9 luglio 2006: l'epica serata della finale dei mondiali Italia- Francia, una serata estiva accarezzata dalla brezza elettrizzante dell'attesa. Una partita indimenticabile, la vittoria ai rigori e l'esplosione imprevedibile della testata di Zidane a Materazzi, avvenimenti unici che deflagrano sul campo dell'Olympiastadion di Berlino e risuonano nelle vite di tutti coloro che assistono all'evento dal divano del proprio soggiorno, da una piazza gremita, dai tavolini di un bar. In queste ore magiche il comune senso della realtà è sospeso e trova spazio -l'oceano delle possibilità-: le priorità vengono stravolte, la prudenza è spazzata via dall'azzardo, e "il presente, sempre costretto a stringersi in se stesso, a farsi sparuto tra passato e futuro come un passeggero qualsiasi, può stiracchiarsi e dilatarsi a dismisura fino a occupare l'intero palcoscenico". Mentre i calciatori - eroi del nostro tempo, gladiatori in un'arena solo appena più civilizzata - si sfidano per il titolo di campioni del mondo, altre partite decisive si giocano per le strade della città. Così è per Mario, gestore di un piccolo supermercato che somiglia a Tyrone Power e, come lui, sogna di pescare perle nei mari del Sud; per Manuela, infermiera innamorata del primario, che tutto vorrebbe salvo tornare nel paesino del Messico da cui è partita anni prima; e soprattutto per Andrea e i suoi genitori, stretti in un groviglio di conflitti repressi ma anche di grandi, segrete attese, per cui è in palio il bene più prezioso, la vita: i 90 minuti della partita sono forse gli ultimi 90 minuti di speranza per Andrea. Andrea, Giulia, Luca, Manuela, Enrico, Olga, come Zinédine "Zizou" Zidane, come Marco "Matrix" Materazzi, come tutti noi, sempre pronti a sbagliare, a disperarci, a esultare: una narrazione corale che si svolge nell'arco della storica partita di calcio, alternando la telecronaca con la vita vera, così che la retorica televisiva ufficiale si trovi a smascherare, quasi suo malgrado, l'ipocrisia del quotidiano. Un romanzo forte, intessuto di echi e scritto con una lingua cangiante, capace di evocare lunari paesaggi interiori, di sondare con ironia le dinamiche relazioniali, di sintonizzarsi sulle frequenze assordanti del grande evento collettivo, di riflettere su come le nostre vite possano cambiare di colpo per un guizzo imprevisto. Un romanzo capace di raccontare vicende uniche e indimenticabili, che si accendono nella notte come finestre illuminate.
Marina Mander , Trieste, lives and works in Milan. She writes for communication and publishing and collaborating with the newspaper "Il Piccolo" in Trieste, dealing with contemporary art. Among his works of fiction: Manual hypochondria fantastic (Transeuropea 2000 et al. 2012), Catalogue of goodbyes (Editions du Rouergue, 2008 et al., 2010) The first real lie (et al. 2011), already out in Germany, France, Holland, Spain and being published in Israel, England and the United States.
Contemporaneo, metropolitano, con una scrittura barocca a più voci, il romanzo è tutto costruito a partire dalle dissonanze e assonanze tra la finale dei mondiali giocatasi il 9 Luglio 2006 e il "finale" della famiglia Cergoli, finale nel senso che la loro storia travagliata sembrerebbe essere giunta ai titoli di coda. Dunque c'è la similitudine tra la resa dei conti che le squadre si giocano sul campo e la resa dei conti che la famiglia sta vivendo intorno alla tavola all'ora di cena. La dissonanza sta invece nel contrasto tra l'evento festoso con speranze gioiose, da un lato, e le paure e disillusioni e tristezze e finanche superstizioni dall'altro lato, all'interno dei muri di casa. Sono situazioni contrastanti anche perché quegli undici in campo saranno comunque eroi, vada come vada, e invece questi tre attorno alla tavola sono tutti antieroi: ciascuno è antieroe agli occhi dell'altro, ma del resto anche per misurare sé stesso non può fare a meno di iniziare a fare i conti con colpe e fallimenti.
Parte bene perché l'autrice scopre le proprie carte poco alla volta, e non è male l'idea di fare la telecronaca della telecronaca, o ancora meglio: la moviola della telecronaca. Da un certo momento in poi, però, il finale è letteralmente telefonato, allo stesso modo in cui si conosce già anche l'esito del fatidico match. Traballante il guizzo finale della trama, e altrettanto improbabile il tono altisonante del dialogo finale tra padre e figlio.
Accanto ai temi del dolore, del rimpianto, dei sensi di colpa e dei rapporti familiari andati a male, del lasciarsi vivere contrapposto al prendere in mano il proprio destino eventualmente anche con colpi di testa; accanto a tutto questo ci sono i temi della malattia e del trapianto/donazione di organi. Forse le figure più debolucce sono proprio quelle sul fronte ospedaliero: il primario e l'infermiera messicana. Anzi no, ancora più debolucce sono le allegorie, la personalizzazione della Paura, della Fortuna e dello Spirito di sopravvivenza, che a un certo punto prendono parola a fianco dei protagonisti. Molto ben fatta, invece, la figura della madre iper-protettiva, ansiosa e ansiogena: era un buon inizio che meritava uno sviluppo migliore; la concentrazione che doveva andare lì si è invece persa nei tanti piccoli personaggi secondari che saranno poi comunque abbandonati a loro stessi. Ancora una sufficienza stiracchiata.
Mah. Un pò troppo arraffazzonato, l'ho letto in fretta per la voglia di concluderlo. L'idea dietro il libro sarebbe anche carina, con sullo sfondo i Mondiali del 2006, la gioia e l'euforia ma anche l'attesa e l'angoscia, però mi è sembrato un viaggio onirico un pò troppo stile fiaba che non mi ha lasciato nulla di emozionante. Poteva essere qualcosa di molto meglio, purtroppo non lo è stato, peccato.
Tutti in Italia ricordano la sera del 9 luglio 2006, anche chi normalmente è completamente disinteressato dal calcio e dai suoi protagonisti. Impossibile nascondersi dall'eco dei suoni da stadio e dalle telecronache ripetute dagli altoparlanti dei maxischermi e dalle televisioni nei salotti delle case. Scanditi da questa enorme esperienza collettiva, in Nessundorma si accavallano i pensieri, le paure e le aspettative di un gruppo di personaggi che si trovano come sospesi e imprigionati nelle proprie vicende personali. In quello che si prospetta come un momento di festa, dovesse l’Italia vincere la finale del Mondiale, Andrea e la sua famiglia vivono la febbrile attesa di una telefonata: il ragazzo ha, infatti, bisogno di un trapianto di rene e il suo nome è in cima alla lista dei destinatari nel caso dovesse rendersi disponibile un organo compatibile. Eventualità resa più probabile in questa piuttosto che in altre serate poiché, secondo le statistiche, gli incidenti stradali subiscono un’impennata in momenti di euforia collettiva.