Dello splendore per usura
Nicolas Bouvier, scrittore, fotografo e iconografo ginevrino non beneficia, purtroppo, di un largo seguito in Italia. L'editoria e il pubblico estero hanno viceversa riconosciuto ne La polvere del mondo un classico della letteratura di viaggio, anche se la definizione di genere è del tutto angusta al respiro e alla portata della sua scrittura.
L'ultima edizione italiana in circolazione credo sia quella di Diabasis, anno 2009, cui perdono una delle copertine più respingenti del mondo in virtù della perfetta, magistrale prefazione di Jean Starobinski, esponente della Scuola di Ginevra e conterraneo di Bouvier ( Fermor ha invece curato quella di una edizione inglese).
La polvere del mondo è il diario di due anni di viaggio, 1953, dalla Svizzera all'India a bordo di una Topolino.
La dimensione del viaggio ha in sé una matrice sottile che attrae e condensa un istinto latente, un elemento quiescente, compattato e riposto che affonda nel nostro sostrato psichico più antico, nella memoria di specie. Siamo stati nomadi per migliaia di anni, decine di migliaia, e una manciata di millenni all'ombra di un tetto faticano a stingerne la traccia.
Percorso di conoscenza, cerca mistica, strada del pellegrino, solco di schiera cavalleresca, cammino metafisico, sentiero di fuga, formazione o scoperta, il viaggio è sempre, nella sua natura più profonda, narrazione delle rotte recondite dell'io.
"...e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo..."
Tracciare, annotare, testimoniare il segno intimamente impresso da queste rotte, e coniugarne l’onda di riflusso, sono le coordinate costanti dello spazio di Bouvier, dove a una geografia fisica rintocca sempre, coincidente, una interiore.
E così scrive all'inizio di questo diario, il cui titolo in francese, L’usage du monde, rivela già, come elemento centrale della sua riflessione, il rovesciamento del concetto di viaggio da tempo di disimpegno a quello di rinnovamento per usura, ad opera di ciò che, oltre la soglia, attende di assottigliarci come la trama di un tappeto sfilacciato:
" ...un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, o vi disfa."
”Non si viaggia per addobbarsi d’esotismo e di aneddoti come un albero di Natale, ma perché la strada ci spiumi, ci strigli, ci prosciughi, ci renda simili a quelle salviette consunte che ci allungano con una scaglia di sapone nei bordelli”, annota ancora ostinatamente ne Il Pesce Scorpione.
Il viaggio è freccia nel tempo che ci attraversa, trafigge, ossida.
Ruvida e radiante, la prospettiva di Bouvier ha il suo punto di fuga nella spoliazione di sé, nell'offerta della propria fragilità, nella dilatazione della superficie di contatto tra l’individuo e il mondo, nell’esperire se stessi attraverso una scelta che genera accoglienza.
Un'accoglienza di certo rischiosa, perché contamina e porge, rompe e concepisce.
Ben lontana dall'attuale logica per accumulo.
Trovare sottraendo.
Oltre a ad ogni altra interpretazione dell'autore, il libro è poi bellissimo, appaga, incanta e stordisce con una scrittura limpida, trasparente alla luce, alla visione, al paesaggio (un paesaggio che ci è ormai interdetto) :
"Addossati a una collina, si guardano le stelle, i movimenti vaghi della terra che se ne va verso il Caucaso, gli occhi fosforescenti delle volpi, Il tempo passa tra tè bollenti, qualche rara frase, sigarette; poi l'alba s'alza, si spiega, ci si mettono in mezzo le quaglie e le pernici ... e ci si affretta ad affondare quell'istante supremo come un corpo morto in fondo alla memoria, dove si andrà a ripescarlo un giorno. Ci si stiracchia, si fa qualche passo, pesando meno di un chilo, e la parola felicità pare troppo scarna e particolare per descrivere ciò che vi succede."
“Viaggiare ti lascia senza parole, poi ti trasforma in narratore”, scriveva Ibn Battuta, il più grande viaggiatore di tutti i tempi.
"Davanti a quella prodigiosa incudine di terra e di roccia, il mondo dell'aneddoto era come abolito. La distesa di montagne, il cielo chiaro di dicembre, il tepore di mezzogiorno, il crepitio del narghilè, fino agli spiccioli che mi tintinnavano in tasca, diventavano gli elementi di uno spettacolo a cui ero giunto dopo un'infinità di ostacoli, e in tempo per recitare la mia parte. << Perennità ... trasparente evidenza del mondo ... tranquilla appartenenza ...>> neanche io so più come dire ...perché per parlare con Plotino: << Una tangente è un contatto che non si può né concepire né formulare >>. "
Quando l'io fa un passo indietro, trova spazio l'essere.
ps la nota in apertura è ripresa dal seguente brano de Il Pesce Scorpione di Nicolas Bouvier:
"ll quartiere delle pietre preziose. Qui e là, dietro i sorrisi che sbarrano la soglia dei levigatori, dietro le loro minuscole bilance, riposano, fasciati da carta di seta, rubini occhio-di-gatto, topazi e pietre di luna, luccicando e sfolgorando segretamente. Quelle gemme che hanno pazientemente maturato al buio la loro bellezza sono una lezione di permanenze e di lentezza. La trasparenza e lo splendore per usura."