E così vorresti fare lo scrittore è il libro che tutti quelli che sognano di pubblicare un libro dovrebbero leggere.
«Tu che stai leggendo queste mie righe sappi che nel presente libro userò la parola ‘scrittore’, almeno quando riferita a me, per pura e semplice convenzione, perché si sa che l’Italia pullula di scrittori, e chiunque abbia pubblicato non dico un romanzo o un racconto ma giusto una raccolta di poesie o anche solo una singola poesia si ritiene automaticamente tale. Anzi, di più: perché tra le Alpi e il Lilibeo esistono innumerevoli scrittori convinti di essere tali benché siano inediti, e questo nonostante da alcuni lustri si pubblichi ormai praticamente tutto.»
Questo libro è destinato a un pubblico potenzialmente molto vasto, visto che – com’è noto – in Italia sono più quelli che scrivono che quelli che leggono. Attenzione, però, non si tratta di un manuale di scrittura. In circolazione ce ne sono già, e poi chissà se servono ancora, all’epoca del self-publishing cartaceo e/o digitale. No: E così vorresti fare lo scrittore è una sorta di guida a cosa gira intorno al mestiere di scrivere, passando per tutte le tappe che costellano la nascita e poi il consolidamento di uno scrittore: dalla correzione delle bozze al rapporto con l’ufficio stampa, dalla realizzazione della copertina alla costruzione del caso letterario, dalla prima presentazione in pubblico al dorato mondo delle Lettere italiane. Può darsi che ti possa tornare utile il giorno in cui sarai tentato/a di dire, alla tua prima intervista, che l’ispirazione ti arriva direttamente dal Cielo. Perché c’è chi lo dice, e con l’aria di crederci sul serio.
Giuseppe Culicchia (Torino 1965), figlio di un barbiere siciliano e di un’operaia piemontese, cresce mangiando pane cunzato e leggendo l’enciclopedia Conoscere. Vince il torneo di calcio della scuola in qualità di riserva disputando solo uno splendido secondo tempo da ala sinistra nella partita contro i professori. Per tutte le superiori passa il tema in classe al compagno di banco in cambio del compito di matematica, esame di maturità compreso. All’università, abbozza storie in una biblioteca di Palazzo Nuovo e nelle sale del Caffè Fiorio a Torino. Tra i suoi eroi, Hem, Scott e Buk. Ormai ventiduenne, impara a nuotare. Poi finisce a fare l’aiuto-bibliotecario a Londra, e scrive i racconti pubblicati da Pier Vittorio Tondelli nell’antologia Papergang Under 25 III (1990). Dopodiché torna a Torino e dato che vuol continuare a scrivere cerca lavoro in una libreria, dove scopre che Thomas Bernhard ha dato alle stampe un romanzo di circa 500 pagine con un unico punto a capo, più o meno a metà. Commesso/edicolante/magazziniere/tuttofare per una decina d’anni, pubblica il long-seller Tutti giù per terra (1994, premio Montblanc e Premio Grinzane Cavour Autore Esordiente). Grazie al romanzo d’esordio finisce in copertina su L’Indice dei Libri del Mese, cosa che gli procura molti nemici e molto onore. Invitato più volte al Maurizio Costanzo Show, rifiuta di parteciparvi. Nel 1997 il suo primo romanzo diventa un film con Valerio Mastandrea per la regia di Davide Ferrario. Seguono Paso Doble (1995), Bla Bla Bla (1997), Ambarabà (2000), A spasso con Anselm (2001), Liberi tutti, quasi (2002), Il paese delle meraviglie (2004, premio Grinzane Cavour Francia) e Un’estate al mare (2007), tutti editi da Garzanti e tradotti in una decina di lingue. Nel frattempo, per sei mesi suona la batteria in un gruppo fantasma chiamato Ratones, che però si scioglie dopo che lui propone agli altri membri una canzone intitolata McChicken il cui testo sotto forma di haiku recita: “McChicken / McChicken / McChicken”. Comunque: con Laterza pubblica Torino è casa mia (2005) e Ecce Toro (2006). Da Einaudi, l’atto unico Ritorno a Torino dei Signori Tornio (2007). Da Feltrinelli, il memoir Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale (2010). Per Mondadori scrive i romanzi Brucia la città (2009), Ameni Inganni (2011) e Venere in Metrò (2012). Nel corso degli anni traduce tra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis. Gli piacerebbe tradurre il caro vecchio Ernest, in particolare Fiesta, o al limite Festa Mobile, o anche solo l’ultimo capitolo di Morte nel Pomeriggio, o giusto il racconto Colline come Elefanti Bianchi, ma non gliel’hanno mai proposto. Purtroppo non conosce il norvegese, altrimenti avrebbe fatto di tutto pur di tradurre Knut Hamsun. Collabora o ha collaborato con i quotidiani La Stampa, La Repubblica e il manifesto, con i mensili GQ, Traveller e Linus, con il settimanale Gioia. Tifa per la squadra di calcio di Torino, il Toro. Ma, da vero sportivo, tifa anche per tutte le squadre che in tutte le serie e i tornei incontrano di volta in volta l’altra squadra cortesemente ospitata in città. Cos’altro? Ama giocare a calciobalilla, anche se non ha mai frequentato l’oratorio (e si vede). Ogni anno a Ferragosto guarda Il sorpasso. Desidera essere sepolto a Marsala. Non subito, però.
«Preparati. Se proprio vuoi fare lo scrittore, preparati. Ma preparati sul serio. Perché le ferrovie italiane, specie in provincia, sono quello che sono. […] Sappi che prima o poi ti inviteranno per esempio a Perugia, e a meno che tu non sia di Perugia scoprirai quanto sia difficile raggiungere Perugia, quale che sia la stazione di partenza».
(Curiose coincidenze: mentre leggevo questa citazione, ero a bordo dell’Intercity che mi riportava verso casa, con 40 minuti di ritardo, in provincia di Perugia. Signor Culicchia, quanto la capisco!) Ho acquistato questo manualetto attratta dal titolo e dalla graziosa copertina. Devo dire che non ha tradito le aspettative: è stata una lettura piacevole, che mi ha strappato più di una risata, ma che non manca di suscitare qualche amara riflessione sul mondo dell’editoria. Ripercorrendo le tappe della propria carriera, nelle sue gratificazioni ma anche e soprattutto nei suoi inconvenienti e nelle ricorrenti ossessioni, Culicchia restituisce un’immagine (credo) piuttosto sincera del lavoro di scrittore: mestiere di cui molti hanno un’idea abbastanza romantica e che, invece, è soggetto a necessità e compromessi del tutto prosaici, al pari di qualsiasi altra professione. Per chi è interessato a pubblicare o ha appena pubblicato qualcosa o comunque ambisce a un posto tra gli addetti ai lavori, il libro può avere una certa utilità. Un’utilità, per così dire, smaschera-sogni, che cinicamente decostruisce una o due centinaia di illusioni. Per questo consiglierei di prenderlo col sorriso sulle labbra, in modo da non farsi smorzare ogni entusiasmo. Credo che il panorama dell’editoria sia un po’ cambiato rispetto allo scenario descritto da Culicchia: oggi il canale del self-publishing, sempre più utilizzato, sta allevando scrittori (polemica: dobbiamo/possiamo definirli/ci tali?) sempre più disincantati, per i quali l’accesso al Dorato Mondo delle Lettere non è più una meta così ambita né auspicabile e che sanno per primi re-inventarsi imprenditori di se stessi. Si parte, insomma, con qualche illusione in meno, con qualche abilità in più. Se questo sia un bene o un male, non so dire: penso solo che la paura di fallire o anche un pregiudizio verso i tradizionali canali dell’editoria non dovrebbero impedirci la felice ingenuità del tentativo. E, soprattutto, niente dovrebbe intaccare la felicità di scrivere, unico motivo legittimo per “voler fare lo scrittore”.
A meno che non ti esca dall’anima come un razzo, a meno che lo star fermo non ti porti alla follia o al suicidio o all’omicidio, non farlo. A meno che il sole dentro di te stia bruciandoti le viscere, non farlo. Quando sarà veramente il momento, e se sei predestinato, si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te. (Charles Bukowski)
Me lo sono divorato nel corso del viaggio di andata e ritorno dall'università. Ho iniziato a sghignazzare di gusto, anche rumorosamente: non mi succedeva da un po', e questa visione ironica e scherzosa del mestiere dello scrittore mi ha intrattenuta piacevolmente. Quando ho capito che tutto il libro era così, la cosa ha iniziato a darmi un filino noia, ma nel complesso mi ha accompagnata in maniera più che gradevole.
Un libro divertente e intelligente, che in maniera molto autoironica racconta i retroscena dell'editoria e in particolare del fare lo scrittore. È nato un amore, devo leggere altro di Culicchia.
Kitabın isminin sonundaki ünlemi gördünüz sanırım. O ünlem kitaba dair her şeyi ortaya koyuyor aslında. Yazar olun da görün başınıza neler gelecek!
Yazar olmadan evvel yapmanız gerekenlere dair değil de olduktan sonra yapmanız ve kaçınmanız gerekenlere dair önerileri eğlenceli bir üslupla aktarıyor yazar. Kısa kısa bölümlerde yazarların karşılaştıkları neredeyse her şeye değiniyor.
Anlattıklarının çoğunu tecrübe ettiği belli. Daha çok İtalya'da olanları anlatsa da söylediklerinin evrensel bir niteliği olduğunu düşünüyorum.
Yazarları, piyasayı ve yayın dünyasını iğnelese de bu çok sert olmuyor. Hoş bir alaycılıkla dokundurup geçiyor Culicchia.
Edebiyat dünyasına dair kültürel farklılıklardan keyif alacağınız, benzerliklere şaşıracağınız güzel bir kitap.
Snello, accattivante, divertente e anche utile, questo libricino di Culicchia non da un'idea di come si diventi scrittore, ma ci da una cronaca semiseria, ma direi onesta, di quel che può capitare una volta diventati scrittori. Ci da un'idea degli eventi, delle sensazioni, dei titoli acquisiti e acquistati (Giovane Promessa, Solito Stronzo, Venerato Maestro), e in fondo, anche qualche consiglio.
“E così vorresti fare lo scrittore” di Giuseppe Culicchia, un libro che ho comprato e letto grazie ad una strana successione di fatti. Allora, ero con la mia famiglia e avevamo appena finito la nostra visita guidata al Museo Egizio di Torino. Una delle nostre regole familiari è: mai lasciare un museo senza prima averne ispezionato accuratamente il negozio, in cerca di libri, guide, cose da portare a casa come ricordo. Io colleziono spille, perciò ero alla loro ricerca (che alla fine si è conclusa senza successo, meh) quando mio padre mi si avvicina con un libro in mano. <> dice mettendo il libro in questione tra le mie mani. “E così vorresti fare lo scrittore” di Giuseppe Culicchia diceva la copertina, un titolo e un nome che non avevo mai sentito prima. Il mio sogno è sempre stato diventare una scrittrice, un’editrice o comunque lavorare nel mondo dell’editoria, ecco perché mio Papà aveva subito pensato a me vedendo quel libro. Sfogliai qualche pagina, lessi l’indice e ne rimasi colpita, ma non ero ancora sicura di volerlo. Avevo paura che non l’avrei mai letto e che sarebbe rimasto ad impolverarsi sulla mia libreria, solo e abbandonato. Comunque mio padre insistette, perciò decisi di prenderlo. Più tardi, sul treno per tornare a casa, troppo pigra per tirare fuori dallo zaino il libro che stavo leggendo, chiesi a chi portava i sacchetti del museo di passarmi il nuovo libro acquistato. Lo iniziai e rimasi attaccata alle sue pagine per le due ore consecutive che separano Torino da Savona. “E’ così vorresti fare lo scrittore” è una sorta di descrizione cinica e ironica dell’ambiente da cui uno scrittore sarà circondato dopo aver pubblicato il primo libro. La vita di uno scrittore viene divisa in: Brillante Promessa, Solito Stronzo e Venerato Maestro. Sei una brillante promessa non appena pubblichi il tuo primo libro, che ti porta al successo. Un po’ come l’inizio della fine. Diventi un solito stronzo all’uscita del tuo secondo lavoro, quando ormai sei stato catturato dalla ragnatela delle lettere. Venerato maestro è una posizione che si ottiene alla fine della propria carriera, quando ormai sai come tutto si svolge ma sei comunque e ancora schiavo del sistema. Il libro è una serie di consigli su come comportarsi in modo da non venire ingoiati da quel mondo pazzesco, ma crudele che è l’editoria. E’ come una guida di sopravvivenza. Svela senza riserve o parole eleganti le dinamiche del mondo delle Lettere e dei suoi abitanti. Insomma, una lettura molto utile per chiunque sia interessato a prendere parte a quell’universo. Certi capitoli li ho trovati davvero spietati, a volte esagerati. Mi sono sembrati come uno sfogo dello scrittore, che rendevano chiara e tonda la sua disapprovazione per certi aspetti dell’editoria. Erano un po’ come un urlo liberatorio. Certi capitoli mi hanno fatta ridere, altri pensare e altri storcere il naso. Mentre leggevo ero talmente immersa nella lettura che due ore sono passate in un secondo. Quando l’ho finito ero talmente presa a pensarci che sono andata a fare la doccia ancora con gli occhiali sul naso. Di sicuro è un libro interessante, una parola scritta detta e detta ancora che però trovo perfetta per descrivere i libri. Interessante nel senso che interessa, ti fa porre delle domande. Nel mio caso, domande sul futuro. Dopo tutto quello che ho letto, sono ancora convinta di voler entrare nell’editoria? Adesso che ho potuto intravederlo, voglio davvero prenderne parte? La mia risposta è rimasta sì. Anzi, le parole di Culicchia mi hanno resa ancora più determinata, determinata a lavorare nell’editoria e, magari, a dargli un cambiamento positivo. Non credo che lo scopo del libro sia scoraggiare i giovani scrittori, ma piuttosto vuole dargli un’infarinatura leggera riguardo a quello a cui stanno andando in contro. Come ho già detto, lo stile di scrittura è molto cinico e ironico, grezzo. Descrive la realtà proprio nel modo in cui è, tutti i suoi pregi e i suoi innumerabili difetti. Una caratteristica che ho notato in questo libro, comune a tutte le altre opere che ho letto di autori moderni, è l’arte della ripetizione. Frasi, parole, concetti, tutto ripetuto per far penetrare il libro ancora di più, per renderlo ancora più difficile da dimenticare. Una tecnica che di sicuro ha funzionato per me. Sono stata profondamente influenzata da questa lettura, e uno di quei libri che posso dire che mi abbia aiutato nel mio percorso di crescita interiore. Va letto non solo per svagarsi, ma anche per trovare risposte e innescare nuove domande. E’ come un nuovo impulso nervoso che ha colpito i miei neuroni addormentati, abituati alla monotonia del mio punto di vista sull’ editoria. Lo dico di nuovo: sono rimasta particolarmente colpita da questa lettura.
Un gradevole e spesso divertente manualetto di consigli che il Giovane Scrittore (definizione commerciale che, come lui stesso racconta, è stata appiccicata a forza a lui e ad altri per anni) Giuseppe Culicchia ha scritto per mettere in guardia coloro che volessero seguire la sua stessa strada da tutti gli onori e (soprattutto) gli oneri che questo comporta.
Nella scrittura di questo volume, Culicchia segue la tripartizione della carriera scrittoria che era stata dettata da Alberto Arbasino: Brillante Promessa / Solito Stronzo / Venerato Maestro. Non c’è bisogno di spiegazioni; nella percezione del pubblico dei lettori e dei critici è evidente che il “giovane scrittore” che sa al minimo tenere la penna in mano sia una Brillante Promessa. Dal secondo libro in poi, se il successo del primo si ripete, diventa ipso facto Solito Stronzo. Se la sua carriera e l’interesse nei sui confronti dureranno sufficientemente a lungo, potrà aspirare a diventare Venerato Maestro, ma è un titolo a cui ben pochi riescono ad arrivare (e, anche solo per mere ragioni anagrafiche, nessun Giovane Scrittore, nemmeno lo stesso Culicchia, c’è ancora arrivato).
Ovviamente, scrivendo questo libro Culicchia si è basato prevalentemente sulle sue esperienze personali, e sono tante le curiosità, se non i pettegolezzi che rivela sull’ambiente scrittorio, nonché i sassolini dalla scarpa che si toglie. C’è la questione, ripetuta nel corso del libro come un mantra, che in Italia c’è più gente che scrive di gente che legge; cosa di cui lo scrittore fa esperienza diretta, dato che ovunque vada trova qualcuno che cerca di rifilargli i suoi manoscritti usciti dal cassetto sperando in un aiutino o una parola buona presso gli editori. Ci sono le letture e le presentazioni pubbliche dei propri libri, cosa che comporta trasferte spesso sfiancanti e disorganizzate, e responsabili, organizzatori e assessori che pensando sia un omaggio gradito gli rifilano la Storia del Paese di Pinco Pallo, dove è avvenuta la presentazione, in tre volumi rilegati e pesantissimi, e bisogna pure dimostrare gratitudine e contentezza. C’è il problema delle presentazioni in TV, le trasmissioni da evitare e quelle in cui al contrario si anela ad essere invitati perché è tutta pubblicità (si inferisce che ai tempi Culicchia odiava Maurizio Costanzo e cercò di evitare come la peste il suo salotto ma un bel giorno senza esserne preavvertito si trovò ad averlo davanti e subire le sue domande in un’altra trasmissione). Ci sono gli editori a pagamento che devono essere accuratamente evitati soprattutto quando cercano di farti credere che no, loro non lo sono, siamo matti. C’è la speranza che la notorietà porti un certo qual successo con l’altro sesso ma anche qui nisba (lui non lo dice, lo dico io, ma pare che a un altro scrittore, Francesco Piccolo, stante quello che racconta nei suoi scritti autobiografici, sia andata un po’ meglio, al punto quasi di dover essere lui a prendere le distanze da ammiratrici troppo moleste). Ci sono le camarille, i dissidi, i premi letterari pilotati, le invidie e i sabotaggi, cose alle quali Culicchia dice di non dare troppa importanza perché spesso se ne fa qualcosa di più grande di quanto non sia realmente, ma nello stesso tempo consiglia di tenere ottimi rapporti con tutti, perché non si sa mai e potrebbe finire che sulla distanza qualcuno potrebbe farti pagare un conto aperto che tu nemmeno sapevi di avere.
Un bel libro per trascorrere qualche ora di lettura piacevole, anche se non ho nessuna intenzione di fare lo scrittore; di più, non capisco cosa potrebbe aggiungere alla vita di tanta gente il fatto di vedersi pubblicati al punto di finire vittime di editori che pubblicano a proprie spese (degli autori) e di avvoltoi analoghi . Mi ha fatto venire voglia di leggere qualcos’altro di suo. Io avevo letto i suoi primi libri, quelli di quando era veramente un Giovane Scrittore, che avevo trovato divertenti, ma con un inquietante sottotesto di spiazzante disperazione, soprattutto per quanto riguarda le ragazze con cui c’era un’incomunicabilità epocale; e certi suoi apprezzabili libri di costume, come “Torino è casa mia” o “Sicilia o cara”.
Una satira del mondo editoriale italiano, o ancora meglio possiamo definirlo “il dorato mondo delle Lettere”. Come già sottolineato dall’autore nelle prime righe, non è un manuale di scrittura, bensì si descrive con ironia la vita dell’autore - il suo viaggio da “Brillante Promessa” a “Solito Stronzo”, fino ad arrivare a “Venerato Maestro”. Una piacevole lettura, molto divertente!
Un saggio tra l'ironico e il sarcastico in cui l'autore mette in guardia dai "rischi" del mestiere dello scrittore. Non è un libro da leggere tanto per informarsi (personalmente, ero più o meno consapevole di questi aspetti negativi), quanto piuttosto per comprendere i retroscena e le fatiche che stanno dietro la pubblicazione di un libro. Una lettura piacevole e spensierata.
Una satira del mondo editoriale capace di far piangere dal divertimento. Un modo di disincantare lo scrittore, di mettere a nudo il fantastico mondo delle lettere: inganni e tranelli inclusi, con una scrittura brillante e divertente. Non aspettatevi un manuale di scrittura,i consigli dello scrittore si impongono quasi come Galateo anzi, come una previsione futura, Culicchia il nuovo Nostradamus. Adorabile!
Non avevo mai letto nulla sul mondo dell'editoria, non lo conosco; con un'ironia che ho amato e che rende molto scorrevole la lettura, l'autore racconta, in modo disincantato, cosa attende "lo scrittore" dopo la pubblicazione del suo libro. Da leggere per i wannabe scrittori e non.
Dovrebbero inserire le mezze stelline, nelle recensioni. Questo è un 3,5. Apprezzo l'ironia, la leggerezza e i riferimenti al mondo editoriale. Mi sembra manchi però un po' di mordente, qualcosa che graffi il lettore. Tout simplement.
Probabilmente sarò l'unica lettrice di questo libro che non ha mai avuto velleità da scrittrice: eh sì, sono una di quei rari individui. Però da lettrice l'ho trovato assai ripetitivo.
Viste le premesse mi aspettavo di più. Senz'altro Culicchia sa essere divertente, ma resta in superficie e non chiarisce le dinamiche oscure del mondo editoriale. Preciso inoltre che coloro che definisce come "Soliti stronzi", altri non sono che autori di peso, che pubblicano e vincono premi nazionali e godono di una visibilità mediatica. Sono convinto anch'io che in altri paesi potrebbero ottenere di più, ma fanno pur sempre parte di un élite che è inavvicinabile al comune scrittore esordiente. Lo dico per esperienza, perché a sentire Culicchia sembra che chiunque scriva possa ambire a raggiungere quello status che simpaticamente descrive. E invece ahimé si tratta di carriere eccezionali. Figuratevi cosa dovrebbero dire allora gli esordienti.
Innanzitutto un piccolo appunto sul titolo del libro. “E così vorresti fare lo scrittore” è la denominazione di una poesia di C. Bukowsky che l’autore riporta integralmente al termine del volume.
L’opera di Culicchia, scrittore di numerosi romanzi che hanno avuto anche successo, di spunto chiaramente autobiografico, presenta in maniera ironica il “mestiere” dello scrittore. Al giorno d’oggi sono moltissime le persone che coltivano il sogno di vedere il proprio libro tra gli scaffali di una libreria, ma chi sono davvero gli scrittori? E quanta strada bisogna percorrere per essere davvero definiti tali? Secondo l’autore ci sono tre stadi da attraversare: il primo è “brillante promessa” che coincide con l’uscita del romanzo d’esordio e con le prime vendite, poi si passa allo status di “solito stronzo” che coincide con l’uscita del secondo romanzo, criticato o apprezzato dai lettori, dai recensori e così via, per finire a “venerato maestro” quando si è ormai nell’Olimpo.
L’autore attraverso racconti di avvenimenti realmente accaduti mette in evidenzia quanto sia difficile svolgere questo “mestiere”. Occorrono pazienza, sacrifici, fortuna. Passando attraverso le varie fasi di pubblicazione, togliendosi anche qualche sassolino dalla scarpa, Culicchia presenta poi le domande tipiche da presentazione, le stroncature dei nemici, la perdita o l’acquisizione di nuovi amici, le telefonate esasperate all’ufficio stampa della sua casa editrice.
Egli pone l’accento sui comportamenti tipici degli scrittori a qualunque categoria essi facciano riferimento. In primis bisogna “tirarsela” e poi bisogna cercare di farsi ospitare da Fazio, dalla Bignardi, dalla Cabello, o almeno, rilasciare un intervista su Vanity fair.
E’ un libro che si legge velocemente, dotato di uno stile leggero, che riesce a coinvolgere pienamente il lettore, il quale si lascia sfuggire un sorriso, magari riconoscendo sè stesso in alcuni comportamenti. Scopo dell’opera è quello di rivolgersi ai giovani scrittori per informarli su come sopravvivere nel dorato mondo delle Lettere italiane.
Un’opera che andrebbe letta non solo da quanti si definiscono “scrittori”, ma anche da chi vorrebbe capire cosa si nasconde dietro un libro esposto in una vetrina di una libreria.
Lettura piacevole e ironica, si divora in pochi giorni.
In questo saggio (che s'intreccia volutamente con l'autobiografia) l'autore si propone di aprire gli occhi degli aspiranti scrittori sul mondo non sempre roseo dell'editoria. Parla con completezza di aspetti noti e meno noti, è scritto usando un linguaggio molto colloquiale; non manca di citare statistiche deprimenti nonché di consigliare buone letture (proprio come ci si aspetta da un buon libro).
Pieno di aneddoti divertenti tratti dall'esperienza personale, non si può fare a meno di sbirciare in ogni momento le pagine di questo simpatico saggio finché non lo si è terminato: i capitoli brevi aiutano anche chi riesce a ritagliarsi solo pochi minuti alla volta per la lettura.
L'unico difetto che mi sento di citare è che l'ho trovato un po' ripetitivo, ma a chi avrà modo di leggerlo sarà chiaro che le ripetizioni sono un espediente per il suo tipo di comicità.
Oggi voglio parlarvi dell’ultima delle mie letture del mese di dicembre 2024: "E così vorresti fare lo scrittore". Devo ammettere che ho letto d'un fiato questo divertente e ben scritto saggio di Culicchia, autore che prima non conoscevo. In questo libro, si propone di aprire gli occhi agli aspiranti scrittori sul mondo non sempre "meraviglioso" dell'editoria. Parla di aspetti noti e meno noti, usando un linguaggio molto colloquiale. Non si può fare a meno di sbirciare tra le pagine di questo libricino pienissimo di aneddoti divertenti tratti dall'esperienza personale. Attraverso capitoli di poche pagine l'autore aiuta anche chi riesce a ritagliarsi per la lettura solo pochi minuti. Forse l'unico difetto che ho potuto trovare è che a tratti mi è sembrato un po' ripetitivo. Oltre a questo piccolo dettaglio, è una lettura che vi consiglio!
Simpatico, in qualche caso strappa proprio una bella risata. Peccato per il mondo un po' triste che dipinge, quello dell'editoria italiana. Non definirò il libro una "cagata colossale", e se l'autore leggera mai questa recensione sa di cosa parlo, perché non lo penso. Ma non riesco a non vederci un po' di recriminazione, un po' di atteggiamento del "Solito Stronzo" che non vede l'ora di diventare Venerabile Maestro e di andare da Fazio, dalla Bignardi e magari finire intervistato al New York Times (colpaccio, eh?). Però di una cosa sono contento: io il Maurizio Costanzo Show non l'ho mai considerato una fonte d'ispirazione per le mie letture!
Divertente, ironico, accattivante, talvolta deprimente. Chi ama scrivere - ma anche leggere - dovrebbe immergersi fra queste pagine, se non altro per farsi un quadro della possibile situazione. Perche' diciamocelo: la campana e' una, non va presa per oro colato o dogma, ma aiuta a riflettere e a ( non ) prendere troppo sul serio i risvolti oscuri del mestiere dello scrittore. Unica nota che mi ha davvero disturbato: la ripetizione ossessiva di alcune frasi e/o formule. Passi l'enfasi, ma dopo la terza volta annoia... Per il resto: LEGGETELO! E meditate.
Ho preso questo libro attratto dal richiamo bukowskiano del titolo. Ovviamente con Bukowski c'entra poco. Si tratta invece delle avventure tragicomiche che accompagnano uno scrittore nelle sue diverse vesti di giovane promessa, solito stronzo e venerato maestro, sulla scia della nota suddivisione di Arbasino (utilizzando lo stessa tripartizione aveva scritto, e meglio, Edmondo Berselli). Insomma, niente di eccezionale, ma il libro è corto e si fa leggere velocemente. E probabilmente è un buon antipasto per conoscere Culicchia, che non avevo mai letto, e ora mi è venuta voglia.
İyi gözlem yapın, yazmadan önce şunu yapın bunu yapın tarzı tavsiyelerle dolu içerikten ziyade bir yazarın acemilikten ustalığa geçisi sürecindeki anılarının kronolojik şekilde kısa kısa bölümlerle anlatıldığı, bir çırpıda okunabilecek akıcı bir kitap. Yazarlığı düşünün ya da düşünmeyin kitaptan keyif alabilirsiniz. Eleştirilmesi gereken kısmı olayların içerisinde kendini tekrar eden cümlelere sık rastlanılması.
Libro divertente e scorrevole da leggere, dove l'autore racconta la sua carriera da scrittore tra case editrici, presentazioni e 'cene con lo scrittore'. Ho apprezzato in particolare il modo in cui si ripetono certe frasi, o addirittura capitoli, molte volte nel corso del libro senza essere pesanti o stancare il lettore. Sono molto curiosa di leggere altro di Culicchia prossimamente.
Molto ironico, anche auto-ironico. Sembra che ci prenda in giro ma dice la sua sulla realtà mediatica del mestiere dello scrittore. Lettura valida per chi vuole fare lo scrittore e no per comprendere un po' la dinamica (psicologica) dietro il sipario della scrittura.