Immerso nel freddo
“Voglio essere il capo dei pazzi, degli innumerevoli geni apocrifi, degli squilibrati che non riescono a entrare nei centri di spiritismo e nelle cellule bolsceviche... Questi imbecilli...e glielo dico perché ne ho l'esperienza... una volta ben rigirati...infiammati quanto basta, sono capaci di eseguire azioni che a lei farebbero venire la pelle d'oca. Letterati da bar. Inventori di quartieri miserabili, profeti di parrocchia, politici da caffè e filosofi da sede di dopolavoro saranno la carne da cannone della nostra setta”.
Per Roberto Arlt follia e angoscia sono la stessa cosa. Forse per questa ragione, la sua vita è stata così tormentata e breve e piena di privazioni e sofferenza, fino a che un giorno è morto per il cuore e tutto è finito. La sua vita era stata lavoro, giornalismo tantissimo, e di alta qualità, viaggiava, osservava, leggeva e scriveva, e poi il meccanico, l'imbianchino, il portuale, il commesso, l'inventore: un vagabondaggio che ha condiviso con sottoproletari, piccoli delinquenti, prostitute, popolane sfinite, ragazzi di strada, insomma il popolo umiliato, marginale. Parlando il lunfardo con accento da immigrato, il gergo dei malevos, i malavitosi dei bassifondi portegni, un linguaggio praticato per contatto, perché “sono cresciuto a Villa Luro, tra povera gente e malavitosi, e realmente non ho avuto tempo di studiare queste cose”, linguaggio che è un conglomerato, una marea di idioletti e voci, un magma incontenibile, che suscita tanta ammirazione e approvazione e rispetto. In Cortàzar, che vide in Arlt un maestro per la “capacità di trasformare in ricchezza l'assenza di scuola”, per il suo istinto infallibile nel cercare la conoscenza nelle tenebre, per quella generosità esistenziale che rimanda a Dostoevskij, per i suoi diseredati, folli e deliranti, capro espiatorio, imbroglioni e briganti, traditori crudeli, tristi fuorilegge, in una profetica e frammentaria apocalissi. Le tracce della vocazione alla scrittura sono nascoste nel suo soliloquiare, è scrittura per umiliarsi, per screditarsi, per rabbia e disgrazia, dislavoro, incoerenza, sconclusionatezza, impassibile disperazione di fronte a eventi tragici, fantasia notturna, è masochismo, gusto per la sofferenza; la verità è che scriveva come se volesse rovinarsi la vita, ricorda Ricardo Piglia evidenziando che il suo stile cattivo e criminale, perverso e alchemico si dispiega in un altrove sotterraneo, un contromondo da incubo dove Buenos Aires si rivela città notturna e angosciosa, gloria e tormento, il rovescio di una capitale. E in questo abitare l'immaginazione di atmosfere cupe e stranianti Arlt è un fondamento. Del resto, si è scritto che “unire Borges e Arlt è una delle utopie della letteratura argentina e il tentativo è rintracciabile in Cortázar e Marechal, e molto chiaro in Onetti”. Quanto è stato quindi stimato e amato questo autore fuori posto, dislocato, contraddittorio ed estremo, è cosa ben visibile e nota; la sua biblioteca era intoccabile e c'era spazio per Nietzsche, Plutarco e naturalmente la Bibbia. La critica riconosce nella sua unicità singolare un mescolamento formale di popolare, cronaca nera, avanguardia, un “cubismo espressionistico e apocalittico”. Arlt è periferico e remoto come la sua Buenos Aires, sempre sul punto di trasformare se stessa in una alterità inedita e eccentrica, attraverso una rivoluzione fondata su una rete di bordelli, un'eversione a partire dall'economia del piacere. Borges scrisse che Arlt ha una specie di forza sgradevole nel suo essere ruvido, trascurato, approssimativo, quello scrivere male che risulta però inimitabile e non riproducibile perché originato non da una imitazione ma da una mutazione, un sovvertimento terribile e inquietante del pensiero e del senso. Mai soggetto a spiegazione. In direzione di un realismo delle verità. La visionarietà di un progetto grottesco e irreale nasce dalla tragedia della realtà, dalla sfiducia nel presente e nella parola, dall'infelicità della vita: il rischio del carcere, l'abbandono della moglie, l'umiliazione del rivale, l'abisso e il delirio arido e silenzioso: solitudine, alienazione, perdita di identità, disgregazione del soggetto. “Ed Erdosain, via via che avanzava, pensava alla sua vita come se fosse quella di un altro, cercando di capire quelle forze buie che gli salivano su dalle radici delle unghie fino ad accalcarsi nelle sue orecchie come il simùn”. Arlt mise insieme le sue ossessioni personali nel contesto sociale, alla vigilia di un golpe che segnò tragicamente il suo paese, come un sinistro presagio di un futuro sempre più minaccioso: il denaro, la passione per la tecnica, il disprezzo per l’avida meschinità borghese, il terribile rapporto col padre e quello difficile con le donne, il tentativo di affrancarsi da una vita misera e infelice. Le azioni dei personaggi di Arlt hanno spesso una configurazione mostruosa: il suo sguardo vide nel mondo qualcosa di assurdo e irrazionale, di complesso e primitivo, una violenza endemica e contagiosa, un orrore immorale e una corruzione piena di odio, insensibile e infernale per l'essere umano. A questa ombra oltraggiosa e funesta, Arlt oppose per antitesi una critica sociale feroce e spietata della città, un'eresia caotica e oscura nel deserto, un teatro di maschere nel quale nessuno sa dove sta andando, tutti cercano di soddisfare meraviglie impossibili, ciascuno si riscopre sopravvivente tumultuoso e audace, desideroso di agire in una anarchia di rivelazione, onestà e peccato. La ribellione ha qualcosa di assoluto, di totale, è destinata a fallire perché individuale e solitaria, esistenziale e disperata, da realizzare con il ricorso sistemico alla menzogna metafisica e l'incosciente religiosità di un innocente miscredente.
“Credevo che l'anima mi fosse stata data per godere delle bellezze del mondo, la luce della luna sopra il bordo color arancio d'una nuvola, e la goccia di rugiada che svolge la sua trama sopra una rosa. Non solo, quando ero piccolo, ho sempre creduto che la vita dovesse riserbarmi un avvenimento sublime e bello. Ma, via via che esaminavo la vita degli altri uomini, scoprivo che vivevano nella noia, come se abitassero in un paese costantemente sotto la pioggia, nel quale le cateratte d'acqua gli lasciassero sul fondo delle pupille intercapedini d'acqua che gli impedissero di vedere le cose. E capivo che le anime si muovevano sulla terra come i pesci prigionieri in un acquario. Dall'altra parte dei muri di vetro verdastri vi era la vita bella, altissima, che cantava, nella quale tutto sarebbe stato diverso, forte, molteplice, e nella quale i nuovi esseri, figli di una creazione più perfetta, coi loro bei corpi, avrebbero saltato in un'atmosfera elastica”. Erdosain mi diceva:”E' inutile, devo scappare dalla terra”.