Ho cominciato e smesso, ripreso, due pagine e abbandonato, poi natale, lazzi e frizzi, rileggevo e smettevo, addirittura trovandolo noioso.
Poi in un giorno nero, per tigna riprendo. Per ‘cura’: i libri, si sa, sanno farlo quasi sempre.
Tanti i viaggi di Anais in questo Diario, deve fuggire da New York, non sta bene, le sue nevrosi ricominciano. Come la capisco, ha bisogno di calore, di colori, suoni, ‘violenza e innocenza, i due aspetti naturali dell’uomo’. La metropoli le ferma il sangue, depaupera il suo mondo interiore, ha bisogno di nuove narrazioni, dell’incanto, della fabulazione. Per sopravvivere, ricomincia l’analisi. Ecco. Ecco cosa mi ha allontanata da questo libro e dagli altri in lettura: i segnali della sofferenza. Però questa è Anais, i suoi viaggi, le persone incontrate, la sua tristezza perché il suo lavoro non è riconosciuto, la sua forza anche nella malattia.
…e la ritrovo: una donna, una scrittrice, un Diario. E la mia domanda è: quanto bisogna essere libere (e come) per scrivere di se stesse in modo totalmente sincero? Libere vuol dire essere, rimanere, sentirsi sole? Anais scrive e descrive del suo ‘cammino’, le città visitate, la morte della madre, l’esperienza con LSD, la consapevolezza di non aver bisogno di sostanze esterne per creare e ricreare mondi con la scrittura, l’Arte come visione e vita.
Belle le considerazioni che fa sull’Artista in genere e trovo attuali le riflessioni sull’America, su psicanalisi e sociologia, Freud e Marx, arrivando al fondo di se stessa per poi risalirne. Anche adesso ho idea che ci sia stata molta Vita e molta della sua intimità che non ha voluto, giustamente, inserire nei Diari, come se dovessi solo immaginarla, leggendo, completando così ciò che so e che sento per Anais. E ora l’ultimo Diario.