Ale, Casimiro e Tommy, tre ragazzi spiantati dell’estrema periferia di Torino, terra di niente e di nessuno, decidono di organizzare un festival musicale, una mini Woodstock di tre giorni, con il sogno di riscattare per una volta le loro vite e il loro quartiere. L’impresa non si rivela così semplice e il fiasco sembra essere dietro l’angolo. I tre amici devono vedersela con una burocrazia impietosa, politici improbabili e cantanti incredibili, e l’organizzazione del festival sfugge al loro controllo. Tra situazioni esilaranti e umanità ricca di sfumature, questo romanzo è la storia di una passione sincera, di un’amicizia senza fine. E forse il capostipite di un nuovo genere: l’umorismo magico.
Un piccolo, particolarissimo romanzo questo di Vito Ferro. Un romanzo che rappresenta sicuramente un investimento nella sperimentazione delle voci per l'editore Las Vegas. Tre ragazzi nati e cresciuti nella periferia degradata di Torino, ma potrebbe essere quella di qualsiasi altra città italiana. Vite che faticano a trovare uno sbocco, soprattutto una prospettiva di futuro in giorni che si susseguono tutti banalmente uguali tra la ricerca di un lavoro che non c'è e quella di stimoli che sono ancor più latitanti. Poi l'idea: organizzare un festival musicale in un'estate squallida come solo quelle di periferia sanno essere. Inizia così la calata, per questi tre ardimentosi, in un girone dantesco di difficoltà e di scontro con l'ottusità della burocrazia. Permessi, corridoi, funzionari, richieste, soldi. L'impossibilità di tener testa al mostro della pubblica amministrazione eppure la testardaggine di volerci, comunque, provare. Vito Ferro ci racconta cose vere, eppure realizza la magia di calarle in un clima da favola umoristica che all'improvviso diventa una giostra di situazioni che oscillano tra i quadri di Salvator Dalì e la fantasia malinconica di Fellini. E allora ecco che un alcolizzato impenitente si gonfia di alcool al punto da diventare una sorte di pallone luminescente da segnalazione, ancorato con una fune ad un palo. Ecco l'invasione dei sinti con i loro moderni camper carrozzoni. Ecco l'arrivo delle autorità, invocate per ottenere giustizia e poi esorcizzate col versamento di tutto ciò che dal festival si è ottenuto. Ecco la mostruosa carovana di tir neri e lucenti che minacciano un'invasione aliena e la mantengono, se è vero che a bordo di quei veicoli si trova uno dei gruppi musicali più leggendari di sempre. Tra l'evocazione di un caldo asfissiante, di aroma di birra spillata a ettolitri, di sudore, di panini, di folle entusiaste, di marane putrescenti, il sogno dei tre ragazzi si realizza e, insieme, svanisce dopo tre giorni che aprono una falla spazio-temporale tra ciò che è possibile, ciò che appare improbabile e ciò che attiene alla materia delle più rosee speranze. Si sveglieranno, i tre ragazzi, con un'amicizia ancora più salda e una disillusione verso le possibilità della vita ancora più acuta. Una menzione a parte spetta alla figura del coetaneo scrittore, vittima delle proprie paranoie, in guerra contro il sistema editoriale italiano e deciso a sfondare abbandonando manoscritti lungo i binari. Un'idea che di sicuro Vito Ferro non dovrà cavalcare, perché se è vero che il mondo editoriale è alla ricerca di voci originali, la sua non potrà che farsi udire, alta e forte. Come dite? Non è vero che il mondo editoriale è alla ricerca di voci originali? Beh, magari non qui, ma nel mondo di Festival Maracanã tutto può accadere.