Pino Imperatore colpisce ancora. Di nuovo riesce, con la sua sottile ironia a sdrammatizzare e a rendere ridicolo una dei più gravi problemi che affliggono la Campania e l'Italia in generale: la criminalità organizzata, nella fattispecie la camorra.
Protagonista è Tonino Esposito, orfano di un potente boss della camorra, da cui però non ha ereditato nè l'indole nè le capacità. Prova in tutti i modi a continuare le gesta del padre, ma è troppo goffo e ingenuo e combina un sacco di guai. La sua famiglia è composta dalla moglie Patrizia, bellissima donna che ama appassionatamente il marito, dai due figli Genny e Tina, quest'ultima adolescente in aperto contrasto con il padre di cui non approva l'attività illegale. Ci sono poi i suoceri, Assunta e Gennaro, quest'ultimo allegro e divertente, uno dei personaggi che più ho amato, e la madre Manuela, il personaggio più pacato dell'intera famiglia. Infine a completare il quadro ci sono la governante e i due animali domestici, l'iguana Sansone e il coniglietto Gigetto.
Questa coloritissima famiglia ne combina delle belle e ho riso tantissimo nel leggere le loro gesta, anche se la narrazione è una palese scusa per descrivere una situazione abbastanza drammatica: i rapporti tra i membri del clan, tra il boss e i suoi subordinati, tra i cittadini sottomessi al Boss che non possono o non vogliono ribellarsi. L'autore, nonostante lo faccia con ironia e con apparente leggerezza, mostra come la gente comune vive il quotidiano contatto con la criminalità organizzata.
Il romanzo di Pino Imperatore è anche un omaggio alla città di Napoli, alle su bellezze architettoniche e alla sua storia. L'autore non può fare a meno di soffermarsi nella descrizione delle sue chiese, del suo golfo, dei personaggi storici, delle tradizioni e consuetudini che hanno reso Napoli una città meravigliosa. I toni, quando Imperatore parla di Napoli, passano da scanzonati a seri, anzi anche un po' pomposi, per dare la giusta importanza ad una città che mi affascina ogni giorno di più.