Iniziato un po' di tempo fa, ma mollato dopo una quindicina di pagine, quest'anno, forse influenzata dal centenario della fine del primo conflitto mondiale, ho deciso di prenderlo in mano e darle un'altra opportunità. E sono felice di averlo fatto.
Il romanzo inizia con il tipico incipit che ogni fiaba degna di questo nome possiede: “C'erano una volta cinque soldati...”; un inizio fiabesco che in questo caso però è ben lontano dalla realtà che verrà raccontata.
Francia, una domenica di gennaio del 1917, sul fronte della Somme. Cinque soldati per fuggire all'inferno della guerra ed essere rimandati a casa, si feriscono volontariamente alla mano; dopo essere stati scoperti, processati e riconosciuti colpevoli per codardia e mutilazione volontaria, vengono condannati non alla fucilazione come traditori, ma a qualcosa di peggio: l'esecuzione della pena è “lasciata” al nemico, infatti, verranno portati nella terra di nessuno tra le due trincee nemiche e abbandonati lì. Una condanna questa, che i vertici militari ritengono possa servire da esempio per gli altri soldati che avessero in mente fare la stessa cosa.
Due anni dopo, un ufficiale che è stato testimone dei fatti e ha scortato i prigionieri sul luogo stabilito, scrive una lettera a Mathilde (fidanzata di uno dei cinque soldati) chiedendole di incontrarsi. Il reduce, che ormai ha poco da vivere perché gravemente malato di spagnola, le racconta di quel compito ingrato che ha dovuto eseguire; gli consegna le ultime lettere che ognuno di loro ha scritto e che lui stesso ha raccolto per inoltrarle alle famiglie, una fotografia dei cinque condannati, ma soprattutto le dice che molto probabilmente uno dei cinque soldati condannati è sopravvissuto a quell'inferno, anche se non si sa chi possa essere.
Partendo da questa esile traccia, Mathilde, che in cuor suo ha sempre saputo che il suo fidanzato fosse ancora in vita, si mette alla ricerca della verità di cosa accade realmente quella tragica domenica di gennaio del 1917 nella trincea di Bingo Crepuscolo.
Non ricordo bene come questo titolo mi sia entrato in testa e perché abbia desiderato leggerlo; magari ne ho sentito parlare durante l'imminente uscita del film che ne stato tratto; o forse perché è ambientato durante la prima guerra mondiale, periodo che mi appassiona molto e in cui sono stati ambientati altri libri che ho letto precedentemente. Quando l'ho trovato tra gli usati l'ho preso al volo (anche perché ormai è un po' difficile da trovare) ma, nonostante l'entusiasmo iniziale, per un po' di tempo è rimasto tra i libri da leggere perché temevo fosse un po' noioso.
Quanto mi sbagliavo.
Per scrivere questo libro, lo scrittore francese si è documentato per alcuni anni sul primo conflitto mondiale; ha visitato i luoghi dello scontro, ha letto dispacci militari, resoconti, testimonianze, lettere, racconti dei soldati impegnati al fronte.
La domenica del titolo non è altro che la “lunga domenica di fidanzamento” (questo il titolo originale) tra Mathilde e Manech, l'ultima che ha visto in vita il ragazzo sul fronte francese prima che le sue tracce fossero andate perse. Il legame che unisce i due giovani, prossimi alle nozze, è molto forte; ed è proprio questo legame che mette in moto tutta la vicenda. Mathilde, fedele al suo fidanzato, invece di rassegnarsi alla sua morte e andare avanti nella vita, (come le consigliano la maggior parte delle persone) grazie all'informazione ricevuta, inizia nel 1919 una lunga ricerca (che durerà anni) su cosa sia veramente accaduto al suo uomo in quella fredda domenica di gennaio, e soprattutto trovare qualche informazione che le assicuri quel che in cuor suo ha sempre saputo: che Manech è sopravvissuto e lo si deve solo cercare.
Mathilde (detta Matti) è sicuramente uno dei personaggi femminili più incredibili della letteratura mondiale. Nonostante sia molto giovane, costretta su una sedia rotelle sin dall'infanzia a causa di uno sfortunato incidente, non si crogiola nella sua infermità. Di famiglia benestante, è una ragazza molto pratica che detesta la pietà, impedisce agli altri di compatirla, e non considera la sedia a rotelle come un vero e proprio ostacolo. Mathilde è di indole allegra, ama dipingere i fiori e la natura, vive in una bella casa nella campagna francese circondata dai gatti, dai suoi familiari e dalla servitù che per lei sono come un'altra famiglia; è una ragazza determinata, testarda, orgogliosa, che possiede una grande forza di volontà e una tenacia incredibile; non accetta la morte del suo grande amore, lo aspetta, non perde la speranza che possa essere vivo e si mette alla ricerca della verità su cosa sia successo in quella maledetta trincea.
Mathilde, vera protagonista del romanzo, nella sua perenne ricerca della verità ripercorre i fili delle cinque storie per trovare la verità; conosce persone legate agli altri soldati (imbattendosi nella meschinità e ipocrisia di alcuni e nella rispettabilità di altri), mette annunci sui giornali, scrive e riceve lettere, viaggia, riceve ospiti nella casa di campagna dove vive; a poco a poco scava e ricostruisce la vita dei cinque condannati ad una morte insensata per capire cosa sia successo al suo Manech; incontra avvocati, investigatori privati, ex soldati e ufficiali, madri disperate, sorelle sconsolate, vedove scoraggiate, prostitute divenute assassine per amore.
Mathilde, collega gli elementi, elabora nuove teorie e strategie, scova particolari trascurati, coinvolge l'avvocato di famiglia e l'investigatore privato nelle sue intuizioni; nel corso degli anni, anche se le versioni sono contrastanti, non perde la fiducia e lentamente riesce a ricostruire cosa è realmente accaduto quella maledetta domenica dopo che la trincea è stata teatro di un duro scontro tra gli schieramenti opposti. Si convince che sicuramente uno dei cinque è scampato al massacro, e forse non è stato il solo a farlo.
Il lettore è al fianco di Mathilde in questa estenuante ricerca, nei momenti di scoramento, di fiducia, di speranza, quando riannoda o cerca di districare il filo che la lega a Manech.
Manech è un giovane pescatore di Cap Breton, buono e generoso, e quando viene mandato al fronte ha soltanto vent'anni. Soprannominato Bluet (fiordaliso) dagli altri soldati, poiché fa parte dell'ultima “classe” chiamata alle armi composta da giovani che sembrano quasi dei bambini, durante una giornata di combattimento al fronte, dopo lo scoppio di una granata, viene investito dai brandelli di carne e sangue di un compagno colpito; da allora in poi inizia ad avere paura di tutto soprattutto dei rumori forti (oggi questa paura è chiamata sindrome da stress post traumatico, ma in quel periodo questa sindrome non si conosceva ancora); pur di scampare a quella carneficina e tornare subito a casa, Manech prima cerca di avvelenarsi poi di farsi ferire dai tedeschi della trincea di fronte, e infine arriva ad auto – mutilarsi alla mano. Egli in fondo è colpevole solo di aver tentato di scappare da quell'inferno, chiamato guerra (chi lo può biasimare); infatti, quando viene condannato con gli altri quattro e soprattutto durante il cammino verso quella maledetta trincea, qualcosa dentro di lui si spezza inesorabilmente e perde la memoria e la ragione.
Alla storia di Mathilde e Manech si intrecciano le storie degli altri quattro soldati che erano in compagnia di quest'ultimo sul fronte della Somme; le storie dei loro familiari, di altri soldati e ufficiali testimoni, diretti o indiretti, del dramma che ha colpito quei cinque che avevano come unico desiderio quello di scappare immediatamente da quell'orrenda carneficina.
Nel capitolo iniziale conosciamo i cinque condannati solo attraverso il loro numero di matricola, il tipo di ferita che ognuno si è inferto, la loro camminata nel fango; poi, poco per volta, impariamo a conoscerli con il loro soprannome: il generoso falegname Eskimo, il socialista Six Sous, il piccolo criminale Droit Commun, il taciturno Cet Homme, ed infine Manech chiamato Bluet (fiordaliso).
Ogni personaggio minore, dal falegname Bastoche al terrore degli eserciti Célestin Puox, dal tenace investigatore Germain Pire a Tina Lombardi, fidanzata di Droit Commun, meriterebbe un libro tutto suo; quello che si riesce a sapere su di loro, infatti, non riesce a soddisfare pienamente il lettore, (ormai curioso e desideroso di saper di più su di loro) e aumenta solo il rammarico per non poter approfondire le loro vite.
Una lunga domenica di passioni è una intensa storia di coraggio, d'amore, di guerra, d'amicizia, di tragedie personali, di speranza, di follia, il tutto mescolato al “giallo” e al thriller.
Filo conduttore del romanzo, fin dalle prime pagine, è il tema del filo, inteso e scandagliato in molti dei suoi significati e usi: ad esempio il filo del telefono usato per le comunicazioni, il filo inteso come legame che unisce una o più persone a vincoli d'amore o d'amicizia, o il filo che può essere usato anche per mettere fine alla vita di una persona.
Lo scrittore francese Japrisot è una penna dalla scrittura magnetica, che cattura il lettore e lo tiene incollato alla trama dalla prima all'ultima pagina. Un romanzo che parte piano, permettendo al lettore di iniziare a farsi un'idea della storia, poi improvvisamente l'autore cambia registro e il ritmo diviene incalzante e avvincente. Anche il lettore è avvinto, come la protagonista Mathilde, dalla ricerca della verità, dalla soluzione del mistero; ad ogni testimonianza, ad ogni congettura, ad ogni notizia, la trama cambia; quello che si credeva fino a quel momento un attimo dopo è spazzato via, e ricominciano gli interrogativi.
Sébastien Japrisot prende per mano anzi trascina il lettore nel fango delle trincee ed è capace di suscitare in lui i più svariati sentimenti e sensazioni: risate, commozione, tenerezza, speranza, disperazione. Non riuscivo a chiudere il libro, dovevo sapere, scoprire, arrivare alla verità, dovevo risolvere anch'io il mistero sugli accadimenti nella trincea di Bingo Crepuscolo; insomma il libro procede in maniera molto scorrevole e, nonostante fosse incalzante e travolgente, ho centellinato le pagine pur di non finirlo subito.
È stato, inoltre, veramente molto toccante e commovente la parte finale dove Mathilde riesce finalmente, dopo ben sette anni d'attesa, a districare il filo che la tiene legata a Manech e scoprire la verità su quanto è realmente accaduto quella domenica di gennaio del 1917.
Oltre ad essere un mirabile affresco della Francia devastata dalla Grande Guerra, Un long dimanche de fiançailles è un'opera avvincente, appassionante, commovente, imprevedibile, scritta molto bene e con un'ottima ricostruzione storica. Una vicenda originale e straziante che parla, attraverso le storie dei cinque soldati, della disperazione, della paura, dell'inferno di questa devastante e inutile guerra che ha ucciso milioni di persone senza un vero motivo. Un'opera che è una condanna contro la guerra, ai suoi orrori fisici e morali; che pone il lettore di fronte all'inutilità e all'assurdità della guerra, che lo fa pensare a quante milioni di giovani vite sono state spezzate, ai tentativi di sopravvivere a questo grande macello, al dolore dei familiari che aspettano il ritorno a casa dei soldati, alla perdita di identità, alla propaganda inflessibile e implacabile, alla semplificazione della morte, e anche ai reduci che sono riusciti a tornare a casa, feriti e devastati nel corpo e nell'anima, la cui vita non sarà mai più la stessa a causa di tutti gli orrori che hanno visto e vissuto.
Questo romanzo è sicuramente uno di quei libri che devono essere diffusi, pubblicizzati, conosciuti e fatti leggere al maggior numero di persone; un libro che tutti dovrebbero leggere per capire e imparare quanto le guerre siano inutili e devastanti per tutti coloro che ne sono coinvolti, civili o militari che siano.
Restava quel filo, rabberciato con qualunque cosa nei punti in cui si spezzava, che serpeggia lungo tutti i camminamenti, tutti gli inverni, in alto, in basso nella trincea, attraverso tutte le linee fino all'oscuro rifugio di un oscuro capitano per portarvi degli ordini criminali. Mathilde lo ha afferrato. Lo tiene ancora. Esso la guida nel labirinto dal quale Manech non è ritornato. Quando è rotto, lei lo riannoda. Mai si perde d'animo. Più il tempo passa, più la sua fiducia cresce, e la sua attenzione.
“Aspetterò ancora. Aspetterò finché sarà necessario che questa guerra, nel cervello di tutti, sia ciò che è sempre stata, la più immonda, la più crudele, la più inutile di tutte le fesserie.”