[la tesi principale]
Per ogni agire ci vuole oblio: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità.
[...] c’è un grado di insonnia, [un limite massimo] di ruminazione, [una soglia] di senso storico, in cui l’essere vivente riceve danno e alla fine perisce, si tratti poi di un uomo, di un popolo o di una civiltà. [...] [un] limite in cui il passato deve essere dimenticato, se non vuole diventare l’affossatore del presente [...].
[una specie di sapere intorno alla cultura]
[...] l’uomo moderno si porta in giro un’enorme quantità di indigeribili pietre del sapere, che poi all’occorrenza rumoreggiano puntualmente dentro di noi, come avviene nella favola. Con questo rumoreggiare si rivela la qualità più propria di questo uomo moderno: lo strano contrasto di un interno a cui non corrisponde nessun esterno, e di un esterno a cui non corrisponde nessun interno [...]. La nostra cultura moderna non è niente di vivo proprio per questo [...] vale a dire essa non è affatto una vera cultura, ma solo una specie di sapere intorno alla cultura. [...]
Noi moderni infatti non caviamo niente da noi stessi; solo riempiendoci e stipandoci di epoche, costumi, arti, filosofie, religioni e conoscenze estranee, diventiamo qualcosa di degno di considerazione, ossia enciclopedie ambulanti.
[...] qual mezzo resta ancora alla natura per dominare ciò che si stipa troppo abbondantemente? Solo il mezzo di riceverlo con la maggior facilità possibile, per subito eliminarlo ed espellerlo di nuovo. Ne nasce un’abitudine a non prendere più sul serio le cose reali [...].
[...] alla fine si diventa all’esterno sempre più indulgenti e comodi, e si allarga il pericoloso abisso fra contenuto e forma fino all’insensibilità per la barbarie, purché la memoria venga eccitata sempre di nuovo, purché vi affluiscano sempre nuove cose degne di essere sapute.
[impotentia: la critica senza effetto sulla vita e sull’agire]
[...] qualunque cosa si faccia di buono e di giusto, come azione, come poesia, come musica, subito lo svuotato uomo cólto passa sopra all’opera e si informa sulla storia dell’autore [che] subito viene paragonato ad altri, viene sezionato e squartato [...]. L’eco risuona istantaneamente: ma sempre come «critica» [...]. Non si giunge mai a un effetto, ma sempre e solo a una nuova «critica»; e la critica stessa non produce a sua volta nessun effetto, ma viene soltanto fatta oggetto di nuova critica. [...] si chiacchiera sì per qualche tempo di qualcosa di nuovo, ma poi ancora di qualcos’altro di nuovo, e si fa nel frattempo ciò che si è sempre fatto. La cultura storica dei nostri critici non permette affatto ormai che si giunga a un’efficacia in senso proprio, ossia a un’efficacia sulla vita e sull’agire; mai la loro penna critica cessa di scorrere, giacché essi hanno perso il potere su di essa, e ne vengono guidati più che non la guidino. Proprio in questa smoderatezza dei loro sfoghi critici, nella mancanza di dominio su se stessi, in ciò che i Romani chiamano impotentia, si rivela la debolezza della personalità moderna.
[un’onesta fame e sete]
[...] l’elemento caratteristico nella cultura dei veri popoli civili: che la cultura può svilupparsi e fiorire solo dalla vita, mentre presso i Tedeschi essa viene appuntata come un fiore di carta o viene versata sopra come un’inzuccheratura, e perciò è destinata a rimanere sempre menzognera e sterile. Ma l’educazione della gioventù tedesca prende le mosse proprio da questo falso e sterile concetto della cultura: la sua meta, pensata in modo molto puro e alto, non è affatto il libero uomo cólto, bensì il dotto, l’uomo di scienza, e precisamente l’uomo di scienza utilizzabile al più presto possibile, che si pone in disparte dalla vita per riconoscerla più chiaramente; il suo risultato, visto in modo molto empirico e corrente, è il filisteo storico-estetico della cultura, il saccente e aggiornato cicalatore sullo Stato, sulla Chiesa e sull’arte, il sensorio per mille specie di sensazioni, lo stomaco insaziabile, che tuttavia non sa che cosa sia un’onesta fame e sete.
[conseguenze del trionfo dell’interiorità e scacco dell’agire]
Mentre non si è mai parlato così sonoramente di «libera personalità», non si vedono affatto personalità, e tanto meno libere, ma solo uomini uniformi timorosamente celati. L’individuo si è ritirato nell’interno: da fuori non se ne vede più nulla.
[...] sembra quasi che il compito sia di sorvegliare la storia perché niente ne esca se non appunto delle storie, ma nessun evento!
[...] di impedire che attraverso di essa le personalità divengano «libere», ossia sincere verso di sé, sincere verso gli altri, nella parola e nell’azione.
Sicuro, si pensa, si scrive, si stampa, si parla, si insegna filosoficamente – fino a tal punto è permesso quasi tutto; solo nell’agire, nella cosiddetta vita è diverso: qui è permessa sempre una cosa sola e ogni altra è semplicemente impossibile.
[il giusto]
[...] nessuno ha diritto alla nostra venerazione in più alto grado di colui che possiede l’impulso e la forza della giustizia. Giacché in essa si riuniscono e si celano le virtù più alte e rare, come in un mare insondabile, che da tutte le parti accoglie fiumi e li inghiotte in sé.
[...] il mondo sembra pieno di persone che «servono la verità»; e tuttavia la virtù della giustizia esiste tanto di rado, ancor più di rado è riconosciuta e quasi sempre è odiata a morte, mentre la schiera delle virtù apparenti ha ricevuto in ogni tempo onori e pompe.
[divulgazione scientifica]
[...] se vorrete promuovere la scienza con la maggior rapidità possibile, la distruggerete anche con la maggior rapidità possibile, come vi perisce la gallina che artificialmente costringete a deporre le uova troppo rapidamente. Bene, negli ultimi decenni la scienza ha progredito con sorprendente rapidità: ma guardate ora anche gli scienziati, le galline esaurite. [...] essi possono soltanto schiamazzare più che mai, perché depongono uova più spesso: per la verità anche le uova si sono fatte sempre più piccole (benché i libri si siano fatti più grossi). Ne viene, come ultimo e naturale risultato, la «divulgazione» [...], cioè il famigerato tagliare la giacca della scienza sul corpo del «pubblico promiscuo».
[critica della filosofia hegeliana & dintorni]
La vigna del Signore! Il processo! Alla redenzione! Chi non vede e non sente qui la cultura storica – che conosce solo la parola «divenire» – camuffarsi intenzionalmente in un mostro parodistico, e dire su se stessa, attraverso la grottesca smorfia che mostra, le cose più petulanti? Giacché che cosa pretende veramente dai lavoratori nella vigna quest’ultimo furbesco appello? In quale lavoro devono andare avanti di buona lena? O formulando diversamente la domanda: che cos’altro ancora ha da fare l’uomo fornito di cultura storica, il moderno fanatico del processo, che nuota e affoga nel fiume del divenire, per vendemmiare un giorno quella nausea, la deliziosa uva di quella vigna? – Egli non ha da fare altro che continuare a vivere come ha vissuto, continuare ad amare ciò che ha amato, continuare a odiare ciò che ha odiato e continuare a leggere i giornali che ha letti; per lui esiste solo un peccato – vivere diversamente da come ha vissuto.
[la cultura può essere qualcosa d’altro che decorazione della vita]
I Greci impararono a poco a poco a organizzare il caos [dell’inondazione delle cose straniere e passate: di forme e di idee straniere, semitiche, babilonesi, lidiche ed egizie (...)], concentrandosi, secondo l’insegnamento delfico, su se stessi, vale a dire sui loro bisogni veri, e lasciando estinguere i bisogni apparenti.
È questo un simbolo per ognuno di noi: ognuno deve organizzare il caos in sé, concentrandosi sui suoi bisogni veri. [...] comincerà allora a capire che la cultura può essere ancora qualcosa d’altro che decorazione della vita.
[...] il concetto greco della cultura [...] come una nuova e migliorata physis, senza interno ed esterno, senza dissimulazione e convenzione, [...] come un’unanimità fra vivere, pensare, apparire e volere.
[gioventù]
[...] la missione [della] gioventù [...] consiste nello scuotere le idee che questo presente ha della «salute» e della «cultura», e nel generare scherno e odio contro così ibridi mostri concettuali; e il segno di garanzia della propria salute più robusta è proprio questo, che essa, cioè questa gioventù, non può neanche usare, per designare la propria natura, nessun concetto, nessuna parola settaria fra le correnti monete-parola e monete-concetto del presente, e viene invece convinta solo da una forza in essa attiva, che lotta, stacca e divide, e in ogni ora buona da un sempre accresciuto sentimento della vita.
[la tesi principale, II]
[...] che l’uomo impari innanzitutto a vivere, e usi la storia solo al servizio della vita appresa.