Un saggio stupendo, che mi ha stupito per la grandissima capacità e acutezza di Huberman di fare storia dei campi di concentramento partendo da quattro foto che a chiunque avrebbero detto ben poco. Queste quattro immagini sono la base per una riflessione che si dipana con efficacia argomentativa affascinante e sfiora numerosi temi, sia etici (come trattare della Shoah, tra documenti, immagini e testimonianze, come evitare sia l’adorazione delle immagini, che impedisce un’analisi, sia il polo contrario dell’ineffabile, che andrebbe a realizzare il progetto dei nazisti, di insabbiare tutto nel silenzio), sia metodologici (la stratificazione della fotografia e i suoi margini, gli spazi spazio-temporali tra una foto e l’altra e i mondi che nascondono, le storie che raccontano). L’aspetto più incredibile è il suo lavoro sui margini delle immagini, che finisce per dimostrare come essi, apparentemente così poco significativi, nascondano una ricchezza di significato nettamente superiore al centro dell’immagine: la cornice nera attorno ai detenuti che trascinando i cadaveri nelle fosse racconta molto di più sui campi di concentramento di quest’ultimi (racconta tutto il processo di contrabbandare una macchina fotografica all’interno del campo, di organizzare una squadra con ruoli distribuiti affinché colui che è stato designato fotografo riesca effettivamente a scattare le foto, l’esigenza di scattarle di nascosto, in poco tempo, la bruciante urgenza di documentare e far sapere al mondo gli orrori dei campi di sterminio, correndo enormi rischi e la commovente speranza che il rullino pervenisse a qualcuno che lo rendesse pubblico).
Oltretutto l’intero libro è scritto molto bene, con uno stile pulito, elegante e fortemente persuasivo. Huberman poi non rifugge il confronto, poiché da un lato confronta il suo metodo con altri lavori per immagini sulla Shoah (mostre, film, …), dall’altro risponde alle critiche rivoltegli da due intellettuali francesi, precisando ulteriormente il suo punto di vista ed evidenziando nelle loro parole ciò che andrebbe evitato di fare trattando della Shoah, gli errori, per quanto in buona fede, che rischiano di andare a detrimento degli ebrei e a vantaggio del disegno annichilente dei nazisti. Non è chiaramente Levi o Wiesel e neppure Harendt, ma secondo me è una lettura fondamentale per chiunque sia sinceramente interessato all’argomento, tanto per ciò che si impara sull’argomento, quanto per l’insegnamento di metodo che Huberman impartisce al lettore, insegnamento che va oltre l’argomento specifico, ma si estende a tutte le immagini-documento, poiché è vero, come denuncia l’autore, che gli studiosi di storia non hanno ancora imparato a usarli in modo proficuo, a differenza di quanto fa Huberman con il magnifico lavoro sui margini, cioè sul loro diventare documenti, più che sul loro essere documenti.