Ci sono dei libri che è difficile sia votare che recensire, e per tanti motivi. Questo è uno di quelli.
Era da parecchio che volevo leggere il romanzo di Brin, e il gruppo di lettura da lei creato è stata un’ottima scusa. I motivi per cui ci tenevo tanto sono parecchi e legati alle motivazioni più diverse.
Innanzi tutto, questo romanzo è nato da una fan fiction. Proprio così: Ashton una volta era Draco Malfoy, Eleanor Ginny Weasley ecc ecc… Ho letto altri romanzi originali nati da fan fiction e, sinceramente, mi avevano parecchio deluso: troppa poca descrizione, personaggi che si vedeva palesemente essere nati da altra penna (anzi, finivi irrimediabilmente per vederci il personaggio originale, piuttosto che il figlio); tuttavia, conoscendo Brin (il secondo motivo per cui mi sono decisa a leggere questo romanzo. No, state tranquilli, che conosca o meno un autore, non mi lascio mai influenzare nelle mie recensioni!) e sapendo quanto ci aveva lavorato su, ho provato a dare un’altra chance a questo genere. E ho fatto bene. Perché, se non avessi già conosciuto la storia che c’è dietro questo romanzo, non l’avrei mai detto. Vero, la protagonista ha i capelli rossi come Ginny, vero, anche la nostra piccola Weasley è anche troppo coraggiosa, ma queste caratteristiche non sono certo rare in una protagonista. Se c’è una cosa che non manca, in questo romanzo, è proprio l’attenzione all’evoluzione dei personaggi: tutti, nessuno escluso, ha una storia che l’ha portato ad essere in un certo modo e che gli fa compiere determinate scelte; tutti, a seconda dei personaggi che incontrano, cambiano, nel bene o nel male; tutti, a fine lettura, ti restano dentro, che li si odi o li si ami. E io ho davvero odiato con tutto il cuore alcuni personaggi e alcuni comportamenti: ho digrignato i denti per alcune scene (il labirinto: non potrò mai perdonare coloro che hanno preso parte a quella follia!), ho avuto voglia di picchiare con le mie mani Ashton in biblioteca e avrei preso a mazzate Eleanor per essere caduta subito negli occhi di Ashton (perché sono una donna di oggi, certo, ma anche perché non capisco e non capirò mai perché alle donne piacciono i tipi che le trattano in questo modo. No, non cercate di spiegarmelo: ci hanno già provato in tanti senza successo).
A questo proposito, se c’è una cosa che in questo romanzo non manca è la descrizione dei momenti intimi dei due personaggi. Voi che cercate un romanzo erotico, voi che dite che le scene tra Christian Grey e Ana Steele sono ad alto tasso erotico, leggetevi questo romanzo e poi fatemi sapere. Perché qui non c’è una scena tra i due che lascia indifferenti: questo è quello che considero erotismo. Erotismo ma non porno, ed erotismo non fine a se stesso, a quanto detto su.
Obsession è stato considerato un romanzo storico. Ora, non so se l’autrice l’abbia considerato lei tal o se è stata idea di qualcun altro. Ma, sinceramente, io lo definirei piuttosto “a sfondo storico”. Certo, si parla dei giacobiti, gruppo realmente esistente che rivoleva la dinastia Stuart al potere, ed è anche vero che queste vicende sì’intrecciano con quelle dei protagonisti; ma c’è da precisare che non è la conditio sine qua non del romanzo: esso infatti avrebbe funzionato lo stesso se fosse stato ambientato in un altro periodo storico, con altre beghe politiche e altri regnanti considerati usurpatori. Questa puntualizzazione non va a scapito del romanzo o della mia opinione su di esso; anzi, io adoro i romanzi storici o con ambientazione storica e lo trovo un dettaglio fondamentale, per un titolo che, appunto, non è soltanto una semplice storia d’amore tra i due, ma molto di più.
Se devo trovare un difetto, esso è forse proprio l’attenzione all’evoluzione del personaggio che prima ho definito – e lo ribadisco – il punto forte della trama. Perché la puntualizzazione con cui vengono descritti i pensieri dei personaggi diventa ossessione, non solo nel protagonista (e ci sta. Altrimenti non avremmo neanche il libro!), ma proprio nell’autrice di dirci tutto quello che provano i personaggi. Che, per carità, è una cosa buona giusta e sacrosanta, ma che diventa a volte irritante nelle descrizioni delle scene con più alto pathos. In quei momenti, alla mia testa, di cosa sta provando minuto per minuto la protagonista, non frega niente; io voglio soltanto seguire l’azione, vederla. Ma con tutti ‘sti pensieri, io non vedo niente. Anche nei dialoghi, non è esattamente la scelta migliore terminare una battuta di un personaggio con la descrizione di tutti i suoi pensieri: si perde il filo del discorso, soprattutto se si tratta di un botta e risposta serrato. Confesso che in alcuni di questi momenti, ho pensato «E che palle! E lasciami sentire che ha da dire!». Il problema vero, però, si ha nelle scene d’azione: lì serve movimento, adrenalina, periodi brevi e secchi, in cui il cuore del lettore deve palpitare immaginando la scena, non discorsi che riescono a farti salire la tensione, sì, ma solo se comunque non sfociano nel POV; a quel punto si ha invece un effetto decisamente opposto.
Secondo me, questo “problema” dipende da un dettaglio fondamentale – che è anche uno dei motivi di cui sopra per cui ho deciso di leggerlo. Obsession è un’auto-pubblicazione.
Ho letto molte critiche, a proposito di questa pratica, da parte di editor di professione e di semplici lettori “puristi”. A costoro vorrei ricordare che i cosiddetti editori “seri” sono quelli che pubblicano anche Fabio Volo e 50 sfumature di grigio. Alta letteratura e cultura, senza dubbio. Con questo non voglio dire che le auto-pubblicazioni sono tutte da salvare, eh: ci sono le immani schifezze, come le perle, ma è proprio il voler fare di tutta l’erba un fascio che mi irrita: frequento da 13 anni il mondo della scrittura amatoriale e vi posso assicurare che ci sono storie che sono più degne di stare in libreria di tante porcherie che leggo )e altre che andrebbero cancellate dal mondo).
Dicevo, questa è un’auto-pubblicazione: ne consegue, quindi, che non ha dietro il lavoro di un professionista (almeno da quanto ne so) e ciò lo si nota sia da alcuni dei dettagli detti su, sia da quegli errori che potrei definire banali: la presenza di vari refusi, per esempio, o il fatto che vengano usate le stesse espressioni a poche pagine di distanza, quando invece non dovrebbe essere così. Anche l’uso dello stesso termine più volte in una frase risulta a volte essere irritante: certo, in molti casi è anaforico, ma in altri avrei preferito fossero usati sinonimi o espressioni equivalenti.
«Ma guarda che queste cose si trovano anche nei romanzi pubblicati dalle case editrici, eh!» potrebbe dirmi qualcuno, e lo dico pure io. Certo. Ed è per questo che continuo a non capire quale sia il problema dell’auto-pubblicazione (e ad avere sempre meno fiducia nell’editoria attuale). Ma questo è un discorso che non ha senso approfondire qui.
Per concludere, l’ho trovata una bella lettura: interessante e avvincente, nonostante i difetti che ho descritto.