Celebre capolavoro di Ippolito Nievo, pubblicato postumo nel 1867 e composto in meno di un anno nel 1858. Nievo partecipò, dopo un'intensa attività patriottica, alla Spedizione dei Mille, e morì a soli trent'anni. Ha scelto di scrivere la finta autobiografia di Carlo Altoviti, il quale stende le sue memorie a più di ottant'anni, rievocando il periodo dal 1775 al 1858.
•Il genere
"Le Confessioni di un italiano" appartiene al romanzo storico; Nievo fa uso di opere storiche, memorie familiari e ricordi personali per ricostruire gli eventi, che solo a volte vengono romanzati; compaiono anche personaggi storici, accanto a quelli inventati, come Napoleone, Foscolo, Parini, i generali Carafa e Pepe. Può essere anche visto come un romanzo di formazione, perché uno degli aspetti principali è la maturazione civile e morale del protagonista durante tutto l'arco della sua vita. Infine, un'importante fonte di ispirazione creativa viene dal feuilleton, a cui Nievo attinge per le strambe peripezie, la costruzione avventurosa della trama, l'enorme numero di personaggi secondari e di sottotrame, le agnizioni e i colpi di scena. In particolare, i luoghi comuni del romanzo d'appendice offrono lo strumento per parodiare la cultura del tempo, Nievo usa consapevolmente l'ironia per sottolineare l'inverosimiglianza delle trovate più bizzarre e per mettere in ridicolo i gusti contemporanei.
•I modelli
L'autore si confronta spesso con Manzoni, sia in positivo che in negativo, trae da lui molti modelli per i personaggi, che spesso altera pur mantenendo delle caratteristiche di base riconoscibili; ad esempio le figure di ecclesiastici e due importanti figure femminili, la Pisana, la cugina del protagonista e l'amore della sua vita, che è una sorta di anti-Lucia, e Clara, la sorella di Pisana, che è invece molto simile a Lucia ma "corretta" con un'anima più profonda ed una fede più autonoma. Anche l'idea della Provvidenza viene spesso presa di mira: c'è senz'altro una giustizia imperscrutabile nell'ordine dell'universo secondo Nievo, ma più che una Provvidenza di stampo cristiano, egli ne immagina una di stampo classico, un continuo divenire dell'ordine delle cose tendente al progresso, che ottiene un lento trionfo sulle vicende umane nel loro complesso, ma in tempi più lunghi di quelli di una singola vita umana; però gli esseri umani non sono delle vittime rassegnate che devono attendere la grazia, ma costituiscono un polo attivo di questa trasformazione continua e portano il loro destino inscritto nella loro indole. Altri importanti intellettuali con cui Nievo si confronta sono Mazzini, per gli ideali patriottici, e Rousseau, del quale eredita il modello delle "confessioni" e l'analisi dei sentimenti, oltre ad un'idea di educazione spontanea e basata sull'esperienza e l'azione concreta.
•I temi
L'opera è caratterizzata dall'incontro di tematiche pubbliche e private e sono centrali l'idea di patria e di popolo. Il protagonista si interroga specialmente sul valore dell'educazione, punto di contatto tra le generazioni, la quale deve essere a tutto tondo perché possa formare sia le virtù private dell'individuo che le sue qualità civili. Il popolo è di base un'entità astratta accomunata da affinità linguistiche, culturali, di indole e di costume; tuttavia un popolo che vuole risorgere e costituirsi in nazione ha la necessità di costruire con tempo, pazienza e sacrificio una concordia di intenti, una maturità morale e una disciplina solida che gli permettano di autogovernarsi; questo processo è molto lento e determina numerose contraddizioni: Carlo si rende conto di come il progresso umano debba subordinarsi a motivi d'interesse materiale, ma questo non significa che la Storia è immobile e il tempo non ha valore. L'educazione del cittadino deve maturare in parallelo le doti intellettuali, costante stimolo e strumento per l'individuo, le doti morali e le doti civili, cioè lo spirito di associazione e di collaborazione attiva. La morale nieviana è permeata di spirito cristiano, ma lo trascende; il senso di peccato è assente, le colpe sono sempre figlie della fragilità umana e devono essere espiate non tanto con il pentimento quanto con un concreto ravvedimento che porta a non ripetere gli errori troppo gravi che viziano il carattere; le virtù vengono sfrondate e ridotte all'essenziale, restano importanti la carità, che concorda con lo spirito di associazione e la morale "naturale", e la temperanza, che permette di trovare la giusta misura negli affetti e di incanalare le qualità positive dell'indole nell'impegno attivo a favore della patria. Fondamentale è il controllo delle passioni, che non consiste nel loro annullamento, ma nel rifiuto della loro portata distruttiva; le passioni devono contribuire al miglioramento dell'individuo e non renderlo schiavo; nel romanzo ci sono sia esempi negativi che positivi di passione. L'amore, altro nodo tematico, unisce il trasporto dei sensi e la profondità dei sentimenti, nella sua pienezza deve assumere forme materiali, ma, se autentico, è in grado di resistere alla prova del tempo e della realtà, fino a diventare un sentimento costante e nobile; un amante deve essere appassionato e generoso, disinteressato nelle effusioni, deve saper amare indipendentemente dal merito e dal comportamento dell'altro e perdonare finché il sentimento resta vivo. La religione riveste grande importanza; Carlo abbraccia implicitamente il Cristianesimo, ma lo fa soltanto quando ne mette alla prova i valori e li riconosce come propri e "naturali"; in gioventù la fede assume le forme del panteismo e del culto della natura, vicino alle tendenze romantiche, mentre in seguito prevalgono gli aspetti etici; la religiosità di Carlo è contaminata dalla morale greco-romana, di moderato stampo eroico, attenta agli aspetti comportamentali e civili. L'ispirazione di Nievo è decisamente antimaterialistica e spirituale, egli crede in un'anima immortale e in un universo ordinato e regolato da un ordine trascendente. Carlo, pur riconoscendo il valore della religione, prende atto del declino della fede durante gli anni da lui vissuti e crede sia fondamentale accettare tale fenomeno e riconoscere come la morale e l'educazione debbano prescindere dalla fede e dare spazio ad un'etica laica adattabile al concreto periodo storico, che possa essere attivamente coltivata dal singolo; ad esempio verso la fine del libro assume un'importanza centrale il difficile rapporto di Carlo con i suoi figli, completamente diversi da lui e ostili alle tendenze romantiche della generazione precedente. Altro tema cardine è la libertà, un'acquisizione sofferta, dovuta a numerosi fattori ed estremamente fragile e suscettibile di perdita.
•La Pisana
La secondogenita del conte di Fratta accompagna Carlo dall'infanzia alla tarda maturità, all'inizio è una compagna di giochi, amata sin dalla culla, ma la sua figura si evolve in mille modi insieme al protagonista, declinando insieme a lui l'amore in tutte le sue forme: la passione, la devozione, l'amore fraterno, la carità. Questa rappresentazione femminile è fortemente suggestiva, per quanto mi abbia lasciato perplesso a tratti, per le repentine trasformazioni e gli estremi caratteriali e comportamentali, in positivo e in negativo, che la caratterizzano. La Pisana è quasi il concetto stesso di femminilità per come lo intende il Nievo, un concetto di straordinaria ricchezza per quanto soggettivo. Già da bambina si mostra volubile, capricciosa, determinata, è una piccola tiranna piena di intelligenza, vitalità e passione, che si diverte a tormentare Carlo come un giocattolo e un servo. Abbandonata ad una condizione semi-selvatica, cresce tramite l'esperienza e l'istinto in misura maggiore di Carlo e la sua indole resta spontanea; passa a suo piacimento da un estremo all'altro, sa essere allegra e leggera quanto taciturna e malinconica, è tanto capace di dolori e crucci quanto di gioia, i suoi sentimenti sono forti e totalizzanti, ma cambiano e si evolvono, restano costanti soltanto quelli più profondi e radicati. Questa donna passa dalla cieca indifferenza e dal cieco egoismo alla carità e alla generosità più piene, non crede a nulla che le venga imposto, ma deve vagliare tutto con la sua forte volontà; si costruisce autonomamente una religiosità, degli ideali, una condotta, senza rifiutare le passioni più accese e i dolori più vivi. La Pisana si lega a Carlo come una compagna di vita, ma fa sempre le sue scelte in autonomia e resta con lui per suo volere e non per abitudine; condivide la passione per la libertà e per la patria, per una vita attiva e aperta; grazie alla costante devozione di lui migliora la sua indole e alimenta a sua volta tutte le qualità più positive in lui, il coraggio, l'impegno e la nobiltà d'animo, partecipando dei suoi sforzi e dei suoi ideali. Il loro rapporto è dinamico e ricco, in ogni fase della loro vita muta con loro, c'è una forte reciprocità nel male e nel bene, talvolta è lei ad abbandonare, tormentare o deludere lui, talvolta il contrario. Non sempre sono presenti l'una per l'altro ma la loro presenza è sempre essenziale e significativa; Pisana è uno dei primi interessi del piccolo Carlo e l'ultimo sublime ricordo delle sue memorie di ultraottantenne. Inventare una storia d'amore avvincente, almeno a mio gusto, è una delle cose più difficili per uno scrittore, secondo me Nievo ci è riuscito o quantomeno è stato originale.
•Considerazioni
Partirò dai difetti. È un libro sicuramente molto inorganico, si nota molto la mancanza di rifiniture e di tagli che avrebbero potuto migliorare il valore artistico; quasi tre quarti del libro occupano un periodo breve e pochi capitoli affrontano frettolosamente molti anni ricchi di eventi; la quantità di personaggi e avvenimenti secondari è abnorme. Lo stile è disseminato di arcaismi, venetismi e altri termini dialettali, è invecchiato un po' male forse e pecca in prolissità in qualche punto, ma è vivace e ricchissimo e Nievo si è impegnato per essere compreso anche dalle classi più umili. L'uso dell'ironia è magistrale, serve ad alimentare un incessante dibattito sugli avvenimenti storici e sulle pieghe inaspettate che essi prendono, sul dovere del cittadino e sulle contraddizioni della società del tempo; il modo di scrivere di Nievo ha dei tratti genuinamente divertenti e brillanti, tenendo conto che il romanzo è stato scritto quasi di getto, il risultato è sorprendente. Per il resto mi è piaciuto tantissimo praticamente tutto, la ricostruzione storica di un periodo interessantissimo e fondamentale che non conoscevo approfonditamente, la tensione ideale, la vastità dell'ispirazione e delle tematiche scaturita da un sincero impegno dell'autore per la causa risorgimentale e da una profonda esperienza, la bravura estrema di Nievo nel tratteggiare il processo di crescita di Carlo e nel caratterizzare l'arco intero di una vita umana pur essendo così giovane. È un romanzo imperfetto ma brillante, straordinariamente pieno di vita e di valori umani, assolutamente da riscoprire, che copre un enorme vuoto nella tradizione prosastica italiana e lo fa con originalità e profondità.
•La trama
In apertura il protagonista ammette di non considerarsi un personaggio di rilievo, ma un uomo che ha permesso al fondamentale periodo storico in cui ha vissuto di influenzarlo e di dirigerlo e che si è reso al contempo strumento e agente dello straordinario progresso civile che ha trasformato l'Italia nell'Ottocento. Carlo cresce in una famiglia della piccola nobiltà friulana, sotto la tutela della zia, la contessa di Fratta, una bisbetica dama veneziana; la sua condizione di orfano lo rende al contempo partecipe dei valori dell'ambiente gentilizio e spettatore estraneo, privo di radici e di orgoglio. Vive la sua infanzia da parente inferiore nel castello di Fratta, specialmente nella caotica cucina, un luogo che agli occhi del bambino rappresenta i confini del mondo; l'infanzia di Carlo è anche l'infanzia della società provinciale del tempo, ancora sonnecchiante sotto un ordinamento feudale. Il Friuli di allora era una provincia della Repubblica di San Marco, dotato sulla carta di istituzioni proprie ma de facto sottoposto al controllo delle istituzioni di Venezia. La morsa della Repubblica in pieno declino, ormai difesa da pochi mercenari e priva del suo potere commerciale, è insufficiente; nonostante l'intensificarsi degli abusi oligarchici, dell'oppressione e dell'attività dell'Inquisizione le idee illuministiche si diffondono nelle università e persino nel clero, spaccato in una fazione conservatrice e in una libertina. La Rivoluzione Francese fa tremare il governo di Venezia e il risveglio civile, seppur lento, è tenace; in questi anni Carlo, che ha mostrato promettenti capacità ed è cresciuto nella stima dei parenti, esce dal piccolo microcosmo di Fratta e frequenta l'università di Padova; dopo un iniziale tentennamento scopre nel patriottismo e negli ideali liberali una missione ed un nobile dovere, anche se non smette di interrogarsi sui benefici e sulla realizzabilità dei nuovi valori. Dopo la fine del Terrore in Francia, Venezia riconosce il nuovo governo francese, ma teme lo sviluppo della guerra, che finisce per minacciare l'Italia; nonostante ciò, la Repubblica sceglie una resistenza disarmata, affidandosi alla diplomazia, ma l'esercito francese sotto la guida di Napoleone travolge i deboli stati italiani. La prima campagna francese in Italia è uno dei nodi storici e narrativi del romanzo, Carlo, ormai un adulto responsabile e attivo nel promuovere la giustizia e l'operosità nella sua giurisdizione, depone gli ideali astratti e sperimenta in prima persona la realtà della guerra e dell'invasione nella sua brutalità; i francesi liberano distruggendo e depredando e gli ideali diventano l'abito della forza, mentre il popolo si abbandona ciecamente al disordine e alla temporanea anarchia degli oppressi; l'unica consolazione è che le colpe del vecchio regime possono essere espiate attraverso il rinnovamento. Venezia, ormai isolata dalle provincie, tormentata dalla cospirazione interna, dalle ingerenze francesi e dalle pressioni di Napoleone, assiste al crollo del suo edificio politico millenario, ormai marcio da tempo, e si abbandona vilmente al conquistatore, proclamando un nuovo ordinamento. Carlo, che adesso ha diritto ad un seggio nel Maggior Consiglio, assiste all'ultima seduta di questa antica istituzione e prova dolore per l'umiliazione della sua città, che ha cercato di ricevere dall'esterno la libertà senza guadagnarla con coraggio e sacrificio. Le speranze dei democratici vengono spazzate via dal trattato di Campoformio del 1797, che sancisce la cessione di Venezia all'impero austriaco. La cinica scelta di Napoleone diffonde amarezza e la politica francese in Italia si rivela per quello che è: Venezia viene ceduta al nemico dopo esser stata praticamente saccheggiata. Carlo resta in città per un po' di tempo, finché non si rifugia nella Repubblica Cisalpina, una brutta copia della francese. Carlo realizza che Napoleone ha quantomeno il merito di aver accelerato il risveglio nazionale e aver portato il popolo da un'obbedienza passiva a una attiva. Egli si arruola nella legione napoletana, che, dopo la proclamazione della Repubblica Romana-altro desolante teatro di caos, terrore, anarchia e ruberie-muove a sud verso il confine con il Regno di Napoli; dopo le prime vittorie, Ferdinando I è costretto a fuggire e viene istituita la Repubblica Partenopea, instabile e tormentata dalle lotte controrivoluzionarie dei sanfedisti e delle bande di briganti. Dopo l'invasione degli eserciti di Austria e Russia, i francesi abbandonano la Partenopea, Carlo si rifugia a Genova, dove assiste allo spietato assedio; nel frattempo Napoleone deve difendere il Nord Italia e ottiene la definitiva vittoria di Marengo, con cui riconquista l'Italia. Carlo entra in una nuova fase della sua vita e sceglie un impiego civile come funzionario a Ferrara; nel nuovo ordine cresce la mobilità sociale, ma il declino della nobiltà viene sostituito dall'importanza del denaro; il protagonista viene promosso ad un'importante carica di intendente delle finanze e si trasferisce a Bologna, dove sviluppa una grande ambizione e vive nel fervore di operosità dell'Italia napoleonica. Questo periodo segna per lui la fine della giovinezza, egli sente di avere una visione più moderata e disincantata della realtà, ma questa felice e acritica fase ha in serbo un'ulteriore delusione: l’Ottocento, secolo di contrasti, porta con sé l'incoronazione di Napoleone, che si proclama anche re d'Italia. Carlo apre gli occhi e decide di rinunciare a collaborare con le istituzioni del nuovo Regno d'Italia. Dopo un breve periodo di ristrettezze e un misero soggiorno a Milano, l'annessione di Venezia al Regno gli permette di fare finalmente ritorno nella sua città, dove vive un periodo di isolamento e diffidenza. Il ritorno a Fratta, ormai completamente cambiata e svuotata a causa delle guerre della spontanea vitalità di un tempo, gli arreca la stabilità. Gli anni delle grandi vittorie napoleoniche vengono descritti velocemente e la narrazione si fa sempre più condensata. Con la caduta di Napoleone, i deboli stati italiani, di fatto dittature militari, cadono con lui, trascinando con sé le aspirazioni e i fiduciosi ideali di un tempo, che si frammentano in una pluralità di idee. Carlo si reca nel regno di Napoli durante i moti del 1820-quando re Ferdinando, costretto a concedere una costituzione, provoca l'intervento dell'Austria per riprendere il potere assoluto-perché incaricato di portare un messaggio al generale Pepe, ma viene catturato durante la disfatta dell'esercito napoletano, disorganizzato e debolissimo, e condannato a morte per alto tradimento, ma per varie vicissitudini ottiene la grazia e si ritira in esilio a Londra. Nel frattempo, in Europa si diffonde il dibattito sulle lotte per l'indipendenza in Grecia, osteggiate dalle potenze europee, ma destinate ad un clamoroso trionfo, incoraggiante per i patrioti italiani. Dopo il ritorno a Venezia, ormai ridotta allo spettro di se stessa, si dedica al commercio e all'educazione dei figli, a tratti simili e a tratti profondamente diversi dal padre; ormai Carlo, anziano, è spettatore-per quanto acuto e attento-della Storia e gli anni fuggono via per lui; egli vede la sua eredità raccolta dai figli, coinvolti nei moti liberali del ’31 e del ‘48. L'ultimo fatto politico è un amaro e indiretto cenno alla guerra di Crimea, cinicamente sfruttata dai Savoia. Carlo affronta la solitudine e la vicinanza della morte con serenità, fiducioso che i benefici prodotti dalla sua generazione saranno raccolti da quelle future, capaci di realizzare il sogno dei padri.