Ultima figura emblematica di una ormai classica tradizione modernista, erede e testimone di quel fecondo ambiente romeno di cui facevano parte Brâncusi e Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, e come loro inevitabilmente esule, Nina Cassian ha percorso un tragitto artistico e umano singolare come la sua persona. Nel 1985, già titolare di una lunga carriera di successo (con qualche strappo al morso del regime), durante un soggiorno negli Stati Uniti finisce nel mirino della polizia, che ha scoperto certi suoi testi a dir poco caustici contro la politica e i politicanti del Paese: decide allora di non tornare in patria e chiede asilo politico. Qui, sostenuta e tradotta da vari poeti americani, rinasce a nuova vita. E la scelta, la riproposta, la traduzione, a volte la vera e propria ricreazione delle poesie romene precedenti l'esilio, nonché la stesura di nuovi componimenti – in romeno prima, e dopo qualche anno anche in inglese –, alimenteranno un corpus che non ha riscontri, né rivali, nell'odierno panorama poetico internazionale. Si avvertono, nella voce della Cassian, echi ravvicinati di tutta la più nobile stagione del Novecento: da Mandel'štam a Cvetaeva, da Apollinaire a Brecht a Celan, e si potrebbe risalire fino a Emily Dickinson, «sublime sorella», o anche più indietro, all'amoroso furor saffico. Il timbro è unico: diretto, spudorato, strenuamente lirico, a tratti disarmante, a tratti sornione, arguto e brutale al tempo stesso – e nudo, sempre, e sempre seducente. Si passa dalle punte epigrammatiche avvelenate ai voli pindarici sulle ali d'organo di un Bach – non per niente la Cassian compone musica: e dipinge, disegna, illustra libri anche per l'infanzia, spesso scritti da lei –, e ogni volta queste poesie, come ha scritto Vittorio Sermonti, ci riguardano da vicino, «sconvenientemente».
Nina Cassian (pen name of Renée Annie Cassian-Mătăsaru) was a Romanian poet, children's book writer, translator, journalist, accomplished pianist and composer, and film critic. She spent the first sixty years of her life in Romania until she moved to the United States in 1985 for a teaching job. A few years later Cassian was granted permanent asylum and New York City became her home for the rest of her life. Much of her work was published both in Romanian and in English.
Non posso morire “Sotto nevi azzurrate/tante volte ho riposato,/ascoltando il mesto sangue/congelarsi a poco a poco,/se morir non ho potuto/è perché la neve, forse/si arrestava a metà strada/o il sorriso rimbombante/dell'amore allontanato/ritornava a vendicarsi/disgelandomi le membra,/insinuandosi nel sangue,/nel pallor, nelle meningi.../... Neve azzurra. Neve ancora./Perché vuoi morire, allora?”
Poetessa di tradizione modernista, testimone dell'ambiente culturale romeno con Ionesco, Eliade e Cioran, esule a New York per fuggire alle attenzioni della Securitate, Nina Cassian, pseudonimo di René Annie Cassian-Matasaru, è una voce inconfondibile e singolare nel panorama poetico europeo. Sconveniente la sua poesia, secondo la definizione di Vittorio Sermonti. Presentata in antologia da Adelphi per la pregevole cura di Ottavio Fatica e nella traduzione di Anita Natascia Bernacchia, la sua opera ha una fecondità scomoda e disarmante, una vitalità furiosa e seducente, inevitabilmente brutale e strenuamente lirica, con echi e assonanze che rimandano alla nobile tradizione di una Cvetaeva o di Emily Dickinson. Sublime esperienza addentrarsi tra queste pagine, dove obliqua diventa la relazione di causa tra soggetto e oggetto. Le sue parole ci riguardano molto intimamente, sono così potenti da avvelenare, curare, ringiovanire o trasformare, esaltare o inabissare. Sono uccelli in volo o pietre in caduta (“Il grande albero interiore/ci trasmette foglie tragiche”). Sempre con una tonalità diretta, indesiderata, impudente. Il suo è uno sguardo emotivo che mette in luce le fragilità, i punti deboli, le contraddizioni e i luoghi critici della relazione con se stessa e con la realtà: per questa ragione i simboli, i paesaggi, le figure che ingombrano i suoi versi sono caratterizzate da una impareggiabile compassione e da una forza istintiva e solitaria, come un'onda di disamore e di tenerezza che ti minaccia con una personale e assente vicinanza. Vuole stare tra i poeti, tra gli storpi, tra gli animali del suo bestiario metafisico: vuole stare attaccata alla realtà concreta, al corpo, alla lingua, nella sua materna materialità. Le sue parole sono viscerali e carnali: hanno un profilo straniante e inquieto, conducono il lettore sul limitare del linguaggio, in una zona confusa dove tormento e disincanto si sentono sulla pelle, sotto la pelle, nel corpo opaco del verso, nei sensi silenziosi, con una attrazione irresistibile verso musica e immaginazione in quell'altrove appena ricreate. Meravigliose le sue composizioni in spargano, una lingua interamente inventata (“Vo te sbrao, sgurpio e sciàmico, trugante!”). Anonimati, fatti, legami, sintomi, preghiere, coincidenze, virate, libri, scheletri; tigri, scoiattoli, scorpioni, ippocampi; prigioni, ricordi, facce, sacrifici, sangue, tramonto, febbre, porte aperte, rossa la memoria come uno spettro: domare quale parola per essere di nuovo ascoltata, presa, protetta, nutrita. Come sabbia, resuscitata.
Tirata del penultimo atto “Vi lascio, vi lascio, non vi toccherò mai più./Io non ho più nulla da dimostrare./Non vedo dunque il motivo di rinviare ancora/questo naufragar di cellule/chiamate mani, occhi o bocca/nell’argilla paziente, nell’argilla che/non mi aspetta né mi reclama,/stanca ormai della certezza/che le appartengo, nell’orizzonte nullo./Ho detto quasi tutto quello che sapevo,/persino la menzogna ho pronunciato con devozione/poiché l’ho vista esister, prender corpo,/farsi viva come una foglia/o una lepre – e io non sono riuscita/a ignorare, mai, creatura alcuna./Vi lascio – anche perché sono estenuata/nel vedere come ogni secolo si rovescia/in quello precedente, come se/il latte succhiato dal neonato ritornasse/nel seno della madre o, ancora peggio,/come se la fronte di un filosofo/si assottigliasse tesa verso estinte,/irsute e rampicanti specie./Qualcosa ho imparato, lontano tuttavia/dagli studi e da quella sacra minuziosità/degli affidabili in-folio – ma piuttosto/dal freddo e dal calore, dalla nascita, dalla morte,/da tutto quello che – ahimè! – non si ripete/e dunque non può essere usato/come esperienza. Sono rimasta altrettanto/vulnerabile, ho conosciuto da vicino/mille oggetti e stati d’animo/ma non sono riuscita a chiamarli per nome/senza che si allontanassero/mutando forma oltre ogni limite,/gettandomi nello sconcerto come in un lago di sangue./Vi lascio, non vi toccherò mai più. Mi avete detto/così tante volte che non vi vado a genio/anche se ho disegnato con attenzione il mio ritratto/sempre seguendo la vostra traccia. Però,/a quanto pare, non riesco a imitar nulla,/non ho né l’abilità né il dono/di somigliare a voi, e neanche a me stessa./Sorrido – e tutto viene travisato/per un ghigno! Rido – e la gente si gira/rimproverandomi per l’indecenza./Quando piango – l’occasione non è felice, perché ecco,/proprio oggi è festa in città./Faccio una statua – e la folla grida: /«Si sta facendo un idolo!». E quando languo/per una grave malattia – viene considerata/un’ipocrisia del mio corpo intristito/per scatenare una strisciante epidemia…/Vi lascio, vi lascio, vi lascio”…
Libro preso d’istinto perché attirata dalla copertina (Max Ernst, Santuario), un motivo sciocco, puerile; che però mi ha spinta verso un ottimo acquisto, fortunatamente. Nina è viscerale, scomoda, carnale, ironica, potente, chirurgica, sconveniente: mi ha smascherata, stanata, rivoltata come un calzino. E poi mi ha capita, abbracciata, consolata.
Veglia Ero bella quando mamma moriva. Avevo pianto e vegliato. E i miei occhi angusti ringiovanivano sullo specchio del mio volto. Lei non mi guardava più. Poteva venire il peggior bandito a spaccarmi il cranio ma la sua mano non si sarebbe levata in mia difesa. Eppure ero bella, come mi desiderava lei, e la primavera era alle porte: un verde umido di frammenti vegetali, corrugati, minacciava di graffiare a sangue il giardino. Ma prima di allora mamma moriva ignara di tutto e di tutti imbrattando il cielo di un sospiro più impetuoso che mai – e io contavo e c’erano venti sospiri intensi, e dieci appena percepiti, mentre la notte s’imbiancava adagio e solo la pioggia colpevole di nero intonacava il mio muro esterno. Eppure ero bella, intenta lì a contare quei sospiri di lotta ma lei non mi vedeva. E d’ora in poi nessuno mi vedrà in quel modo, mai.
Ginnastica mattutina Mi sveglio e dico: sono perduta. E’ il mio primo pensiero all’alba. Comincio bene la giornata con questo pensiero assassino.
Signore, abbi pietà di me – è il secondo, e poi scendo dal letto e vivo come se nulla mi fosse accaduto.
Qualcuno ha detto che leggere una poesia tradotta è come fare una doccia con addosso un impermeabile ed io l’ho sempre trovata un’affermazione snob perché tante poesie a me sono piaciute moltissimo anche avendole lette con su la tuta da sci. Però, sbirciando la versione originale di alcune di queste poesie (quelle in inglese, non conosco il rumeno né tantomeno lo “spargano”, un idioma inventato da Nina) ho capito in parte il senso dell’affermazione: lo stesso titolo della raccolta “C’è modo e modo di sparire” è mutuato da una poesia ed è la traduzione (concordata con l’autrice, come si legge dalle note alla fine del libro) del verso “A proper way to vanish”, che io se stessi facendo una traduzione per la professoressa di inglese delle superiori avrei reso in maniera del tutto diversa (sbagliando magari, perché appunto non sono una traduttrice).
Nella raccolta ci sono poesie che col sibilo bilingue di Nina Cassian ragionano della forza creatrice della poesia ("Nomino un gabbiano e la sua ombra mi copre"), poesie che parlano di amore, dei conti che si devono fare col tempo che passa (una vecchina che mette in rime sciolte lo sfrecciare di un ragazzo in scooter e che come metafora per il blu usa una lama Gilette! 😊); poesie parlano di sangue e ferite e del mutare continuo della poetessa (in un gorilla, in una seppia, in una capra, in coccodrillo... in lemure persino!)
"Tutto quel che mi accade e si ripete / accade a me / Il paesaggio che descrivo / sono io stessa. / Se vi interessano / gli uccelli, gli alberi, i fiumi, / consultate i libri degli esperti"
Mi se par așa ciudate recenziile la poezii. Descrierea asta ar trebui să conțină numai versuri, pentru că oamenii care citesc poezii n-au nevoie de explicații pentru o carte, pentru o operă dacă a fost „bună sau nu”. Dacă-ți pui întrebarea asta, înseamnă că ție nu-ți plac poeziile, oricâte sonete ai încerca tu să-nghiți. Cauți, de fapt, în recenziile astea un motiv pentru care să ÎNCERCI să te convingi să citești poezii, să-ți faci tema la română, sau ambele. Nu exista poezii „bune și rele”. Există poezii pe care le simți și poezii pe care nu le-ai simțit încă. Unii uită faptul că poeziile sunt de fapt o oglindă a trăirilor noastre, gândurile și sentimentele pe care noi nu am putea să le punem niciodată frumos ordonate, în cuvinte, pe o hârtie, darămite să formăm și rimele. God bless poeții, că m-au învățat cât de important e să fii în prietenie cu sentimentele tale. And to never be afraid to feel, everything - so deeply. Poeții, prietenii mei care nu m-au cunoscut niciodată, însă nu m-am sfiit să-mi așez sufletul lângă al lor. Cassian, ai fost un spirit comunist și s-a văzut în poeziile tale. Nu te condamn, perioada în care ai trăit te-a modelat așa cum ai devenit, o creatoare a frumosului. Și deși poeziile tale comuniste nu mi-au stârnit trăiri (nu sunt prea patrioată, ca să nu ziceți că am ceva cu comuniștii, pur și simplu nu-mi plac operele legate de politică), ai avut și creații care m-au surprins. Dintre miile de poezii care m-au sensibilizat, vă las una singură. M-am cam lungit cu „recenzia” asta (dar nu-mi cer iertare). Ladies and gentlemen, Nina Cassian, poetă la vremea ei:
Liniști... Ninsori... Întunecimi... Stăm, odihnim, mult răbdători.
Vreme avem până la moarte și mai departe... Iar de mă tem
e că-am să mor fără să pot să dărui tot și tuturor...
Leggere queste poesie mi è sembrato come accogliere in casa una persona un tempo conosciuta e che non si è più vista e dopo anni e anni, quando meno te lo aspetti, ricompare sulla soglia di casa e chiede gentilmente se può entrare per un saluto. Ma invece di un semplice saluto, ti vengono presentati frammenti di vita e pensieri e sogni di questa persona, che più va avanti e più scopri che sono gli stessi che hai fatto tu, che hai condiviso da sola nelle quattro pareti invisibili della tua vita, ti ritrovi in pensieri che non sapevi di saper fare ma che ora ci pensi all'infinito e non capisci più se è la stessa persona che hai conosciuto tempo fa (l'hai davvero conosciuta?) o stai solo parlando con una versione di te del futuro, adulta, vissuta, che ti si vuole mostrare solo per uno spiraglio di tempo prima di scomparire.
"Dalle parole mi cadono le lettere come i denti mi cadrebbero di bocca. Balbettio? Pronuncia blesa? O è la mutolezza dell'ultima ora?
Abbi pietà, Signore, del palato della mia bocca, della mia ugola, questa clitoride che ho in gola, vibratile, sensibile, pulsatile, che esplode nell'organismo della lingua romena."
Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto. Per la prima volta vedrai i pori schiudersi Come musi di pesce e potrai ascoltare Il mormorio del sangue nelle gallerie E sentire la luce scivolarti sulle cornee Come lo strascico di un abito; poi per la prima volta Avvertirai la gravità pungerti Come una spina nel calcagno E per l'imperativo delle ali avrai male alle scapole. Ti prometto di renderti talmente vivo che La polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, Che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche E ti parrà che i tuoi ricordi inizino Con la creazione del mondo.
~Più vivo di così non sarai mai, ti Promettevo Spiando l'istante In cui ognuno guardava altrove
Sul tuo silenzio avrei potuto costruire una città Ma forse ero io a non sentire Forse in quel mentre tu cantavi o ridevi o urlavi E io non costruivo in un vuoto scintillante Ma cercavo di proteggere qualcosa di esistente~
👁️👁️👁️👁️
Mi conosco. Ho bisogno di ironia e volgarità. Di violenza, anche. Essere gettato nelle fiamme, strisciare come un verme, lanciarmi dai palazzi suonando un blues triste. Non le colgo le sfumature del tramonto sul vetro della cucina. La delicatezza degli scricchiolii delle foglie d'autunno.
La Cassian è delicata. È in squadra con Garcia Lorca, Neruda, Mandelstam, Szymborska. Ottima squadra, ma hanno tanta tecnica e poca corsa.
Io tifo per gli altri: Corso, Kaufmann, la Pozzi, Baudelaire, Campana e capitan Majakovskij. Gente che oltre alla classe ha la ferocia, la grinta.
Son gusti, diceva la mosca.
PS ho trovato le traduzioni dall' inglese di Fatica a tratti quantomeno inopportune, ma dopo Moby Dick ormai ce l'ho con lui.
Poeti i misteriosi, gli schietti, una scatola cranica per elmo, per scudo un velo di cellofan, poeti, queste specie, queste seppie che si difendono schizzando inchiostro
Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto. Per la prima volta vedrai i pori schiudersi come musi di pesce e potrai ascoltare il mormorio del sangue nelle gallerie e sentire la luce scivolarti sulle cornee come lo strascico di un abito; per la prima volta avvertirai la gravità pungerti come una spina nel calcagno e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole. Ti prometto di renderti talmente vivo che la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche e ti parrà che i tuoi ricordi inizino con la creazione del mondo.
—————————————————— Preghiera
Se esisti per davvero - fatti avanti, sii nuvola, caprone, aviatore, porta con te occhi, bocca, voce, - chiedimi qualcosa, lascia che mi sacrifichi, prendimi tra le braccia, proteggimi, nutrimi con la settima parte di un pesce, fammi un fischio, dissodami le dita, ricolmami di aromi, di stupore, - resuscitami. —————————— Li amo
Poeti i misteriosi, gli schietti, una scatola cranica per elmo, per scudo un velo di cellofan, poeti, queste specie, queste seppie che si difendono schizzando inchiostro. ———————————
Pur se verrò sepolta in una terra aliena: risorgerò un giorno nella lingua romena.
senza dubbio una delle raccolte di poesie più bella dell’anno. mi ha tenuto compagnia in questi freddi mesi invernali fra un’attesa alla fermata della metro, un breve soggiorno in treno ed un pomeriggio al bar. ne porto con me il dolce amaro sentimento del riconoscersi sorprendentemente in versi scritti da qualcuno che non sei tu.. meravigliosa e completa, non c’è stata una singola poesia che non mi abbia accarezzato il cuore.
Cos'altro dire se non che ho centellinato le pagine di questa raccolta per evitare di rimanere orfana troppo presto della compagnia di queste incredibili e notevoli poesie, che tra una pagina e l'altra mi hanno fatto sorridere, sospirare o lacerato il cuore. È arrivato il momento di salutarsi ma ho come l'impressione che questo non sarà un addio.
"Viaggiavo in piedi eppure nessuno mi offrì il posto anche se ero di almeno mille anni più anziana, anche se portavo, ben visibili, i segni di almeno tre gravi malanni: Orgoglio, Solitudine e Arte."
La tentazione Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto. Per la prima volta vedrai i pori schiudersi come musi di pesce e potrai ascoltare il mormorio del sangue nelle gallerie e sentire la luce scivolarti sulle cornee come lo strascico di un abito; per la prima volta avvertirai la gravità pungerti come una spina nel calcagno e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole. Ti prometto di renderti talmente vivo che la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche e ti parrà che i tuoi ricordi inizino con la creazione del mondo.
poesie "personali, soggettive, intime, singolari, confessionali" alle quali tornerò in futuro.
***
"Di non distribuir l'amore secondo i piani e le razioni; di avere mani delicate da vasaio e a volte di risolvere equazioni.
Eh, sì, che volete! Ho fame, ho sete, come il suono mi aggiro nel mondo dei vivi. Non è da me procedere adagio né dare baci a credito."
***
"Volevo restare a settembre sulla spiaggia pallida e deserta, volevo caricarmi di cenere delle mie volubili gru e che il vento grave dormisse come acqua nelle reti fra le chiome"
DEDICA E se la carne è avvilita schiacciata in realtà, fatta a pezzi - resta lo spirito, l’alcol verde del frutto che fui un tempo…
Leggi il mio libro e inebriati dell’aroma della mia carne.
POESIA Da questa matita si diparte una strada di grafite e sulla strada passeggia una lettera, come un cane, ed ecco una parola come una città abitata dove forse arriverò domani.
COORDINATE Diafani chiodi mi crocifiggono sulla croce del tempo e dello spazio. L’importante è che le mie ferite siano elastiche e il respiro, consapevole, e il gemito, quand’è, mutino in verso!
Nina Cassian este, precum notează și Florea Firan, o personalitate complexă și aș mai adăuga, foarte șarmantă. Nina are o poveste de viață foarte interesantă și cred că operele sale sunt artă pură. Poeziile ei sunt emoționante și prin intermediul lor abordează teme speciale, într-un mod sensibil și personal, evitând însă absurdul. În cazul în care ești pasionat de poezie, Nina Cassian e un must-read.