Peppino puoi incontrarlo ogni notte sugli autobus di Roma, con un bustone in mano e la faccia da bambino. È sardo, ma vive a Roma, anzi a Pomezia. Ha trentotto anni, ma è sempre stato un po' «lentarello». La sua voce ingenua, comica, sgangherata descrive il mondo scintillante e decadente delle sue notti, ma anche l'irresistibile compagnia di ultimi del mondo in mezzo a cui è cresciuto e ciascuno aggrappato a un sogno o a un dolore, a un tentativo come un altro per non essere invisibile. Un eroe stralunato racconta tutta la crudeltà di esistere, con uno sguardo infantile e sghembo che diventa l'unica forma di resistenza al male. *** «Un uomo che viaggia da solo sull'autobus della notte porta sempre con sé un gran segreto e lo accompagnano molte vergogne. E gli uomini che custodiscono segreti e vergogne è meglio non disturbarli».
BEATI GLI ULTIMI, PERCHÉ DI ESSI È IL REGNO DI FRISCO
Questo Peppino, sceso dalle nuvole, al secolo Deiana Giuseppe, figlio di madre morta di solitudine e di Deiana Bruno, figlio di un dio minore, un reietto, uno scacciato, è un ultimo, di quei beati ultimi che il regno di dio dice di essere pronto ad accogliere, è un povero di spirito che con il suo olfatto fino legge l'anima nell'alito delle persone, aliti tremendi e aliti buonissimi, è qualcuno che, insieme al talento di Frisco (Francesco Abate) mi ha fatto ascoltare respirare e vivere la poesia e la musica dell’immenso Faber: andare per le pagine di questo bel libro è come attraversare il canzoniere del grande poeta musicista genovese.
È una storia cattiva quella di Peppino, com'è cattiva molte volte la vita con le persone più deboli, che ti sorride e poi ti pugnala a tradimento.
Dato che in molti fra gli amici di Nonno la galera l'hanno già fatta in Terra, secondo me Dio sarà clemente con loro in Cielo.
Ed è una storia di solitudine, di diversità, di abbandono. Viaggia nella notte, Peppino, attraversando Roma sugli autobus e sui tram. E parla, ininterrottamente, Peppino, raccontando a sé, e a Marisa, cosa ne è stato della sua vita, sballottata dalla Svizzera fino in Sardegna, dalla Sardegna a Pomezia, dall'orfanotrofio al 167, quartiere alveare a un passo dal litorale romano.
Il mondo è fatto così, vero, Marisa? A bordo pista c'è sempre qualcuno che si diverte a vedere chi cade e annaspa.
È lentarello, Peppino, ma no, critino critino no, come dice il suo amico Wahid.
Ma è anche una storia di una tenerezza infinita, quella di Peppino e della sua ingenua sincerità.
Nonna Vecchia ha detto che le menti semplici hanno un potere grandissimo: la capacità di perdonare.
La storia di chi, ultimo fra gli ultimi, cerca un posto tutto suo, un posto nella vita che non sia avanzato o rifiutato da qualcun altro; un posto nel mondo in cui essere amato per quello che è, in cui sia possibile provare compassione per gli altri.
Il mondo è così, vero, Marisa? C'è sempre uno pronto a ridere mentre ti vede perdere il respiro.
E adesso, dopo "Chiedo Scusa", cos'altro potrò scrivere?, si chiedeva Francesco Abate durante il nostro incontro aNobiiano di quasi quattro anni fa, alludendo al cambio di registro avvenuto e passato per la sua storia personale. Ecco, dico io, il cambio è avvenuto, caro Francesco, e anche tu hai trovato un posto tutto per te, un posto dal quale guardare e abbracciare tutti i Peppino di questo mondo.
Bello. Un romanzo da leggere di notte, lentamente e nel silenzio, per poter ascoltare, uno a uno, tutti i battiti del proprio cuore.
«Tutti pensano di dovermi insegnare qualcosa. Perché credono che, se uno ha la ciccia, quel che ha messo nella pancia l'abbia levato al cervello. E in verità, in verità vi dico, tutti mi hanno insegnato qualcosa. Anche se sono convinti che nella mia zucca ci spiri forte il vento.»
Libro scelto a caso e subito inquadrato già dalle prime righe. La scrittura appare caotica e confusionaria: sembra voler essere profonda, ma resta piatta, senza riuscire a trasmettere sentimenti reali, nonostante tenti di farli impersonare a un protagonista mai davvero definito. È una voce che parla in prima persona, rivolta a un’altra figura, ma senza spessore.
L’atmosfera vorrebbe essere misteriosa, alternando presente e flashback del passato in mezzo a una folla di personaggi accennati e tutti uguali, di cui non resta memoria.
Il libro procede con un andamento piatto: stesso tono, stesso ritmo, stesse modalità narrative. Scene del presente e del passato si mischiano con l’intenzione di creare mistero, ma le rivelazioni che dovrebbero sorprendere risultano banali, intuibili già dalle prime pagine. L’ambiente degradato in cui si muove il protagonista è descritto in modo superficiale, senza dare al lettore la sensazione di autenticità, né realismo.
Fino alla fine la storia trascina la stessa “solfa”, fino al colpo di scena finale che, pur presentato come clamoroso, era in realtà prevedibile.
Ho scelto questo libro in biblioteca, da un tavolo dedicato alle tematiche particolari, e questo in particolare trattava le città italiane. Qui, il protagonista racconta — in quel modo confusionario di parlare/pensare — la propria vita dalla Sardegna alla capitale, per arrivare infine a cercare un posto altrove.
Il risultato? Una scrittura prolissa, artificiosa, poco convincente e mai coinvolgente. L’unico pregio è che, nonostante tutto, resta scorrevole forse perché alla fine non c’è niente.
Romanzo molto triste e malinconico. Ho sicuramente sbagliato il periodo di lettura, poco adatto a un'estate che desideri leggera, forse più adatto all'autunno.
"Wahid invece ha detto che sono come quel personaggio di un film americano che sta alla fermata con una scatola di cioccolatini in grembo e racconta la sua vita a chiunque attenda la corriera con lui. Ma non si ricordava il titolo del film. Ha detto che sono molto simile a quello lì, solo più grasso. Signor Cambazzu non lo dice, ma mi vorrebbe come figlio. Non sono scemo e l'ho capito. Gli altri di me hanno detto che sono ciccione, brent'e porcu, buddone, ovetto chinde, boddorone, cicciobomba cannoniere, sacco de' merda, chiattone, scaldabagno, cofano di 500, facc' i baunu, patata, rotolo de coppa, trippone, bue, panzone, ippopotamo, dirigibile, supplì co' le braccia, boa di mare, biddio. Faccio un gran respiro, Marisa. Grandissimo. Butto fuori l'aria. Tutti questi pensieri mi hanno fatto venire l'affanno e mi hanno messo il batticuore. E così che mi capita. Che mi è sempre capitato. Di colpo scatto in avanti e recupero tutto quello che ho perduto. Anche l'ingenuità. Io però penso che sono meglio quando so essere Peppino sempre bambino. Un altro respiro. Mi alzo. Suono il campanello. Mi aggiusto il cappotto sul fondoschiena. Sono pronto per questa nuova consegna."
Quello che ho pensato, quando ho finito di leggere "Un posto anche per me" è stato: "Quanto è crudele, a volte, la vita..." Il libro racconta una storia triste, sfortunata e spietata. Storia di persone "partorite nell'odio e cresciute nell'indifferenza. Vite segnate dalla disgrazia." Peppino appartiene a questa categoria. E' il ragazzo delle consegne. E' cicciotto, e "lentarello". Prende ogni sera l'auti, perché gli hanno severamente vietato di prendere qualsiasi altro mezzo. E va. Si sistema l'abito per coprire il "culo da papera", suona i campanelli e consegna la merce. Per sé tiene solo gli spiccioli per il biglietto del ritorno e per l'Unione Sarda da portare alla nonna. Il resto è riservato al Nuraghe Blu. Nei tragitti che lo portano a destinazione, incollato al vetro dell'autobus, osserva le persone e i paesaggi, e parla con Marisa. Ricorda e racconta. Tutti lo prendono per matto: d'altronde è sempre stato un po' difettoso. Ma lui è buono, non gli importa, ha imparato che è meglio non attaccare briga, anche se tiene sempre la Guspinesa a portata di mano. Si confida con Marisa, e questo gli basta. Un giorno, però, qualcosa durante una consegna va storto. E lui, sempre così preciso e puntuale, dovrà pagare anche se non avrà colpe. Perfino in quel momento si manterrà puro e indulgente e preferirà non dar vita a finali disgraziati perché, come dice lui, non è un infame. Farà semplicemente un biglietto solo andata da Civitavecchia. Non saprà dove andrà a finire - "Basta che ci sia il mare" - ma sa che, ovunque andrà, ci sarà un posto anche per lui. Gli spetta.
A malincuore, lo stavo già per accantonare fra i miei - in continuo aumento - Mancati Casi Editoriali, quando tutt'ad un tratto s'è mosso qualcosa, un po' come se il romanzo avesse preso un'impennata e, insomma, alla fine si è salvato. Non posso dire che mi sia piaciuto, questo no: mi aspettavo di leggere un'altra storia, probabilmente, le recensioni erano tutte positivissime...e invece....niente, mi ha deluso. Per tutta la lunghezza del racconto, oltre ai ricordi, non c'è stato niente che desse un senso alla lettura: le giornate di Peppino erano tutte uguali, avevo la sensazione di star ferma con lui, sulla panchina, ad aspettare l'autobus. Niente si muoveva, oltre alla sua mente che elaborava brutti ricordi. Più volte ho avuto la tentazione di saltare qualche pagina e, anche se poi non l'ho fatto, sul serio, non credo che avrebbe influito poi tanto. Abate ha avuto un'idea di trama interessante, ma se avesse aspettato un po' meno a far accadere qualcosa nella vita del nostro povero Peppino, la lettura sarebbe stata senza dubbio molto più entusiasmante.
Il mondo è così, vero, Marisa? A bordo pista c'è sempre qualcuno che si diverte a vedere chi cade e annaspa
Il protagonista di questa storia è Peppino, un omone grande e grosso ed un po’ “lentarello”. La sua è una triste storia di abbandono, diversità, sfruttamento e crudeltà. Sballottolato dalla Svizzera alla Sardegna, deriso e mal sopportato dai parenti, Peppino verrà prima abbandonato in un collegio e poi trascinato dal padre nella periferia romana ed invischiato in affari loschi. Quando il padre verrà ucciso dai suoi compari perché sospettato di aver tradito la banda, Peppino riuscirà a salvarsi solo al prezzo di essere ridotto ad una sorta di schiavo. Approfittando del suo aspetto tranquillo e ingenuo, il boss decide di utilizzarlo come corriere e spacciatore della droga. In questa veste Peppino si troverà a viaggiare di notte sugli autobus romani per rifornire i migliori clienti, tutti stupiti e ammaliati dalla sua educazione e riservatezza, dalla sua capacità di rendersi trasparente.
Durante i suoi viaggi nella notte romana, Peppino parla continuamente e racconta la sua vita ed i suoi sogni a Marisa, unico suo amore del tempo del collegio che, per difenderlo è stata coinvolta in un incidente e si trova in coma.
Nella sua vita Peppino incontrerà vari personaggi che saranno toccati dal suo candore e dalla sua ingenuità e lo tratteranno come una persona e cercheranno di aiutarlo e proteggerlo, come l’amico Walid, che per salvarlo suggerirà al boss di usarlo come schiavo, il prete Don Cugusi, che per proteggerlo lo fa rinchiudere in un seminario e lo fa studiare, la Nonna Vecchia, che lo protegge dalle angherie degli altri parenti. Alla fine, però, tutti queste persone dovranno arrendersi e abbandonare Peppino o per paura o per le vicende del destino.
Quando Peppino, nella sua ingenuità, si farà sottrarre un grosso incasso da parte di una giovane ragazza farà finalmente un gesto di ribellione e fuggirà, alla ricerca di un posto al mondo in cui anche una persona come lui possa vivere perché "Non sono né il posto né le persone a fare la differenza di un destino. Sarò solo io a decidere chi diventerò. E sarò una bella persona. Se ci riesco.".
Leggendo la storia di Peppino viene inevitabile collegarlo a Forrest Gump, ma lì, nel tipico spirito hollywodiano, i buoni trionfano, qui, invece, Peppino viene schiacciato dalla vita.
Libro molto bello, molto triste ma nello stesso tempo un po’ comico e sgangherato come il protagonista. Al centro del libro la storia di Peppino, un uomo sardo rimasto bambino, ciccione e lentarello come lui stesso si definisce. Quest’uomo diventa il cor- riere di un proprietario di ristorante e fa consegne, non solo alimentari, a vari tipi di clienti. Circondato da parenti delinquenti si trova invischia- to nel giro, anche perché si pensa che difficilmente una persona tonta come lui possa fare qualcosa di losco o illegale. Da piccolo voleva diventare un maestro e invece con la sua ingenuità si ritroverà senza saperlo maestro di vita e proprio la sua ingenuità lo farà resistere al male intorno a lui. Mi è rimasta una sua frase fra tante in cui dice che solo per sua mamma ha pianto un po’, poi non ha più pianto, è solo ingrassato, ci pensa il corpo a decidere dove depositare il dolore….
Il mondo degli adulti descritto in questo libro è spietato e crudele. Il catalogo delle cose brutte è completo: ci sono abbandoni, sfruttamenti, botte, aggressioni, truffe e ruberie..... Non mancano anche note di poesia: le suore ciliegine, i difettosi, il signor Omero Marras, il cane Tobia, il ricordo costante e continuo di Marisa. Per fortuna tutto il male che circonda e lambisce Peppino, il protagonista, non contaminano la sua anima che rimane pura. Dopo la delusione più cocente, che arriva sul finale, Peppino trova dentro di sè la forza per il riscatto, per liberarsi di una vita di soprusi. Acquisterà un biglietto per una destinazione non nota, ma che a questo punto non conta. L'importante è partire ... "ovunque andrò lo so , ci sarà un posto anche per me".
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spesso quando finisco di leggere un libro che mi ha coinvolto emotivamente non riesco a riprendere subito altre letture. ho terminato Un posto anche per me e come tutti i libri di Francesco Abate, si racconta di persone vere, con vite normali e storie di quotidiana sopravvivenza. In una società che non aspetta e non vede i "difettosi" Peppino è solo un po' "lentarello" e la sua storia un po' tragica e ironica allo stesso tempo, ti porta dai quartieri poveri di Cagliari sino a Roma, dove vorrebbe realizzarsi e non essere più invisibile,lasciandosi alle spalle un passato che lo tormenta.Questo libro tocca l'anima.