"Casino" è la parola d'ordine, e permea in ogni dove.
Più lungo e corale dei lavori precedenti, qui Filippo ha voluto sondare un altro tipo di narrativa. L'ambientazione è familiare, gretta, provinciale; l'attingere all'accento e alle espressioni linguistiche locali è sia puntuale che di facile ricezione per chi non sia pratico dell'Italia centrale - l'aretino più stretto rimane sempre a un tiro di schioppo dall'Italiano corretto, e quando questa sovrapposizione quasi perfetta vacilla c'è sempre la nota a piè di pagina. Cosa che apprezzo (non avendone bisogno in quanto della stessa origine geografico/linguistica) in grazia dell'odio che ho maturato verso la tendenza contemporanea a pubblicare romanzi dialettali dove l'autore si aspetta che afferriamo senza problemi il lessico specifico agricolo di una comunità montana dell'appennino siculo (esempio).
Il romanzo è un casino dall'inizio alla fine, la gente va e viene, c'è e non c'è, al tempo ambiguamente furba nelle proprie soluzioni, ma sempre e inevitabilmente deficiente; quando qualcosa riesce è più frutto del caso che della volontà del singolo - che in un modo o nell'altro rimane sempre all'oscuro di tutto. E tutto questo è, ovviamente, sottinteso essere un aspetto positivo della trama e della sua scrittura bilanciata, che non perde mai di vista l'obiettivo. Del tutto oscuro al lettore.
E' chiaro che anche nel romanzo più corale debba esistere un personaggio-perno che guida più degli altri il corso degli eventi, e Vasto Devasto non fa eccezione, anche se solo e unicamente per necessità. Per il resto, navighiamo su una zattera di disgraziati.
Buona lettura.