implicazioni, sei nelle buone letture, hai capito che l'oro é la merda del diavolo (oh, la ripugnanza nel ricevere un assegno da versare in banca!): li' invece credono ancora che la felicità sia nel darsi da fare, sia altrove. Sono fieri delle loro conquiste tecnologiche, tutti hanno una barca a motore, tutti credono nell'arredamento."
Che dire di Ennio Flaiano se non geniale, attento osservatore e soprattutto cinico e irriverente in questo diario di riflessioni, elzeviri, aforismi, memorie. Anche se il periodo di scrittura va dal 1950 al 1972 quello che Flaiano scrive è di un'attualità quasi assoluta, a dimostrazione che la storia si ripete sempre e che dagli errori non sempre si impara.
A tratti sessista, a tratti omofobo, a tratti razzista. Dico a tratti, perché per l'80% del libro quando non è uno, è l'altro. Tuttavia, vi ho trovato quello che non ho trovato ne "La Nausea": malessere di vivere, dolore e cinismo. Lo terrò nella libreria, per rileggermi le frase migliori di volta in volta (e ne ho segnate davvero tante).
"[262] Un altro anno ci lascia. Abbiamo vissuto commettendo errori, l’unico modo di vivere senza cadere. Vivere è una serie ininterrotta di errori, ognuno dei quali sostiene il precedente e si appoggia sul seguente. Finiti gli errori, finito tutto." (pp. 90, 91)
...della serie: libri da tenere sul comodino e "consultare" periodicamente. (ri)leggendolo mi rammarico sempre non abbia voluto scrivere altra narrativa (vedi "tempo di uccidere").
========== Ricordarsi i sorrisi di tutti. Bambini, donne, ragazze uomini. ==========
In libro sarcastico e pungente, Sal contenuto ancora attuale e che all'epoca faceva discutere. Si legge d'oh fiato e non annoia mai. É la vista della grande città e della società, che crescent e si arricchiva die piú disparati personaggi.
La mia stima di Ennio Flaiano è finita il giorno in cui ho letto che lamentava che Fellini se lo era bevuto come una Coca Cola o qualcosa del genere. Ha fatto bene a berselo. Di questo “diario” salvo sì e no tre periodi.
L’ho trovato a tratti noioso, a tratti geniale. Una cosa però va detta: è inquietante l’attualità di certi argomenti, nonostante siano passati oltre 50 anni