Tu, dello scrittore curdo Mehmed Uzun, è un romanzo che ben testimonia l’importanza della lingua e della letteratura, per la sopravvivenza dell’identità culturale di un popolo. Soprattuto se questo è vessato e la sua esistenza è messa di continuo a rischio a causa di politiche assimilazioniste di smisurata potenza e ferocia. E purtroppo bisogna dire che è questo ciò che è accaduto in Turchia per molto tempo e che – sotto altre forme – ancora continua.
Come lucidamente afferma Uzun, la più marcata specificità dei curdi, ciò che più li distingue dal resto delle popolazioni con cui condividono i territori, non è tanto il fatto di essere indo-europei (poiché anche gli iraniani lo sono), quanto la loro lingua (e il bagaglio di tradizioni orali e scritte ad essa legato). E non è un caso che proprio qui lo stato turco – da Ataturk in poi – ha tentato di colpire più duramente, al fine di indebolire l’identità nazionale curda, per non permetterle rivendicazioni indipendentistiche, preservando l’unità territoriale turca.
Quando Uzun, ormai in esilio in Svezia, negli anni ’80, scrive Tu, ogni utilizzo pubblico della lingua curda è proibito ed essa non può nemmeno essere insegnata nelle scuole. Questo approccio repressivo ha portato ad un prolungato mancato sviluppo di una letteratura nazionale contemporanea e – al tempo stesso – ad una perdita di conoscenza e di modernizzazione della lingua, purtroppo unita anche alla inevitabile estinzione di racconti e tradizioni orali.
E così è da questa problematica che Uzun, padre della letteratura curda contemporanea, prende ispirazione, per fare della lingua lo strumento di resistenza e rivolta, ma anche lo strumento che possa permettere la sopravvivenza del suo popolo. Perché, quando la lotta è impari sul piano politico e militare, ciò che si deve fare è continuare ad esistere, senza consentire che l’altro ci cancelli dalla storia. Dunque, diviene necessario riscoprire, riformare e perpetuare la propria identità. E questo è stato possibile non solo all’interno delle famiglie, nelle quali gli anziani e le madri hanno tramandato e insegnato quanto più è stato possibile lingua e costumi alle nuove generazioni, ma – sorprendentemente – è avvenuto anche e soprattutto nel luogo in cui il governo turco credeva di estinguere tutte le voci dissidenti: il carcere. Perché è proprio lì che gli intellettuali curdi hanno potuto confrontarsi su tematiche politiche, letterarie, tradizionali, riorganizzando il proprio agire e la propria lingua.
Ed è per raccontarci tutto questo che Mehmed Uzun ha poi scelto di scrivere, in un romanzo semi-autobiografico, l’esperienza di un ragazzo, imprigionato a causa dei libri e di una poesia in curdo trovati in suo possesso, durante una perquisizione notturna nella sua casa.
Così, Tu è ambientato in una cella del carcere di Diyarbakır, la più importante città curda sul suolo anatolico. E, purtroppo, è una triste successione di ingiuste angherie e torture, subite per la sola colpa di esistere, di rappresentare una minoranza, in un paese che, costantemente, nega la pluralità – di fatto – della sua composizione (negli anni recenti, qualche miglioramento c’era stato, e questo va detto, ma va altresì detto che qualche timida concessione non è sufficiente e che dal tentato golpe del 2015 si sono fatti dei passi indietro, rispetto ai timidi progressi dei primi anni 2000).
I soprusi commessi nel tristemente famoso carcere N°5 di Diyarbakır fanno ribollire il sangue e reclamano giustizia ma, come ho detto, la prigionia nei momenti di tregua, si può trasformare in scuola. E viene ben mostrato nel romanzo. Il protagonista incontra professori universitari, in grado di spiegargli bene il contesto storico, economico e sociale del Kurdistan, anziani che gli raccontano storie tramandate di generazione in generazione e compagni con i quali parlare la lingua materna e condividere l’esperienza carceraria, senza completamente avere l’animo annichilito. Saranno i giovani, una volta usciti dal carcere, a doversi organizzare e a dover portare la fiaccola dell’impegno politico e dell’intellighenzia, per il bene della loro gente. Uzun lo fece iniziando a scrivere e diventando un rinomato intellettuale, altri lo fecero fondando il PKK.
Ma la forma romanzo, per l’autore, davvero non è qui solo denuncia. E’ di più. I capitoli ambientati in prigione sono intervallati da altri capitoli, in cui il protagonista, una volta finito in cella di isolamento, racconta ad un insetto la sua vita passata. E questo è un espediente che lo scrittore utilizza per poter tramandare, tramite le pagine del suo libro, usi e costumi curdi alle future generazioni. E trovo più rivoluzionario scrivere per questo, per sopravvivenza culturale, che tanti altri atti – magari violenti – che si possano compiere. Il Kurdistan – secondo la visione di Uzun – deve esistere prima di tutto tra le pagine della storia, per poter esistere nella storia futura. Ed è così che oltre al carcere, agli usi e ai costumi, l’autore dedica un bel capitolo anche alla città di Diyarbakır, che per lo scrittore deve diventare, per gli scrittori curdi, ciò che Parigi, Mosca, San Pietroburgo e Londra sono state per le rispettive letterature nazionali.
Un progetto ambizioso. Ma che sta avendo risultati e sta portando – negli anni – alla pubblicazione di tanti libri curdi, che parlano di curdi. E forse è questa la più grande vittoria, per adesso.
Altra idea è – poi – quella che si nasconde dietro il titolo del libro, Tu. Vi sono vari motivi. Prima di tutto l’autore racconta i capitoli della prigionia in seconda persona, tecnica utilizzata per creare un distacco tra la sua esperienza e quella del protagonista, senza dover usare la troppo personale prima persona e la troppo impersonale terza persona. Una via di mezzo, proprio come il libro è una via di mezzo tra autobiografia e invenzione. In secondo luogo, Tu è anche l’espressione dell'”altro”, in questo caso lo scarabeo compagno di cella e “ascoltatore”, che con la sua presenza fornisce un’appiglio esistenziale al protagonista, prostrato dalle botte e dai giorni in isolamento. Ed infine, Tu perché chi scrive vuol rivolgersi, con calore, alla persona di cui sta parlando, che rappresenta e vive un ingiustizia che non solo ha coinvolto l’autore, ma che potrebbe colpire ogni ragazzo curdo.
Insomma, è un libro importante, questo romanzo di Mehmed Uzun, basato su un’idea nobile e scritto per una causa giusta. Uno scritto che ha preso il kurmanji (la varietà di curdo parlata in Turchia) e lo nuovamente reso lingua letteraria, fornendo una traccia e un esempio che sono stati fortunatamente seguiti. Ed anche se magari là fuori esisteranno romanzi migliori (anche dello stesso Uzun, dice la prefazione), il valore di queste pagine è inestimabile. E poi, sinceramente, a me è piaciuto così com’è. Semplice, ambizioso e pregno di buone intenzioni.
Questo è il primo romanzo curdo ad essere stato tradotto direttamente dal kurmanji all’italiano, ed è stato portato in Italia grazie ad una collaborazione tra l’ISMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) e l’Istituto Internazionale di Cultura Kurda, che ringrazio tanto e che invito a continuare la opera di diffusione.