Sono ancora talmente rimbambita, emozionata, frastornata, che non so nemmeno da dove iniziare.
Orfana felice e infelice di un libro finito.
Infelice perché resto indecisa su cosa iniziare, adesso, tra i diversi nuovi acquisti e le new entry della biblioteca, consapevole che, aimè, niente sarà come ritrovare il commissario Veneruso; felice perché sento adrenalina al solo pensiero che questo è solo il primo romanzo della serie, che me ne restano altri da cercare e leggere.
Insomma, WOW!
Ti ho scoperto, Diego Lama, chiunque tu sia, e adesso non ti lascio più. Quello che ho letto è stato troppo, troppo bello. Un romanzo perfetto, nel quale l’ingegno e il brivido del giallo si mescolano all’atmosfera di una città che amo molto, Napoli, nel complesso anno 1884, quando la peste miete, ogni giorno, un numero crescente di vittime.
Il giallo, la vivacità e la coloritura della città partenopea, il fascino del passato…ebbene, lo sentite il “profumo” di Maurizio de Giovanni? Io sì, è questo che ho immediatamente pensato leggendo la trama e penso che questo è ciò che abbiano pensato molti lettori. In realtà, se non consideriamo il comune risultato brillante, le analogie fra i due si fermano qua. Il commissario Veneruso è ben lontano dall’immagine del taciturno, fine e quasi “poetico” commissario Ricciardi di De Giovanni: è un omone collerico e grossolano, irritabile e vizioso che, soprattutto all’inizio del romanzo, non fa che alzare la voce risultando intrattabile e insopportabile a tutti, indagati e colleghi. E non ha nessuna “Enrica” ad osservarlo ogni sera alla finestra, è un uomo solo negli affetti anche immaginati e l’unico “sfogo” che si concede è la visita a una prostituta di una casa chiusa, seppur nel romanzo, l’atto nemmeno venga consumato da quanto, in quel momento, i suoi pensieri, derivati dall’indagine il corso, gli annebbino la mente. E l’indagine a cui Veneruso è chiamato a indagare è terribile: sulla spiaggia delle Trecorone, vicina al porto, vengono rinvenuti i corpi straziati di quattro ragazzine che, si scoprirà, sono tutte orfane ospitate in un grosso convento di suore nel cuore della città. I topi hanno devastato il loro corpo al tal punto che risulta difficile capire se le ragazzine hanno subito violenza sessuale. Veneruso intuisce che, per capire che cosa è accaduto, deve partire dal convento e lì si scontra con un mondo falso e vizioso, nel quale fatica e non poco a capire di chi può fidarsi e di chi no. Nel frattempo anche altri crimini, quotidiani e non meno brutali, affamano la Napoli già devastata dal colera, e Veneruso ci cammina in mezzo con gran coraggio, osservando, interrogando, stuzzicando, aprendosi la strada alle intuizioni che gli consentiranno di risolvere i delitti delle Sirene, così come vengono denominate le ragazzine. Perché, seppur collerico, Veneruso è dotato di una qualità straordinaria: è particolarmente intuitivo. Man mano che la lettura prosegue, la sua profonda umanità, nascosta da chili di rabbia e da decine di sigari, emerge sempre di più, portando il lettore ad innamorarsi di questo omone burbero e perspicace. Sino a quando, a lettura conclusa, ci si sente orfani di lui!
Al di là della storia gialla, la parte storica del romanzo è magnificamente costruita, perché la Napoli di fine 1800 la senti e la vedi attorno a te, nella sua giocosità e nella sua miseria. E attorno a te avverti la disperazione e la desolazione causate dall’avanzare del colera, evidenti ad esempio in quel passaggio in cui Veneruso visita l'ospedale della Conocchia, col fazzoletto alla bocca, per vedere come sta il suo giovane collega Serra. Mi è anche molto piaciuto, in Veneruso e negli altri personaggi, questo continuo comunicare con gli occhi, questo cercarsi e rispondersi, nei momenti più delicati, attraverso uno sguardo, quasi nei momenti critici la necessità di favellare fosse superflua, persino in un libro…comunicare con lo sguardo e dirlo al lettore, un gioco bellissimo che rende tutto ancora più vero e più reale!
In conclusione, ora che sto commentando il libro, mi rendo conto che le analogie con la penna e le storie di De Giovanni sono forse più numerose di quanto immaginassi. E io amo questo genere di romanzi che ci svelano, con potente umanità, i vizi comuni agli uomini di ogni epoca, rendendoli tutti maledettamente e meravigliosamente umani.
In definitiva, che bella scoperta per la Dolceluna lettrice!