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A Sarajevo il 28 giugno

Una domenica di giugno, a Sarajevo, avvenne il fatto che divide in due la storia del XX secolo: l’at­tentato in cui fu ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando. Prima di quel giorno, esisteva un mondo che presto sem­brò remoto. Dopo quel giorno, è già il nostro presente. Se le guardiamo da vicino, quelle ore traversate da un invisibile con­fine appaiono gremite, come tutte le altre, di piccoli fatti, incidenti, fuggevoli sensazioni, incontri fortuiti. Gilberto Forti ha avvicinato ad esse la lente della poe­sia e ne ha estratto undici «storie in versi» che si presentano con quella felice sobrietà narrativa di cui l’autore aveva già dato prova nel Piccolo almanacco di Radetzky. A parlare sono, ogni volta, personaggi immaginari che raccontano la real­tà. E subito ci vengono incontro voci e figure, dal­l’Im­pe­ratore Francesco Giuseppe, che «si dà pensiero per i funerali / come se tutto il resto non contasse», all’ufficiale Max von Lenbach, che si sottrae ai creditori fuggendo a Montecarlo con una nobildonna, dai dignitari di Corte all’attentatore, da una vecchia duchessa a un ingegnere ungherese. E gesti, episodi, parole si dispongono tutti intorno a un centro: l’uniforme troppo stretta di Francesco Ferdinando che ancora oggi possiamo vedere, con le macchie di sangue, al Museo di storia militare a Vienna. Im­ponente è la catena dei casi, delle inconsce volontà, dei consapevoli disegni che portarono a quei colpi di pistola, come se gli eventi fossero calamitati. E quasi come se la vittima li avesse cercati. Francesco Ferdinando qui non parla, ma altri parlano di lui. E, dal sovrapporsi delle voci, Forti è riuscito a evocare con magistrale nettezza la sua fisionomia: sterminatore di animali (più di trecentomila furono da lui uccisi cacciando), appassionato di fio­ri (stupendi i suoi roseti a Konopischt), erede senza poteri, costretto dall’etichetta a un matrimonio morganatico, finirà dissanguato sotto i colpi di Gavrilo Princip anche perché nessuno saprà aprirgli subito l’uni­forme, che gli era stata cucita addosso a filo doppio per celare l’in­ci­piente obesità.

247 pages, Paperback

First published January 1, 1984

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About the author

Gilberto Forti

37 books2 followers
Gilberto Forti nasce il 12 aprile 1922 a Roma. Di famiglia ebraica, è costretto ad abbandonare gli studi in seguito alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938. Giovanissimo milita come partigiano nella guerra di Resistenza, un’esperienza descritta con vibrante asciuttezza e un’esemplare attitudine riflessiva in numerose pagine della raccolta postuma di racconti dal titolo I latitanti. Nel 1945 inizia la sua collaborazione con l’agenzia di stampa statunitense Associated Press, decisiva per la formazione di uno stile fondato sull’esattezza e sulla concisione, ma che non rinuncia alla propria forza lirica e icastica. Nell’ottobre del 1956 inizia la collaborazione con l’editore Rusconi in qualità di caporedattore prima, e di direttore responsabile delle riviste “Gente” e “Gioia” poi. Allo stesso tempo collabora con diversi quotidiani. La sua idea di giornalismo rimarrà sempre aperta al grande pubblico, capace di veicolare un’informazione critica e di dare spazio a inchieste e argomenti di rilevanza culturale.
Un’attenzione particolare merita la sua intensa e felice attività di traduttore dall’inglese, dal tedesco e dallo svedese, ed è nella resa di testi poetici che Forti raggiunge l’eccellenza. Nel 1970 vengono pubblicate le sue versioni delle Settanta liriche di Goethe e nel 1973, comprese nel volume del Teatro, le tragedie Ifigenia in Tauride e Torquato Tasso. Con grande perizia stilistica traduce in italiano la poetessa statunitense Marianne Moore, al tempo pressoché sconosciuta nel nostro Paese, i grandi autori della tradizione mitteleuropea – Trakl, von Rezzori, Benn, Canetti –, la poesia e la prosa novecentesca in lingua inglese – Derek Walcott e W.H. Auden, per il quale gli verrà riconosciuto nel 1995 il premio Monselice – e la prosa di Josif Brodskij.

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1 star
1 (6%)
Displaying 1 - 3 of 3 reviews
Profile Image for Chequers.
625 reviews41 followers
March 21, 2022
Una lettura molto piacevole, a piu' voci, con diversi punti di vista su quanto accadde quel fatidico 28 giugno e cosa ne scaturi' successivamente.
Profile Image for Rosenkavalier.
261 reviews119 followers
January 9, 2014
"La sciagura di un popolo intero"

Gilberto Forti aveva raccontato la dissoluzione della società e della cultura della belle epoque centroeuropea nel bellissimo Piccolo almanacco di Radetzky.

In questo libro, che dell’Almanacco costituisce una sorta di antefatto e completamento ideale, l’autore sposta la sua attenzione sulla circostanza scatenante di quella dissoluzione: l’attentato agli Arciduchi Francesco Ferdinando e Sophie, compiuto da Gavrilo Princip il 28 giugno 1914 a Sarajevo.

Con una tecnica simile a quella dell'Almanacco, Forti costruisce una serie di ricordi: del fatto in sé, del clima di quei giorni, delle vicende che ne seguirono. Racconta del vecchio Kaiser, impenetrabile e ormai distante. Dell'erede, ultimo superstite della casata. Dell'assassino, lo studente serbo Gavrilo Princip. E di tanti personaggi, veri e inventati, che di volta in volta prendono la parola.

Mette in campo poi una scelta stilistica molto forte e, al mio orecchio, non sempre del tutto riuscita, scrivendo il libro in una specie di “prosa” in endecasillabi liberi. Se in alcuni passi il testo acquista in musicalità e, in definitiva, in efficacia, altrove e più spesso mi è parso di avvertire una certa strumentalità, o comunque fatica. La lettura non ne viene comunque guastata e può benissimo darsi che l’effetto sia dovuto alla mia ormai scarsa familiarità con la poesia. Lettori ben più autorevoli di me l’hanno trovata, invece, una scelta felice (ad esempio Italo Chiusano).

Le pagine più toccanti sono, in fondo, quelle dedicate al giovanissimo attentatore, uno studente di vent'anni che commise l'omicidio quasi dispiacendosene come di una disavventura necessaria, pensando (come spesso accade ai fanatici) di ammazzare un'istituzione e non due esseri umani. Morì carcerato nella caserma di Theresienstadt, sottoposto a un regime di detenzione durissimo. Ironicamente, i cospiratori della Giovane Serbia (ispirati dal mazzinianesimo) assassinarono in Franz Ferdinand il più slavofilo degli Absburgo.

In conclusione, il gioco mimetico del traduttore Forti era riuscito alla perfezione nel Piccolo almanacco, certo grazie al gusto e alla sensibilità dell'autore, ma con il vantaggio di utilizzare uno sceltissimo materiale di partenza (i pensieri, gli scritti, le riflessioni di Hoffmanstahl, Roth, Kraus, Hasek, Musil e altri ancora).
In fondo, in un certo senso era pur sempre una traduzione, un elegante gioco di rimandi ai più importanti e rappresentativi personaggi di quella cultura.

Qui, invece di far parlare poeti, scrittori e musicisti, l'autore si affida a personaggi immaginari. Il materiale di riferimento non appartiene tanto alla letteratura (come nell’Almanacco) ma alla memorialistica, più o meno ufficiale.
Il traduttore deve, giocoforza, diventare narratore.
Il salto è innegabilmente meno riuscito, ma comunque ampiamente meritevole di una lettura.
Profile Image for Edmond Dantes.
376 reviews30 followers
October 14, 2016
Ottimo con la Vecchia scala delle Stelle
Immaginario e Immaginifico, partendo da citazione vere e reali, costruire, in endecasillabi perfetti e musicalii l'innesco della Guerra Civile Europea e seconda guerra dei trenta anni, come prima o poi la si chiamerà.
Chi era Francesco Ferdinado e chi Gavrilo Princip, se non marionette di un destino che pareva già scritto
Altamente Raccomandato !
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