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Al vòuşi e altre poesie in dialetto romagnolo

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I versi in dialetto di Pedretti possono suonare più crudi e avere un tono risentito, a volte anche esplicitamente di protesta sociale. Altrove, invece, fanno affiorare piccoli oggetti della vita quotidiana e minimi personaggi attraversati fugacemente dal senso (o dal nonsenso) della vita, pronti a lasciare il posto ad altri oggetti, ad altre presenze umane non meno precarie. Pedretti si dimostra poeta vero in entrambe queste tonalità.

Il volume, curato da Manuela Ricci, dà in calce traduzioni in italiano di tutte le poesie.

238 pages, Paperback

First published January 1, 2007

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Nino Pedretti

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Giovanni Maria Pedretti, detto Nino (Santarcangelo di Romagna, 13 agosto 1923 – Rimini, 30 maggio 1981), è stato un poeta e traduttore italiano.

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Profile Image for Monia Mari.
68 reviews1 follower
July 25, 2021
Pedretti raccoglie le voci lontane del paese - un paese che “non c’è più / e la memoria lo porta / come un palloncino che va / se il vento lo abbraccia” - in una celebrazione di personaggi sgangherati, maltrattati dalla vita (“i purètt”), che ora sono ombre e cenere, ma rivivono appunto nella memoria del poeta.
Gente semplice “ch’la magna i radécc / ma la finèstra / cunténta ad stè l’instèda / si pi néud.” (Che mangia i radicchi alla finestra, contenta di stare, l’estate, con i piedi nudi), la gente di cui è fatto il mondo, ma a cui non si intitolano strade, la gente che si ammala e si ammazza di lavoro, che ha perso tutto ed è vicino alla fine, “néun ch’a sém quéi / ch’u s tòcca muréi” (noi che siamo quelli / a cui tocca morire) ma che ha ancora voglia di campare, una voglia che trova la sua giustificazione anche solo nel sapore dolce di una caramella.
La morte, che tutto porta via, anche le cose da niente come le lucciole del fuoco e le chiacchierate, ossia il poco che è rimasto a chi si è fatto vecchio, “l’è un rogg / ch’e’ dvénta ‘d sas / te fès de silénzi” (è un urlo / che diventa pietra / nel farsi del silenzio).

Sono poesie per lo più molto brevi che evocano malinconicamente il passato attraverso oggetti e luoghi che testimoniano la fugacità della vita e il lavorio inesorabile del tempo, come la scatola dei ditali, che contiene i fili bianchi nei quali si impigliano le mani pazienti della madre e “gli aghi del tempo, che forano tutte le sere”; come la vecchia casa, fasciata di ombre: “i mi mort i è a lè / ch’i sta disdèi” (i miei morti sono lì / che stanno seduti).

Spesso presentano immagini inattese, spiazzanti, struggenti.

“‘Sta lengua di purétt” ci parla di “zenta da gnént” (gente da niente): giovani tisici, puttane, vecchie ruffiane, donne al lavatoio, giocatori di carte all’osteria, vecchi seduti sulle mura, matti…

I matt ti camaréun di manicomi
i guarda féss e’ méur,
i sta dagli òuri
fasend ad nò sla tèsta.
I matt i n’po’ scòrr
parchè i à trop da déi
tott t’una volta.

(I matti negli stanzoni dei manicomi / guardano fisso il muro, / stanno delle ore / a fare no con la testa. I matti non possono parlare / perché hanno troppo da dire / tutto in una volta).

***
Le traduzioni riportate in questo commento sono le mie.
Se devo trovare un difettino a questo libro (trascurabile per chi come me legge l’originale), sono proprio le versioni in italiano a piè di pagina. Mi sembra che si perdano molti colori del dialetto, avrei preferito una traduzione più letterale, a vantaggio di chi non conosce la lingua romagnola. È come se talvolta Pedretti avesse avuto del pudore nel trasportare certe espressioni e il registro della versione originale.
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