La prima edizione (1879) della vicenda di Giacinta, ossessionata dai sensi di colpa per la violenza subita da bambina. Giudicato immorale e "immondo", il romanzo fu modificato nelle edizioni successive dall'autore (1839-1915).
Luigi Capuana was an Italian author and journalist and one of the most important members of the Verist movement. He was a contemporary of Giovanni Verga, both having been born in the province of Catania within a year of each other. He was also one of the first authors influenced by the works of Émile Zola, French author and creator of Naturalism.
Cosa sarebbe stata la vita della povera Giacinta se, ancora bambina, la vita non le avesse riservato un destino così crudo e brutale? Avrebbe percorso le strade percorse da tante altre donne sue pari scegliendo la quiete di un comune matrimonio? Avrebbe condotto una vita sregolata? Scelto di non indulgere all'amore? Di non condurre la doppia vita di chi prende un marito consenziente e cieco per poter poi riversare il proprio sentimento solo sull'amante? Domande che rimarranno senza risposta, se non nella fantasia del lettore. Forse, peraltro, il tema si sarebbe meglio prestato a una narrazione da puro Romanticismo, capace di esaltare la complessità psicologica della vicenda, più che a una scrittura da Verismo, precisa, ma troppo fredda per simili tematiche.
Scrivono i critici che in questa Giacinta c'è Dumas fils, c'è Balzac, c'è senza dubbio la Madame Bovary, c'è Zola a cui viene dedicato il libro e l'amico Verga a cui vengono chiesti consigli per la stesura (e lui parlerà addirittura di un nostro romanzo). Eppure c'è una "crudezza di colorito" che Balzac non avrebbe avuto, non c'è scientificità e distacco oggettivo soprattutto negli ultimi capitoli, in cui Capuana partecipa a fianco della sua eroina scordandosi le intenzioni naturalistiche.
Capuana è insomma uno scrittore appassionato, che ha grandi ambizioni ma sa di non essere il migliore e quindi si flagella e si arrovella nell'imitazione e adulazione dei suoi amici scrittori e grandi miti letterari. In quel periodo andava di moda lo scrivere verista e lo studio dei casi patologici di donne nevrotiche, e lui scrive la sua Giacinta richiamando i maestri francesi e l'amico Verga, da bravo scolaro. Tènere le lettere inserite alla fine di questa edizione, in cui si profila un Capuana intimorito che spera di rendere un poco orgoglioso l'amico Giovanni; e Verga risponde in maniera paternalistica: complimenti, bel libro, "ha superato le mie aspettative", sono fiero di te, ma troppo cruda quella scena, brutta quella parola, "troppo coscienzioso" il tutto, non avrai consenso del pubblico. Ecco quindi il pudico scolaretto che va subito a correggersi, castrandosi, correggendo quelle scandalose descrizioni di uomini-belve, quel Beppe "minchione" dalle "voglie animali", quel "compiacimento malsano" che la Giacinta prova dopo lo stupro. Ah, le parti tagliate sono decisamente la componente più vera e sincera del libro. Grazie ai critici che hanno ripubblicato questa prima edizione con tanto di confronto con le successive, edulcorate e politically correct. A noi piaci così, caro Luigi, quando sei verace anche se non pienamente verista, quando esprimi te stesso pure con un po' di sentimentalismo. Meglio imperfetto che perfetta copia di Flaubert...
4 stelline solo per le descrizioni scabrose, per aver scandagliato l'animo umano e le sue contraddizioni anche nelle situazioni più inverosimili, e per l'uso di "rimminchionito".
Irgendwie unterhaltsam aber hat sich sehr oberflächlich gelesen. Man hat keinen der Charaktere wirklich kennengelernt und vieles wurde nur angekratzt und im Vorbeigehen erwähnt. Etwas mehr Detail hätte der Story mehr Tiefe und Dimension verliehen. So habe ich nicht wirklich mitgefühlt und so wirklich Spaß gemacht hat das Buch nicht.
... Per lei, era come bagnarsi dalla testa ai piedi in un tepore autunnale, un respirare a pieni polmoni l'aria libera in riva al mare, un sentirsi compenetrare il sangue da correnti balsamiche.
Giacinta è un romanzo poco conosciuto; le intenzioni di Luigi Capuana, penso, sono state diverse quando lo scrisse. Il fatto che una giovane donna, negli ultimi anni del XIX secolo, fosse stata violentata, non aveva il diritto di scegliere di intendere o volere, risultava davvero scandaloso. Quello di Capuana è stato infatti quel tentativo di seguire i canoni zoliani. Un tentativo che miseramente fallisce in cui l'analisi patologica dovrebbe costituire l'argomento principale del romanzo. Quanto le mie considerazioni al riguardo e dar loro un'identità più definita e non più influenzata da un quarto di secolo di vita a fianco di amici d'inchiostro dalle mille sfaccettature, diventa sempre più evidente il mio desiderio di accrescere il mio bagaglio letterario con la lettura di tanti altri classici. Capuana mi aveva presentato la sua Giacinta come una banalissima ragazza di cui non molti sono riusciti a prendere in considerazione. Nel giro di una manciata di giorni sarei tornata nella mia città natale. Che altro avrei dovuto fare se non creare un progetto, un'idea che mi permettesse di giudicare Giacinta come si deve? Eppure la visione scorta da questa Giacinta, quella cioè di otto anni fa, quella di una me un pò meno matura e avvezza a questo tipo di riflessioni, sfidando l'ipocrisia della società borghese dell'epoca, ma finendo per esserne vittima, affondando le radici nella vacuità, nell'ipocrisia di certe apparenze e il peso di certe convinzioni, fu determinante nel ritrarre la vita - o la morte?! - di una vita deteriorata dal trauma e dall'incapacità di trovare la pace. Così immortale nella sua cruda violenza, in quelle conseguenze psicologiche infette a questa piccola/grande donna dotata di un carattere nevrotico, multiforme, cinico e straziante, definita da Roberto Brocchio come costituita di un volto scolpito nel bronzo. Un delirio o deliquio mentale che scatenò nel teatro come trionfo della commedia e la più completa vittoria del realismo. Capuana pareva essere dotato di preziose qualità di artista e osservatore fedele e coscienzioso del cuore e delle cose umane, giudicato non tanto per il mancato verismo quanto l'intollerabile immoralità di un ingegno convinto, sincero contrassegnato da audacia e novità di intenti, fece di questa piccola creatura o per meglio dire il suo approccio un caso clinico e oggettivo volto ad analizzare le patologie psicologiche e sociali, distaccandosi dalla tradizione narrativa precedente per una maggiore aderenza al vero. Fatto umano che, oggetto di studio, esame, sviscerato, posto agli occhi esterni senza illecebre di volgari, sensuali ornamenti, ci è offerta come una forma casta depurata da una concettosa e alta società, dalla crudeltà della natura, che pur quanto ammansita da una dolce e spensierata possibilità di essere assennata, seria e solenne, quando l'arte le chiederà un battesimo o un atto di conflitto sprofonderà in quel luogo nel quale non giungeranno nemmeno il brusio di pettegole, gente di paese incapace di pensare ai fatti propri. Gaetano Miranda difese la moralità di Giacinta conferendo a quest'opera quella forma di magnificenza di cui solo l'arte, così grande, non ha mai potuto racchiudersi dentro certi limiti o certe barriere, né è stato meno morale nel tratteggiare soggetti così morali. Perché quello delle parole è un'arte libera che conferisce grandezza, sorride solo agli eletti e spesso li uccide affinchè essi possano comprendere, ammirare i mediocri raggruppati nella folla. Ma a suscitare ammirazione, non quanto per la stessa Giacinta, quanto l'idea di voler rappresentare qualcosa che eccita ma allo stesso tempo inquieta. Audace perché mossa da intenti, da forme astruse di amore che niente e nessuno gli ha mai donato. Annullamento di ogni sintomo patologico che tuttavia avrà sede e corpo nel farsi sede di una malattia globale che investe ogni momento della sua esistenza. Certo che questo fu un bel modo per la lettrice che è in me ad allietare le mie sensazioni, quello di Capuana è forse quel romanzo che mi ha dato numerose risposte, risposte a quel naturale desiderio di giustizia e di armonia che la gente ha in sé. Verista, dedicato a Zola, senza però assumere la formulazione letteraria naturalista, scivolando in sconfitte personali, suscitando critiche appassionate per l'arditezza del soggetto da cui Emilio Trevis definì come immondo, tratteggiato come moto coscienzioso, sbagliato poiché quella pianta di commediografi che avrebbero dovuto revisionare, metterlo in scena, in Italia non ancora fiorita, comportò a conseguenze divisibili, studiando l'influenza che suscita nell'anima femminile e non sfuggendo al dominio dell'arte. Concepita dal suo autore in quella possibilità di porla in forme di osservazioni che meritano di essere volti, osservati, resi, fenomeno di scena nel quale entrarono in relazioni più tematiche del senso, dell'intelligenza, del sentimento tipico del teatro, così comico e tragico non esulando del tutto da questo luogo quanto definendolo inadatto. Reso insufficiente per essere iscritto in teatro. Quanto saturo di quell'aria malsana, mefitica di personaggi odiosi, antipatici privi di sentimenti nobili, superiori, sereni, quasi volgari e ignobili. Innescando un dibattito culturale e di costume da cui è possibile scorgere un ingranaggio a filigrana di ripensamenti sui testi nel tentativo di sovvertire o semplificare il lavoro di altri autori, in un'epoca impreparata a recepire le novità, ma con effetti tipici della tradizione moderna. Documento umano che Capuana esalta, esamina impersonalmente, concepito dopo la lettura di Madame Bovary, e la revisione di un fatto di cronaca intessuto con le teorie del naturalismo francese e all'indagine psicologica. Descrivendo questa ragazza come un caso clinico che più che una visione oggettiva dell'ambiente si concentra sulle "patologie morali " e sulle motivazioni inconsce che portano la protagonista alla rovina. Dalla necessità di rappresentare il vero, l'amore che diviene ossessione e quindi malattia. Una visione scientifica, nel quale l'autore può intervenire, analizzare ogni aspetto biologico, sociale, denunciando i mali del secolo, porsi dinanzi agli occhi del mondo non disperandosi quanto non potendo penetrare nel cuore della debolezza del suo cuore. Sottolineandone la coerenza, la razionalità, enfatizzando i personaggi in una tela dai colori sgargianti che mirano alla semplicità, alla caricatura popolare, non modellandosi da sé quanto agendo dall'interno, teso a ripristinare quelle forme veriste, e non così indelebile quanto reso a svelare, discostare quel velo di un mondo dello spettacolo calvo. Imbastendo una sintassi di caduti, privi di limitazioni che ricostruiscono la storia come espediente per cogliere ogni cosa in cui l’amore è visto, o teorizzato, da diverse angolazioni: personale, quello della vergogna di Giacinta per essere stata oggetto di violenza; illusoria perché pur quanto i tentativi innumerevoli di rifarsi una vita con Andrea saranno invani; psicologico perché la malattia di cui è affetta Giacinta con freddezza clinica accentua il pathos della narrazione, mostrando l'ineluttabilità del destino; domestico, infine, perché reso ancora più evidente, più patetico da parte della famiglia, che anziché confortarla, la indurranno o costringeranno ad abbattere questi fantasmi del passato tenendo conto delle conseguenze di certe azioni. Non penso il mio percorso con Capuana si concluderà qui. Ma, adesso, desidero proiettare i miei interessi letterari su qualcos'altro. Ho visto spiriti che hanno cercato di tenersi per mano, ma inutilmente, corpi di gente sofferta e patita, un mucchio di cose che non credevo di poter vedere … e ciò mi è bastato. L'autore si era premurato di conoscere la mia opinione, io ero venuta in questo posto con l'intento di rubargli una toccante storia d'amore. E sotto certi aspetti ho avuto ragione. Eppure, Giacinta non si discosta più di tanto dal verismo italiano e a modo suo mi ha benedetto in un modo che io però non ho apprezzato. La produzione italiana della giovane Giacinta, nata dalla realizzazione di fatti realmente accaduti nel XIX secolo, aveva raggiunto livelli inimmaginabili, adempiendo alla sua realizzazione, in un quadro prettamente realistico in cui si sono mossi schiere di anime contrite ma dannate che camminano nella lotteria della vita. Da me ritenuta semplicemente come una marionetta docile fatta di carne e ossa, che già dopo qualche ora smise di parlarmi, favorì in questo modo la mia curiosità di rispolverare un classico della letteratura italiana come questo, condensato in meno di duecento pagine, non conquistando propriamente il favore del pubblico. L'Italia aveva costruito la propria identità nazionale affrontando sfide economiche, sociali e politiche come il brigantaggio, la questione meridionale e il completamento editoriale, diffondendo il positivismo, l'estensione del diritto di voto e la leva obbligatoria. Un paese prettamente agricolo con un divario produttivo tra gestione capitalista del Nord e quello feudale del Sud, Capuana investì in questo senso mediante quell'invisibile ponte fra generazioni di letterati e le nuove moderne istanze novecentesche, di cui l'arte resta immutata, autonoma, riproduce la verità da una prospettiva fissa, volgendo quelle forma chiusa di borghesia ipocrita alla possibilità di poter perdonare le azioni criminose di una giovane dal passato traumatico, conseguenza di un profondo senso di colpa e di giudizi sociali che puntavano all'impersonalità. Riservando un posto eminente nella storia del teatro drammatico nazionale, in un ambiente modesto, casalingo, fra gruppi di personaggi che non li si può definire troppo buoni o simpatici, limitazioni di forme d'arte che mirano a modificare o mutare la realtà. Stando così le cose, non è poi molto strano o innaturale che fra le sue pagine io non abbia scovato una parvenza kafkiana. Le creature realizzate da Capuana respirano, ma non prendono vita. E i miei tentativi di "capirli" non avrebbero potuto emettere altro che un piccolo battito. Tutto questo infatti ho potuto constatarlo quando tornai in me con una certa tranquillità. Sotto la trama bucolica e verdeggiante di questa storia, gruppi di anime non mi avevano accolto come desideravo. Ma la bellezza delle loro anime si è accordata al frenetico e appassionato ritmo del mio cuore, che emette piccoli sussulti quando si imbatte in storie d'amore intense e passionali, facendomi cadere inebetita in uno stagno di parole e gioie infinite. Eroina dal carattere indeciso, ma appassionata e sincera da cui dipesero le ragioni per cui, senza amore, il matrimonio nella classe borghese non doveva essere dettato da ragioni sentimentali, ma era più che altro un mezzo di sistemazione sociale sia per gli uomini che per le donne, quella di Giacinta è una sorta di convenienza fra anime, una dote, l'unico mezzo diinterazione con le classi medie alte. Dramma di nervi e sentimenti nonché opera tesa a gettar una certa luce sulla realtà, Giacinta ricalca ben poco delle tematiche degli autori romantici. Delinea una prospettiva precisa sul percorso individuale della stessa protagonista e, scritta sotto l'influenza dei dettami letterari naturalisti, si dimostra incapace di seguire i canoni zoliani. Tragico percorso di un'eroina folle, sentimentale e inetta, Giacinta è il primo personaggio femminile della letteratura novecentesca che spicca tra le figure maschili. Eroina, vittima e peccatrice è un personaggio caparbio e orgoglioso, portatrice di disordini e irrazionalità.
- ... Ah, come siamo pazze noi donne! Come ci fabbrichiamo colle stesse nostre mani una terribile rete di disinganno... Già la colpa non è nostra... Siamo deboli! Bisognerebbe avere un briciolo di ragione in più!
Mirando a ricostruire la psicologia della protagonista Giacinta con una vasta minuziosità di dettagli. Fuggendo nell'apparente silenzio della natura, nel muto silenzio di una vasta dimora, nell'ineffabilità di un sonno eterno, col cuore colmo di una indicibile tristezza.
Το βιβλίο θεωρείται η πρώτη επίσημη προσπάθεια έκφρασης του νατουραλισμού στην ιταλική λογοτεχνία. Θα προσθέσω πως δεν θεωρείται μόνο, αλλα γίνεται διακριτό από χιλιομετρική απόσταση, ακόμα κι αν αγνοείς παντελώς το ιστορικό πλαίσιο που γράφτηκε. Ο Capuana, με σαφείς επιρροές από τον Ζολά, επιχειρεί να προβάλει, ναι μεν με μία έκφραση πλούσια σε ποιητικότητα και υπερβολή, ξεκάθαρη, ωστόσο, σε αλήθεια, τη ζωή (για την ακρίβεια πολλές ζωές) της γυναικας σε μια εποχή που οι επιλογές της ήταν όχι απλώς περιορισμένες αλλά προκαθορισμένες απο το περιβάλλον της, και φυσικά οι συνέπειες της επιλογής των άλλων βάραιναν αποκλειστικά την ιδια τη γυναίκα, οδηγώντας την ακόμα και στην καταστροφή, με συνοπτικές διαδικασίες. Η τραγικότητα της ιστορία γίνεται αντιληπτή απο τις πρώτες αράδες του κειμένου, η δραματικότητα επιτυγχάνεται τόσο μεσα απο τις παραστατικές περιγραφές όσο και τους διαλόγους• η ατμόσφαιρα σε καθηλώνει στο σκοπό της γραφής σχεδόν άμεσα και φυσικά δεν υπάρχει κάτι ευχάριστο να διατηρήσει την ελπίδα σου. Δεν υπάρχει ελπίδα, γιατί δεν υπάρχουν προϋποθέσεις! Η Giacinda πάει όπου την πηγαίνουν οι συνθήκες, σπαρακτικό αδυναμη μπροστά του και οι ελάχιστες επιλογές της διαψεύδονται από την προδοσία. Η μοίρα της ορίζεται από τη γέννησή της ακόμα και θα οδηγηθεί εκεί που το κοινωνικό πλαισιο της καταπίεσης, της διάψευση και της εκμετάλλευσης θα την οδηγήσει. Αν θύμωσα; Υπερβολικά. Αν στενοχωρήθηκα; Υπερβολικά. Αν με συγκίνησε; Το ψάχνω ακόμα, γιατι κάτι προκάλεσε μεσα μου που δεν έχει αποκτήσει ακόμα σαφή εικόνα ή όρια.
Luigi Capuana’s "Giacinda" is widely regarded as the first conscious and programmatic manifestation of naturalism in Italian literature. Yet, it would be reductive to describe it merely as an “attempt” at naturalism. The novel asserts its aesthetic and ideological distinctiveness with such clarity that its alignment with the movement is perceptible even without recourse to historical contextualisation.
Strongly influenced by Émile Zola, Capuana engages with the naturalist imperative to represent life with unembellished truthfulness—although his prose remains permeated by a certain poetic excess and emotional intensity. Through "Giacinda", he articulates the condition of women within a social and moral order that leaves them bereft of autonomy. Female existence here is not only constrained but predetermined: women are defined, confined, and ultimately undone by the environment that shapes them. The moral failures and decisions of others reverberate destructively upon them, while society’s punitive logic ensures that culpability and suffering remain the woman’s burden alone.
The tragic dimension of the narrative is established from its opening pages. Capuana’s mastery of tone—his interplay of dramatic dialogue and meticulous description—constructs an atmosphere of inexorable fatalism. The reader is drawn into a world stripped of consolation: hope cannot exist where structural oppression dictates the course of every life. Giacinda herself becomes the embodiment of this determinism—moved by circumstances rather than agency, deceived in the rare moments when she dares to choose, and ultimately consumed by the social machinery that defines her destiny from birth.
The emotional impact of the text is profound, though difficult to categorise. Anger and sorrow arise naturally from the reading experience, but the work’s true force lies in its capacity to unsettle—provoking a response that transcends empathy and moves into the realm of existential unease. "Giacinda" thus stands not only as a foundational work of Italian naturalism, but also as a searing critique of the gendered injustices underpinning the social reality it portrays.
La Giacinta del Capuana nel suo stato primordiale? Un piccolo gioiellino di squisito interesse meta-letterario.
Cosa c'è, infatti, di più divertente di uno scrittore appassionato ed ambizioso che si lasciasse folgorare dalle novità dell'epoca, decidesse di replicarle al fine di raggiungere la gloria, cominciasse a scrivere il proprio capolavoro seguendo un dettato preimpostato, salvo poi tradirsi durante la stesura dell'opera stessa, e fallire al punto da necessitare dei consigli dell'amico che sarà in grado di sublimare la lezione di Zola in una tecnica narrativa ancora oggi all'avanguardia?
Questa è la la dilettevole contraddizione che emerge durante la lettura della Giacinta del Capuana: di uno scrittore, cioè, capace di far fluire la penna, di far scorrere fiumi di parole ben scritti, ma spesso goffo, senza emozione, perché troppo distratto ad emulare un sentire che non gli è proprio.
Tuttavia mi piace pensare che in suddetta contraddizione risieda la bellezza del romanzo: di un Capuana, cioè, che soffra perché incapace di vedere la sua Giacinta come un documento umano, un fenomeno scientifico da studiare nelle sue turbe più profonde con freddo occhio clinico, quasi non le si riconoscesse dignità alcuna. Del resto: come si potrebbe rimanere impassibili dinanzi ad un corpo che viene violato, un medium espressivo e gnoseologico alterato permanentemente dall'animalità oggettivante di un altro che non lo si potrebbe ritenere in alcun modo un "fratello minore"? Forse è proprio siffatta contraddizione ad attualizzare un romanzo che altrimenti resterebbe storicizzato nel suo patetico tentativo di emulazione...
Capuana vive i dettami naturalisti in modo particolare e personale: manca di quella scientificità oggettiva, priva di sentimenti e giudizi verso personaggi e situazioni. Lo sapevo ancor prima di approcciarmi alla lettura di questo romanzo e, anzi, proprio questa peculiarità mi aveva invitata curiosamente a scoprire che suggestioni proponesse la lettura. Specie sul finale, si nota chiaramente un coinvolgimento/simpatia personale dell'autore nei confronti della protagonista. Personalmente ho apprezzato questo aspetto che ha aiutato l'intera narrazione a fare luce sulla denuncia di una società incapace di riconoscere e accettare il dolore e la forza emotiva di Giacinta. Purtroppo, però, lo sforzo conclusivo dell'autore non riesce a compensare una mancata caratterizzazione di alcuni personaggi protagonisti che, pur dovendo rimanere nella rappresentazione oggettiva richiesta dal naturalismo, si sarebbero potuti ritrarre e conformare con più incisività, agevolando persino l'analisi della vicenda e del suo inesorabile sviluppo. A mio giudizio, non è un libro imperdibile ma ad ogni modo interessante.
Dopo aver letto tanti romanzi ottocenteschi, Giacinta suona un po’ come in già sentito che non emoziona. Il romanzo può anche essere ben scritto, ci sono alcuni passaggi descrittivi estremamente toccanti e profondi, ma la storia in se mi ha un po’ annoiato. Forse avessi letto Bovary dopo Capuana il giudizio sarebbe opposto, chi lo sa. Ma in generale credo che a questo romanzo manchi la forza e il guizzo che in tutti gli altri invece è ben presente. Sembra trascinarsi, su un percorso che per altro tutto sanno già dove porti.