3.5 *
Storia di una Cenerentola del Wessex
In un nebuloso mattino di primavera, immersa nel silenzio dell'alba, l'agile figura di una donna, avvolta in uno scialle, percorre la valle dell'Exe, affrettandosi tra i campi con un paniere al braccio.
È con questa immagine, semplice ma pregna delle tipiche suggestioni della campagna inglese, che Hardy ci catapulta ancora una volta nel bel mezzo del suo amato Wessex, per raccontarci la favola di una giovane lattaia alle prese con un incontro che, inaspettatamente, sconvolgerà la sua vita.
L'aura fiabesca, in realtà, permea un po'tutto il libro: l'espediente narrativo della vicenda tramandata oralmente, il tenue romanticismo dell'intreccio, e una serie di altre circostanze, conferiscono infatti al racconto tutto il sapore delle antiche leggende della tradizione anglosassone, con le inconfondibili atmosfere e la bellezza genuina e un po'misteriosa dell'ambientazione campestre.
Margery, questo il nome della protagonista, sembra proprio il tipico personaggio uscito da una di quelle vecchie ballate che, al suono del violino e della cornamusa, allietavano una volta le feste di campagna; quelle stesse ballate su cui proprio lei, in segreto, impara i passi di danza, nell'attesa che un affascinante cavaliere venuto da lontano, la sottragga alla sua vita quotidiana, per condurla al gran ballo, o in mancanza di meglio, almeno al ballo locale dei cavalieri rurali.
C'è tanto, nella romantica Margery, delle più tipiche eroine uscite dalla penna di Hardy: l'ingenuità, la semplicità, e quel pizzico di vanità che guida troppo spesso le più sconsiderate azioni umane; ma prima ancora di ciò, nel suo personaggio, si ravvisa il tratto comune a tutta una categoria di figure femminili letterarie (e non solo) che, assuefatte alla routine di un'esistenza di lavoro e vita domestica, e imprigionate, sia pure idealmente, entro un nido confortevole ma soffocante, si scoprono insoddisfatte e desiderose di qualcosa di più, sia esso l'amore, l'esperienza del mondo, o perché no, anche una semplice avventura fuori dall'ordinario.
Ciò che Margery però non sa è che, come in ogni romanzo hardiano che si rispetti, anche per lei, all'improvviso, arriverà il momento dell'incontro inevitabile col più pericoloso e beffardo degli sconosciuti: il destino.
E proprio il fato, vestendo i panni di un misterioso barone dal passato oscuro, offrirà alla ragazza la via di fuga dalla monotonia quotidiana, trasformandola in una novella Cenerentola, con tanto di abito e carrozza, e dandole finalmente la possibilità di realizzare i propri sogni... almeno fino allo scoccare della mezzanotte (o poco più tardi).
Come in tutte le favole, però, anche in quella di Margery l'incanto prima o poi è destinato a svanire, e l'ignara fanciulla, suo malgrado, sarà costretta a fare i conti con la realtà, con la portata delle proprie ambizioni e, incidentalmente, anche con un impaziente ma assai determinato fidanzato, che di farsi da parte non ha proprio nessuna intenzione.
Intessendo una trama lieve ma, nonostante la brevità, densa di equivoci e colpi di scena, la penna dello scrittore, questa volta insolitamente magnanima, riesce a regalarci, al termine di tante peripezie, perfino un insperato lieto fine. Eppure, sarà paradossale, ma nei romanzi di Hardy, un epilogo lieto lascia forse ancor più amarezza dei suoi proverbiali finali tragici... Probabilmente perché, dietro la facciata di convenzionale felicità, torna a farsi sentire l'irrisolto dilemma di austeniana memoria: ragione o sentimento? Come dire: è preferibile la sicurezza di una vita mediocre e priva di emozioni o la pericolosa instabilità di un'esistenza all'insegna della passione? Un dilemma che, probabilmente, i personaggi di questo racconto non tentano neppure di risolvere, mentre sulle ultime pagine si allunga lo spettro di quelle tipiche scelte umane in cui a volte, anche nella realtà dei giorni nostri, è difficile distinguere il più responsabile coraggio dalla più stolta codardia.
E al termine della lettura resta il dubbio che, forse, quella conclusione dolce-amara, paia tanto più insoddisfacente semplicemente perché tanto più simile alla vita reale.