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Il segreto di Shakespeare: Chi ha scritto i suoi capolavori?

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Su Shakespeare e sulla sua opera si fanno ipotesi da secoli, e tutto sembra già essere stato detto. Ne siamo sicuri? Forse c'è dell'altro da sapere, nuovi protagonisti da conoscere e un punto di vista in grado di unire i tanti, preziosi dati raccolti nel tempo da ricercatori colti e appassionati, troppo spesso osteggiati e rimasti nell'ombra. Questo libro ci accompagna senza pregiudizi attraverso i confini del tempo, per farci assistere, con occhi nuovi, a una rappresentazione finora conosciuta solo in parte: la vita dell'enigmatico e geniale William Shakespeare e di chi, con lui, ha deciso un giorno di cambiare il volto dell'Inghilterra e dell'intera cultura occidentale. Prefazione di Roberto Giacobbo.

222 pages, Paperback

First published November 13, 2012

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Displaying 1 - 3 of 3 reviews
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533 reviews102 followers
August 21, 2021
20/08/2021 (***)
Al di là del faccione che campeggia nella quarta di copertina (quello di Roberto Giacobbo, e non serve dire altro), è un saggio interessante, ben scritto e piuttosto circostanziato nel suo carattere generalista.

Giacobbo, la cui presenza su una copertina di un libro fa per il sottoscritto l'effetto opposto a quello a cui le intenzioni dei pubblicitari ambirebbero, si limita a scrivere una inutile e brevissima prefazione; la sua presenza non incide oltre, ed è dovuta più che altro al fatto che una delle co-autrici è la moglie (e entrambe le autrici hanno collaborato con i suoi programmi - non ne farei un vanto, personalmente).

Ciò premesso, e considerato che se avessi notato questi particolari in libreria non avrei comprato il libro, ho cominciato perplesso a leggere, prevenuto nei confronti di qualunque cosa provenga da quei lidi (ricordo ancora un servizio, leggendario, su un presunto gnomo armato d'ascia che barcollante si avvicinava a colui che riprendeva con telecamera).

Il libro mi interessava non tanto perché io sia un appassionato di teorie del complotto - o casi misteriosi, chiamateli come vi pare - ma perchè, e fin dal liceo, mi sono sempre chiesto come fosse possibile che su uno dei tre pilastri della letteratura occidentale di ogni tempo la biografia si riduca a un sostanziale elenco di condizionali, riassumibili in poche righe balbettanti e del tutto prive di senso logico.

Tralasciamo Omero e la sua questione, dati i secoli trascorsi.

Su Dante, pur vissuto trecento anni prima di Shakespeare, abbiamo relativamente pochi dati e ci piacerebbe averne molti di più, ma quello che sappiamo, lasciato direttamente da Dante o da coloro che lo conobbero o vissero immediatamente dopo di lui (il figlio e Petrarca, per esempio) sono sufficienti a delineare la figura di un uomo di vasta cultura, la cui vita si rispecchia in maniera coerente con quanto riportato nelle sue opere, della cui paternità non possono sussistere dubbi di sorta.

Su Shakespeare, è tutto il contrario. E questo è indubitabile, anche agli occhi del più ignorante critico letterario come il sottoscritto, visto quel che si conosce a livello biografico e le prove materiali che abbiamo in mano. A cominciare dal testamento, solo sottoscritto con firma incerta da William Shakespeare (o Shagsber o Shaksper) di Stratford-upon-Avon, in cui si parla solo di proprietà immobiliari e pecunia, e mai di libri o diritti d'autore o di anche lontani riferimenti culturali degni di cotanto nome; per finire con l'imbarazzante monumento a lui dedicato presso la tomba, nella chiesa di Stratford, che in origine recava il ritratto di un rubizzo mercante che si appoggiava a un sacco di grano, poi per pudore trasformato nel Settecento con l'aggiunta di una penna d'oca, nonché un'iscrizione commemorativa di una rozzezza assoluta e degna dei peggiori pub di Londra.

Nulla spiega come il Will di Stratford, presumibilmente analfabeta dai dati in nostro possesso, sia riuscito a concepire la raffica di commedie e tragedie (38) di livello vertiginoso, in un periodo di tempo assai ristretto (10-15 anni - a un ritmo di 2 opere all'anno), senza conoscere nessuna lingua (e probabilmente nemmeno l'inglese), senza aver svolto nessun ciclo di studi e, incredibilmente, senza aver lasciato traccia di sé nell'ambiente dell'alta cultura inglese di quegli anni.

Dante, sempre tornando a quell'esempio, era ritenuto unanimamente grande uomo di cultura e erudito mentre viveva, e i potentati italiani dell'epoca lo utilizzarono, durante il suo esilio, come ambasciatore, redattore di testi, consigliere; si sa che tipo di formazione ebbe, quale persone frequentò (tutte alla sua altezza, culturalmente parlando, e con cui intrattenne ampia corrispondenza, in parte pervenutaci); si ha notizia del contenuto della sua biblioteca, dei libri consultati, del fatto che a forza di studiare passò un periodo a curarsi la vista per non divenire cieco.

Di altri suoi contemporanei, conosciamo addirittura uno per uno i libri della biblioteca, alle volte persino pervenuti a noi (Petrarca). E più ci avviciniamo alla nostra epoca, più cose sappiamo. Per parlare di grandi intellettuali vissuti nel Cinquecento, non abbiamo difficoltà a ricostruire le vite di Michelangelo, Montaigne, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Raffaello, Erasmo, Rabelais, Cervantes. Conosciamo persino numerosi dettagli, le date di determinati avvenimenti. Possediamo documenti manoscritti o firme, e nessuno dubita della paternità delle rispettive opere, perché la vita di questi uomini è coerente con la loro produzione artistica.

Su Shakespeare, invece, regna il buio più assoluto, tanto che Mark Twain, in un famosissimo pamphlet, si è chiesto addirittura se sia mai morto, perché, di tracce o prove che sia vissuto e che l'uomo di Stratford coincida con l'autore di Amleto e Macbeth, non ce ne sono. A meno di non dedurre (o, meglio, inventare) per inferenze. Che è in sostanza l'attività prediletta dei cosiddetti Stratfordiani (i sostenitori della teoria classica secondo cui l'autore delle opere shakespiriane sia il Will di Stratford), esperti di arrampicata libera sugli specchi.

La tesi del libro, che riporta e riassume la tesi precedentemente elaborata da più autori, anche recentemente, è che William Shakespeare sia in sostanza un brand, un nome che nasconde un collettivo di autori o, per meglio dire, un duo.
La mente dell'operazione è il lessicografo e scrittore John Florio, forse coadiuvato dal padre Michelangelo (sulla cui biografia, però, sono riportati nel libro un pò troppi condizionali per poter fare affidamento circa la sua presenza a Londra negli anni della redazione delle opere incriminate); il braccio operativo, in particolare per quel che concerne la messa in scena dei drammi e l'organizzazione commerciale, è Will Shagsber (il nome riporta, nei documenti pervenuti, numerose varianti) di Stratford. William Shakespeare sarebbe quindi solo un nom-de-plume, dietro cui il coltissimo Florio avrebbe potuto dare libero sfogo alla propria cultura enciclopedica e alle proprie conoscenze letterarie, nonché alle proprie ispirazioni poetiche. Il curriculum vitae di Florio d'altra parte, così come la sua bibliografia e la sua vita, ben documentate entrambe, sono sufficienti per accostarlo all'opera di Shakespeare, così come tutta una serie di dati biografici e indizi incrociati.

Tanto che pare proprio che la vera natura dell'operazione Shakespeare fosse il segreto di Pulcinella dell'ambiente letterario dell'epoca.

Il libro manca totalmente di un aspetto fondamentale, ossia dell'analisi e del confronto comparativo fra gli scritti di Florio e quelli di Shakespeare: tuttavia, basta leggersi il libro di uno degli autori della teoria floriana, Saul Gerevini, reperibile gratuitamente qui, per farsi un'idea:
http://www.shakespeareandflorio.net/i...

La tesi è sorprendentemente ben suffragata da diversi dati, alcuni inoppugnabili, e sicuramente assai più coerente rispetto a altre ipotesi inerenti la questione shakespiriana (i dubbi sulla reale identità del Cigno dell'Avon serpeggiano da secoli, a tutte le latitidini e per bocca di molti nomi illustrissimi).

La teoria floriana, che questo saggio supporta, sarebbe però clamorosa, perché finora i candidati alla paternità delle opere di Shakespeare - considerato, ed è difficile e imbarazzante sostenere il contrario, improponibile il Will di Stratford - sono stati sempre individuati fra la nobiltà inglese dell'epoca.

Affermare che la mente dietro le opere di quel meteorite letterario di nome Shakespeare sia stato un oriundo italo-inglese, semidimenticato dalla cultura anglosassone nonostante sia l'uomo che, dopo Chaucher e lo stesso Shakespeare, ha dato più vocaboli alla lingua inglese grazie al dizionario italiano-inglese da lui scritto e che mise in contatto la cultura d'oltremanica con il rinascimento italiano, è ovviamente eresia. Peggio, è assolutamente improponibile, inconcepibile per la cultura anglosassone.

Anche se mi pare, da ignorante, una ipotesi assolutamente solida.

Come si dice, fin qui prove circostanziate che, seppur valide e interessanti, non bastano. Serve la pistola fumante, che per quel che ne sappiamo potrebbe essere sepolta da qualche parte, in un archivio polveroso totalmente ignaro di custodire la bomba atomica della storia della letteratura.
Se, come gli autori suppongono, la vera realtà di William Shakespeare era ben nota nei circoli letterari inglesi dell'epoca - come emerge dai numerosi scambi polemici tra Florio e altri letterati, tutti ben documentati e che costituiscono, a parer mio, la pietra angolare di tutta la teoria - deve essere rimasta qualche traccia a riguardo.

Nell'attesa di novità, rimane comunque il fatto che Will di Stratford non può essere William Shakespeare, per evidenti limiti culturali e biografici. Per gli stessi motivi per cui io o Giacobbo non possiamo diventare Dante all'improvviso.
Accademici inglesi, capisco la difficoltà, ma per una volta nella vostra vita siate seri, orsù.

Il libro è abbastanza superficiale nelle analisi, e si lascia attrarre dalle tautologie, ma è un buon approccio generalista alla questione. Varrebbe due stelle, ma l'ipotesi floriana ne vale da sola 5 o 6. Per approfondimenti: https://www.academia.edu/31443819/Wil...

****

Googlando a seguito della recensione, mi imbatto (il 22/08/2021) in questo articolo di Dagospia del 07/08/2021: https://www.dagospia.com/rubrica-29/c...

Che infatti mi ha spiegato in un baleno come mai la pagina di Wikipedia in inglese relativa alla Florio-Shakespeare connection fosse sostanzialmente imbarazzante a livello di contenuti, riproponendo più che la solidissima teoria floriana la bislacca, fantasiosa e del tutto infondata teoria del Crollalanza, che uno sconosciuto professore di scuola media siciliana ha anni fa propallato inventando sostanzialmente tutto (con gran riscontro mediatico, putacaso).

E così scopro che, unica fra le 87 pagine dedicate a altrettanti possibili candidati (la maggior parte dei quali inconsistenti), la pagina relativa a Florio è stata non tanto modificata, ma totalmente mutilata e stravolta, con l'eliminazione delle parti interessanti lasciando un pastiche incomprensibile che rimanda all'altra teoria, quella palesemente farlocca che fa riferimento al fantomatico Guglielmo Crollalanza siciliano.
Qui la pagina com'era:
https://florioshakespeare.miraheze.or...
Qui la pagina com'è ancora adesso:
https://en.wikipedia.org/wiki/Florian...

C'è del marcio in Gran Bretagna (scusate, ma ci stava a pennello).

Non vedo altra spiegazione se non, in effetti, il fatto che la figura di John Florio sia molto molto ingombrante. Le analogie stilistiche con Shakespeare, il formidabile background culturale in grado di spiegare tutti i moltissimi buchi logici (voragini, più che altro) di cui è cosparsa la tesi stratfordiana, i dettagli biografici, persino gli scambi polemici con gli scrittori inglesi dell'epoca, sono tutti elementi molto forti a sostegno della tesi.

In particolare quest'ultimo aspetto, dato che mi pare che gli studiosi di Florio abbiano dimostrato in maniera inoppugnabile come la famosissima frecciata di Robert Greene sul corvo abbellito di piume altrui che pensa di scuotere le scene dei teatri inglesi (il celeberrimo shake-scene, da sempre utilizzato come dimostrazione dell'esistenza quasi onomatopeica di Shakespeare) fosse inequivocabilmente indirizzata a Florio, come da polemica letteraria ben ricostruita e agli atti.

La quale dimostrazione rimane, se non una bomba, un missile. Che pare abbia colpito dove doveva.
Profile Image for Massimo Steri.
12 reviews
July 31, 2021
Veramente interessante... L'ipotesi è assolutamente documentata e argomentata. Purtroppo non conosciamo la verità ma questo libro probabilmente ci va molto vicino. Shakespeare non può aver scritto tutto da solo.
6 reviews
June 27, 2024
All’università vogliono 20 citazioni bibliografiche per un paper di 10 pagine e qui ce ne sono 15 per 180 pagine, per di più non nel testo. Praticamente sembra di leggere un racconto fantastico, pieno di ipotetici o di fatti dati per veri ma non verificabili… boh
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