Un feroce commando di criminali, si aggira per Roma rapinando e seminando terrore. Senza scrupoli uccidono e picchiano tutte le persone che ostacolano le loro azioni. Il procuratore di Roma dopo l'ennesimo delitto, decide di affidare la caccia dei quattro assassini a un uomo che era stato allontanato dall'Arma. È il capitano dei carabinieri Rinaldo Ferro, una figura che porta con sé la fama di essere violento e insubordinato, ma il suo soprannome è Supermèn, se non è una legenda, poco ci manca. Il capitano accetta l'incarico e riconvoca la sua squadra o quel che ne resta. Insieme ai suoi fidati colleghi, proverà a fermare gli assassini. Il capitano oltre al caso per cui è stato chiamato, vuole chiarire anche quello che avvenne qualche anno prima, dopo la morte di un componente della sua squadra.
Questo libro è l'esordio di Romano e Marco, per me è il suo ottavo libro ed ho ritrovato tutto il suo stile ma enfatizzato. Gli eccessi stilistici di questo inizio carriera, si sono giustamente attenuati con la maturità letteraria. La storia è sempre veloce e ricca di azione, ci sono molti colpi alla Steven Seagal, citato anche nel libro, botte a mani nude, assalti con coltelli, mitragliette Uzi, bambini cresciuti come samurai e molto altro. Sono proprio molte esagerazioni che tolgono credibilità alla storia. Il protagonista è un esperto di arti marziali, anzi qualcosa di più, con una vita trascorsa in Giappone e con esperienze di missioni incredibili. Si percepisce anche la passione dell'autore per i supereroi, tant'è che il soprannome del capitano Ferro è Superman pronunciato in romanesco, e un personaggio così resta scolpito nella memoria del lettore. Anche gli altri personaggi sono ben definiti, ognuno con un ruolo preciso. Tra questi c'è il commissario Laura Damiani già conosciuta in altri libri. Se non conoscessi l'autore, avrei detto che il libro era eccessivo in quasi tutto, invece avendo già letto quello che ha scritto dopo questo primo lavoro, ho potuto apprezzare la sua capacità di prendere le misure.