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Ultimo parallelo

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Questa è la storia degli uomini che giunsero al termine del mondo conosciuto: è la storia della conquista mancata del polo sud. Chi fosse stato accanto a loro li avrebbe visti stanchi e stremati, entusiasti e dolenti, in preda alle follie, abbacinati. Sono eroi che partirono carichi di pellicce, racchette, sci di legno, cani, provviste, pony siberiani, slitte, grammofoni, macchina fotografica, pianoforte, libri, medicine. E la cecità imposta dal delirio bianco dei ghiacci non impedì loro di nutrire senza requie il sogno di raggiungere una meta che non era solo geografica. Dal gennaio 1911 al marzo 1912 il gelo polare mise alla prova la resistenza disumana di quegli uomini alla ricerca del limite del mondo infisso nell’acqua ghiacciata. Attraverso la voce e lo sguardo di un narratore spettrale e innominato, capace di attenzione e intima pietà, in Ultimo parallelo riprende vita la spedizione del capitano britannico Robert Falcon Scott, che, il 17 gennaio 1912, dopo un viaggio di 750 miglia attraverso le distese dell’Antartide, raggiunge il polo sud insieme a quattro compagni. Durante il viaggio Scott e i suoi scuoiano e sezionano i pony per farne provviste, trainano da soli le slitte, sfigurati dal gelo e martoriati dalle tempeste di neve. Ma al loro arrivo trovano una bandiera nera attaccata a una stanga di slitta, in quella terra che assomiglia alla fine ultima del mondo. Scott aveva perso, gli inglesi avevano perso, il polo era dei norvegesi, di Amundsen. Tentando il ritorno alla base, stremati dalla fatica e dal blizzard, Scott e i quattro pionieri trovarono la morte, lasciando in eredità altrettanti diari e un pugno di foto. Ed è a partire da queste immagini, interpretando la fisiognomica dei volti, le espressioni, i gesti, i particolari che compaiono nell’inquadratura che Filippo Tuena muove la narrazione, portandole a intrecciarsi col testo. Le foto sono parte inscindibile della struttura del romanzo, altalenante tra saggio, memoriale di viaggio, lirica e narrativa pura, in una pluralità di voci che dialoga sempre con l’«uomo in più», l’allucinazione eliotiana, specchio dello scrittore che racconta e del lettore che legge. Con Ultimo parallelo, già vincitore del Premio Viareggio 2007, Filippo Tuena non si accontenta di consegnare ai lettori il romanzo definitivo sulla spedizione di Robert Scott e la scoperta geografica del polo sud, ma racconta la storia universale dei soccombenti, degli uomini che si sono confrontati con i propri limiti e ne sono usciti sconfitti.

320 pages, Kindle Edition

First published January 1, 2007

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About the author

Filippo Tuena

38 books22 followers
Filippo Tuena si è laureato in Storia dell'Arte alla Sapienza di Roma. Fino al 1996 ha lavorato nell'antiquariato. Da allora si occupa di libri.
Vive gran parte dell'anno a Milano. Scrive narrativa e dirige una collana per l'editore 'Nutrimenti'.

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Profile Image for Orsodimondo.
2,474 reviews2,457 followers
November 28, 2023
FANTASMI E MIRAGGI NELLA TERRA DESOLATA


Dopo aver faticosamente percorso centinaia di miglia, a poche centinaia di metri dalla metà, il polo Sud, la spedizione inglese trova la tenda di quella norvegese e scopre così d’essere stata anticipata. Gli inglesi hanno perso la corsa all’Ultimo Parallelo.

Tuena sceglie di raccontare la spedizione inglese invece di quella norvegese – entrambe agli antipodi dal loro paese, lontanissime da casa – e la spedizione inglese è quella che non ce la fece, è quella che perse.
D’altra parte, come insegna la ripetutamente citata Iliade, hanno più fascino i Troiani degli Achei, gli sconfitti generano più interesse e attenzione: forse è più facile riconoscersi in chi perde. O forse li si preferisce per prenderne le distanze, per esorcizzare la possibilità di fallimento.
E come insegna l’Iliade, la resistenza, fisica, e insieme sempre anche morale, è quella che penetra nel tempo, e rimane: i norvegesi scelgono un percorso di settanta miglia più corto, si affidano a un numero smisurato di cani – mentre gli inglesi hanno pochi cani, troppi inutili cavalli, e ancora meno utili mezzi meccanici che sono i primi a dare forfait - sono più veloci agili snelli, si direbbe più pratici e realistici, meno sognatori.
Ma Tuena punta il suo sguardo su quelli condannati a perdere sin dal principio: gli inglesi. Epica della sconfitta.
Con i norvegesi vincitori che qui e là fanno incursione nel racconto, presenze quasi sbeffeggianti, luciferine, minacciose nella loro determinazione.



Tuena prende da subito un bel tono da poema: impressione rafforzata dalle numerose citazioni in versi, e dalle pagine scritte come se fossero altrettanti versi, con quel tipico andare accapo.
E dopo un paio di azzeccatissime pagine che per me hanno spinto attenzione e tensione ad alte vette, ho sentito un irrefrenabile bisogno di rivedere la serie Terror, ambientata nei ghiacci del nord invece che del sud (cercavano il leggendario passaggio a nord-ovest), svoltasi sessanta e rotti anni prima di questa narrata da Tuena: ma visualizzare il freddo, il ghiaccio, l’assideramento, la fatica, lo sforzo, che la serie mostra a massimi livelli, mi è sembrato automatico e naturale.
E d’altra parte le due navi della serie hanno nomi che vengono dall’Antartide: una si chiama Erebus come il vulcano attivo (alto 3.794 s.l.m.) che si trova proprio sull’isola di Ross; l’altra è stata battezzata Terror, proprio come una montagna prossima al polo sud.
E d’altra parte Tuena è bravo a rendere sulla pagina la lotta atroce che è attraversare e percorrere un deserto bianco ostile e insidioso, con temperature abbondantemente sotto lo zero, attrezzati e abbigliati in modo da suscitare tenerezza e sconsigliare anche il solo pensiero di partire per un’impresa simile.


La Terra Nova.

Come sua abitudine Tuena intreccia il suo racconto con brani presi da numerose fonti, in questo caso più spesso diari dei membri della spedizione - perfino quelli ritrovati accanto, o sopra, i corpi assiderati degli autori - oppure lettere. Meccanismo che funziona ancora meglio del solito in quanto la giusta impaginazione permette di avere un testo a immediato confronto con una foto scattata all’epoca dal fotografo ufficiale della missione (suicida?).
Particolarmente azzeccata è la voce narrante, un io misterioso di cui Tuena adotta il punto di vista, che è a metà tra un’ombra e una figura, e verrebbe da identificare con quella presenza che ha l’apparenza di un doppio, quella presenza che trascina il passo accanto a ciascun membro del viaggio (senza ritorno), magnificamente introdotta nella parte iniziale del libro, facendo anche ricorso alla poesia di T.S.Eliot.
Nei ricordi degli esploratori…appare, incappucciata al loro fianco, mentre la fatica della marcia si fa insopportabile e sembra esigere ed esaurire ogni piccola energia residua, l’inquietante figura dell’uomo in più, colui che procede incappucciato avvolto in un mantello bruno.



Da quel mattino i cinque esploratori avanzarono in assoluta solitudine verso la meta del loro viaggio. Pensavano che nessuno avrebbe potuto seguirli in quel procedere in direzione del nulla, e per questo motivo sono rimasto vicino a loro, li ho accompagnati dove nessuno poteva accompagnarli, al loro fianco, molto discreto, molto silenzioso, molto partecipe della loro sorte.
Ma chi è questo narratore, questo io che racconta, commenta, comprende, scruta? È davvero una presenza ‘altra’, incappucciata e avvolta in un mantello bruno, anche quando dice:
Le impronte di Scott sono al centro dell’inquadratura, provengono da sinistra e hanno un andamento piuttosto movimentato come se il capitano avesse a lungo cercato l’inquadratura migliore. Le mie credo che fossero quelle alla sua destra.?



La luce, quanto il suo abbacinante riverbero ferisca gli occhi e necessiti della giusta protezione, il ghiaccio, il freddo - per l’appunto polare - gli elementi naturali che sembrano così violenti da apparire in-naturali, Tuena li trasmette, il lettore li percepisce a fondo:
Quando splende il sole accecante indossano strani occhiali modificati in maniera empirica che fasciano le stanghette laterali per impedire ai raggi ultravioletti di raggiungere le pupille molto arrossate e doloranti oppure oscurano le lenti lasciando soltanto una sottile fessura orizzontale che riduce il panorama a una striscia di luce appena percepibile ma più spesso sono immersi nella nebbia o dentro la tempesta di vento che alza pulviscolo di neve e cancella il sole e nasconde la via e soffia contro il loro andare con una violenza che sa di cattiveria di ferocia di spietatezza e si domanda perché si stia scatenando contro di loro questa furia distruttiva e quale sia stata la loro colpa.
E così, spingendomi fino al polo più lontano, mi riconcilio con Filippo Tuena dopo l’insoddisfacente primo incontro di Le variazioni Reinach.

Profile Image for Gattalucy.
383 reviews161 followers
January 24, 2020
L'idea di leggere del tragico racconto della spedizione di Robert Falcon Scott alla conquista del Polo Sud, devo ammettere, non mi entusiasmava. Ma un po' le cinque stelle che vedevo arrivare dagli “amici di libri” e un po' il torneo sul “miglior romanzo italiano degli anni 2000” hanno vinto la mia controvoglia.
E meno male!
Tuena, ripercorrendo i momenti della spedizione del Pole Party, coglie le voci di molti di loro e le loro diverse emozioni, ma conserva intatte tensione narrativa e componente tragica, con uno stile che rasenta l'epico. Pur nella documentazione tecnica che si sente dietro le righe, si muove in uno stile inconsueto, a partire dalla scelta della voce narrante, spirito immateriale che è compagno e miraggio degli esploratori estremi nella estrema fatica, fino a quei rimandi letterari che riesce a tirar fuori con paralleli azzardati ma azzeccatissimi.
La nave che li sbarca al Polo insieme a tutte le scorte come lo sbarco degli Achei sulla spiaggia di Troia per una conquista che si rivelerà una rovina.
Il cippo eretto col ghiaccio sopra i corpi degli esploratori che non riuscirono a tornare, come il funerale di Ettore sulla spiaggia ai piedi delle mura.
I versi dei poeti letti e rimandati a memoria nei momenti più tragici della perdita dell'orientamento nel labirinto dei crepacci del ghiacciaio, facile rimando ai tentativi di Primo Levi di ricordare i versi di Dante nell'inferno del campo di concentramento.
E quei libri, amici fedeli, trascinati sulle slitte per migliaia di miglia ma mai abbandonati nemmeno per cercare di salvarsi.
Ho fatto l'errore di leggerlo alcune sere prima di addormentarmi col risultato di trovarmi a vagare per crepacci e distese di ghiaccio fino al mattino, cosa che mi succede solo con libri che mi portano via con loro.
Gran bel libro. Cinque stelle meritate. Da seguire ancora questo Tuena. E grazie al torneo di GR che mi ha invogliato a leggere autori italiani. Spero che se ne faccia presto degli altri.
Profile Image for Ubik 2.0.
1,082 reviews301 followers
September 24, 2019
“…l’inadeguatezza del racconto dei mortali”

L’idea che rende particolare e per certi versi geniale questo libro sta nella scelta del narratore, scelta che, per affrontare un tema drammatico e già noto a grandi linee al lettore, evita sia l’approccio distaccato della terza persona sia l’eccessiva licenza di appropriarsi, assumendolo come io narrante, del punto di vista di uno dei protagonisti.

Durante tutto il racconto il lettore non può evitare di chiedersi chi sia in effetti colui che parla in prima persona, alternandosi a brani di lettere, esposizioni di dati tecnici e scientifici, riproduzioni di foto rimaste miracolosamente intatte, dialoghi spezzati, diari postumi o di testimoni sopravvissuti .

Ma infine non sembra esserci una risposta univoca a questo interrogativo. Eppure fin dal prologo, Filippo Tuena aveva riportato le testimonianze di esploratori di questa ed altre spedizioni nei ghiacci polari (che ispirarono anche la poesia di T.S.Eliot) nelle quali si menziona la sensazione quasi paranormale di “una presenza” impalpabile e misteriosa che marcia accanto all’esausto camminatore nel biancore assoluto circostante. Un fantasma? La morte? Il prodotto della mente delirante nella perdita di punti di riferimento di un paesaggio uniforme?

Tuena dà voce a questa presenza e questa intuizione narrativa permette di assumere un’inquietante partecipazione diretta, e quindi intrisa di particolare intensità, alla catastrofe progressiva che si svolge sotto i nostri occhi, velata tuttavia da una sensazione di irrealtà, come il sogno di un esploratore norvegese premonitore di una foto che non è ancora stata scattata.

Dietro a tutto questo, su cui mi sono soffermato perché molto mi ha colpito, sta la vicenda storica che tutti più o meno conosciamo: l’esplorazione verso il Polo Sud, la sfida con la spedizione di Amudsen e la strage della spedizione di Scott sulla via del ritorno. Un’esplorazione effettuata con l’ausilio dei mezzi inadeguati di oltre un secolo orsono, durante mesi e mesi di marce forzate per centinaia di miglia fra i ghiacci, i crepacci, le slitte tirate a mano, il terribile e furioso blizzard che imperversa, e quindi il corpo che va letteralmente in pezzi e la mente che perde contatto con la realtà nell’uniforme monocolore.

Poteva essere soltanto un interessante e avvincente romanzo storico, ma Tuena, scrittore che conoscevo solo di fama, riesce a farne qualcosa di superiore; scarta l’approccio poetico di Stefansson o la precisa contestualizzazione storica di Zweig (benché una solida documentazione traspaia da ogni pagina di “Ultimo parallelo”) e sceglie una strada audace ma originale per affrontare la materia regalandoci una delle opere più significative della narrativa italiana recente.

Nota aggiunta (settembre 2019): Poiché da 4 mesi continuo a ripensare a questo libro che al momento della lettura mi colse di sorpresa e mi affascinò, ho deciso di portare d'ufficio le stelline da 4 a 5
:-)
Profile Image for trovateOrtensia .
240 reviews272 followers
September 15, 2017
E un ch'avea perduti ambo li orecchi
per la freddura ...

(Dante, Inf., XXXII 52).

Gli esploratori superstiti della disatrosa spedizione di Scott al Polo Sud, effettuata nel 1912, raccontano di avere avuto la sensazione che, durante la rovinosa marcia, ci fosse accanto a loro la figura silenziosa e indefinita di un altro viaggiatore. Essi dissero in seguito, in varie occasioni, che un uomo “in più” li affiancava nel cammino, un po’ discosto ma comunque visibile e presente.
Una eco dell’inquietante figura si trova nei versi 359-365 di The Waste Land, parte V, di Thomas S. Eliot:

Who is the third who walks always beside you?
When I count, there are only you and I together
But when I look ahead up the white road
There is always another one walking beside you
Glidind wrapt in a brown mantle, hooded
I do not know whether a man or a woman
But who is that on the other side of you?


E’ lo stesso Eliot a riferire la fonte di questi versi, in una delle rare note al testo: “I versi (...) sono stati suggeriti dalla relazione di una delle spedizioni antartiche (...). Si raccontava che tutti gli esploratori, allo stremo delle forze, avessero la costante illusione che ci fosse una persona in più di quante in realtà se ne contavano”.
Nel libro di Tuena, con invenzione narrativa efficace e molto suggestiva, questo misterioso personaggio diventa l’io narrante, colui che racconta le fasi della spedizione di Scott e dei suoi uomini. E’ lui ad elencare minuziosamente (in una enumerazione che apertamente rievoca Omero: “Ma dirò i capi delle navi e tutte le navi” Iliade II, 493) le provviste caricate sulle slitte, i nomi dei pony e dei cani che trainano le slitte:

“Osman, il capobranco; Dick, il selvaggio; Brodiaga, il ladro; Wolk, il lupo; Kesoi, un occhio; Biela Nogis, il capo bianco, ...”

e i nomi degli uomini che daranno vita all’epica spedizione:

“Ho riconosciuto subito Robert Falcon Scott (...) capitano di marina, esploratore di grandi ambizioni (...). Edward “Teddy” Evans, tenente di vascello e amico, compagno di viaggi ma competitore feroce (...). Henry “Birdy” Bowers, capitano della Indian Navy, naso da sparviero, che sapeva far tutto o quasi (...). Lawrence “Titus” Oates, vittima di molti ricordi e di solitudini leggendarie. (...) Edward Adrian “Uncle" Bill Wilson, dolce sguardo, attento misuratore, esperto di alambicchi e di pozioni (...)”.

Sempre lui, fantasma silenzioso, è al loro fianco quando raggiungono il Polo, testimone della loro delusione nello scoprire di essere stati preceduti da Amundsen, ed è spettatore del terribile viaggio di ritorno dalle regioni del nulla verso il nulla che li aspetta da qualche parte sulla barriera ghiacciata, cronista dolente del lento e progressivo disfacersi delle menti e dei corpi, in un viaggio che da epico sempre più si fa infernale, una vera e letterale discesa verso Cocito:

"Ricordo le calzature indossate dagli esploratori; le giacche a vento umide e segnate; i curiosi copricapo di differenti fogge; i lacci che fasciavano i polpacci di Wilson; la postura sbilenca di Oates; i leggerissimi mezzi guanti di lana che Bowers indossava; il disfacimento progressivo delle loro attrezzature e dei loro sentimenti. Si fotografarono ancora vivi ma erano i ritratti di uomini già morti".

Ed è ancora lui nella tenda, l’ultima notte, insieme agli uomini ormai quasi del tutto congelati, colui che sbircia da sopra le spalle ciò che scrivono sulle pagine ghiacciate (il famoso diario di Scott trovato accanto al suo cadavere) e ascolta le loro parole sempre più rare, e cerca di imprimerle nella mente perché non si perdano per sempre nel blizzard.

Ma chi è quello che ti sta dall’altra parte, allora?
Il testimone del viaggio ineffabile degli uomini verso le terre deserte del nulla, forse. Ma anche un paradigma della inadeguatezza del racconto a trasmettere esperienze umane estreme, una figura della fallibilità e della impotenza della parola di fronte al mistero che, talora, sembra camminare al nostro fianco.
Profile Image for Alees .
49 reviews69 followers
November 29, 2020
L'ombra e il paradosso

"Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
C’è sempre un altro che ti cammina accanto
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
Io non so se sia un uomo o una donna
– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco? "

Guardo la bussola.
Indica il Sud, l’estremo Sud.
Una porta si è aperta sui ghiacci, scorgo i compagni.
I loro occhi sono pozzi di luce rifratta, le ampiezze che accolgono mi sgomentano.
E’ la Compagnia di Scott, in gara sul tempo con Amundsen per il primato sul Polo.

Sulla barriera ghiacciata un’ombra si affianca silenziosa.
Un pellegrino, un ramingo, forse solo un riflesso, un miraggio di questa luce crudele.
Un'ombra racconta, e la mia stessa ombra si protende nel testo e ne moltiplica i chiaroscuri.
E subito, improvvisa, la forza del paradosso mi colpisce con la violenza di un treno in corsa.
E’ un mondo monocromatico l’Antartide, somma e negazione, definito da alternanze estreme, anche nel semplice cambio di ritmo tra buio e luce ( giorni senza tramonti, notti senza alba).
Un territorio aspro che non modula tra altezze e pianure.
I crepacci, i ghiacciai, la barriera, tutto è così fuori misura che la percezione fisica si appiattisce e diventa unidimensionale. Un ambito estremo, fissato in un eterno presente, dove l’assenza caratterizza con ancora maggior forza l’intima sostanza del soffio vitale.
In questo luogo, forse il più remoto della terra, partecipiamo alla drammatica conquista e perdita del Polo Sud.
Un Polo che stratifica in sé i significati, raffigurazione del pensiero, di un immaginario ormai alla deriva da noi.
Prima un Punto solo immaginato, luogo del Sogno non suscettibile a leggi umane, il centro, l’inizio, l’asse, il perno simbolico.
Poi tradotto in punto geometrico, in soggetto geografico, calcolato, tracciato, ricondotto a solido di una geometria umana che desidera ricomporre anche l’intangibile in forme concepibili, misurabili.
Questo Polo ci sfuggirà.
Lo perderemo insieme a Scott, ci smarriremo nel labirinto di ghiaccio con Evans il Gigante, seguiremo Oates il Taciturno sulla barriera nel volontario esilio dalla vita.
Ma la conquista non è perduta, solo spostata ad altre latitudini. Per me è stata l’ombra, la guida, tanto allusiva di non-vita, a suggerire il rimando ad un diverso Polo, a geografie interiori non segnate da paralleli matematici, geografie che cercano simmetrie nei non-luoghi dell'essere, il punto zero di noi stessi dove forse ci confrontiamo con un doppio, con l’inquietudine di un simile ma non uguale, con l’orizzonte impietosamente squadrato dal nostro senso di inadeguatezza o con l’anelito del silenzio.
Ed è davanti a questo orizzonte che ci scompone in frammenti di incredibile densità, in mezzo a queste vastità quasi inconcepibili che riemergono poche cose: il ricordo, l’amicizia, la lealtà. Tra le poche, credo, in grado di ridisegnare il perimetro della nostra umanità.
Leggendo mi risuonava nelle mente un passo di Borges.
A lui lascio la chiusa, l’unica che sento possibile:
“ … Dal Sud, dall’Est, Dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono. “
Profile Image for Giovanni84.
303 reviews76 followers
May 24, 2019
Di per sè, il soggetto di questo romanzo non-fiction, è interessantissimo: la spedizione britannica al polo sud del 1911/12.
Ma è Tuena a renderlo memorabile.
Con una scrittura notevolissima (per attenzione al dettaglio, gestione brillante dei punti di vista, efficace mix di concretezza e lirismo), più che raccontarci la spedizione in Antartide, ce la fa vivere, ci fa provare la drammatica esperienza di quegli esploratori di un secolo fa, in quella terra così aliena e suggestiva.
Letto sul pullman, in giornate di sole, ma io ero là, in Antartide, a penare insieme a Scott e gli altri.
In particolare, è da pelle d'oca tutta la parte dall'arrivo al polo sud al ritorno, coinvolgente e memorabile.

Tuttavia, credo che ogni tanto Tuena ecceda un po'. Ad esempio, sul finale, secondo me perde l'occasione di "chiudere" al momento giusto. Si lascia prendere un po' la mano, a volte.
Però ci sta, e Ultimo parallelo è un romanzo sorprendente. Il primo Tuena che leggo, di certo non l'ultimo
Profile Image for Gianni.
398 reviews51 followers
March 2, 2020
Ultimo parallelo è un libro davvero notevole; non si tratta di un semplice resoconto della fallimentare impresa al Polo Sud di Robert Falcon Scott, anche se il corredo bibliografico e iconografico è sterminato e accurato, ma di un’esplorazione interiore nella consapevolezza della sconfitta, fino alla morte.

Scott guida una squadra male assortita e male equipaggiata in una spedizione nella landa antartica desolata e ghiacciata, non abitata da uomini e quindi neanche da dei, in cui cielo e terra si confondono per assenza di colore in un lucore persistente e in presenza di condizioni climatiche estreme, ”era proprio quella terra così lontana da tutto e da tutti che per secoli era rimasta inabitata a esigere il prezzo della solitudine e che dovevano fare tesoro e contentarsi dei rari momenti di serenità  nel mare uniforme del silenzio rotto molto spesso dalle orribili voci dei gabbiani che come prefiche ammantate di nero gridavano il loro lamento funebre incessantemente giorno e notte sebbene giorno e notte non avessero in quel luogo alcuna distinzione e le costellazioni che in quel momento ammiravano e che sempre li confondevano apparivano lontanissime e certamente indifferenti alle loro sofferenze.”

E in queste condizioni estreme ognuno è obbligato a fare i conti innanzitutto con sé stesso, perché ”Parlavano pochissimo durante le marce, per non ingerire l’aria freddissima e così rimanevano in balia di pensieri sempre più cupi che cercavano di scacciare contando i passi, recitando versi imparati a memoria, facendo ipotesi sul percorso effettuato e sulla distanza che li separava dal punto stabilito per la sosta di mezzogiorno ma venivano spesso visitati da ricordi di casa, salotti accoglienti o come spesso accadeva, da marine dolcissime o boschi percorsi con il passo sicuro del viandante sereno che sa essere vicina la meta e prossimi gli affetti.”

È l’impossibilità di avere dei punti di riferimento nell’ambiente circostante ma soltanto corrugamenti nel bianco-grigio che costringe gli individui alla solitudine e alla introspezione, ”È forse impossibile immaginare luogo più freddo e privo di vita del parallelo 90 se non lo spazio mentale o interiore che è il palcoscenico abituale delle disillusioni.” e che può trasformare il continente antartico in un’assenza, in un non luogo, ”Voglio provare che la progressiva diminuzione di velocità  che si attua avvicinandosi al polo ha come conseguenza che, frazionando in maniera infinitesimale le distanze, si giungerà  a un punto, corrispondente al polo, dove la velocità di rotazione è pari a zero: in quel punto la Terra non gira. […] forse almeno per un istante, in quel luogo, coloro che lo hanno raggiunto hanno visto la Terra smettere di girare e rimanere immobile”

Nicoletta Brazzelli in L’Antartide nell’immaginario inglese scrive che ”si può parlare di una ‘Polar psychotopography’, che rimanda all’orrore mentale generato dallo spazio polare , dove i confini tra i corpi e il ghiaccio sembrano allentarsi e vortici immaginari risucchiano al loro interno spirito e materia”, e a ciò sembrano essere ricondotti anche i protagonisti della spedizione di Scott che ”Si fotografarono ancora vivi ma erano i ritratti di uomini già  morti. […] Fu allora che iniziò la Totentanz degli esploratori, la danza della morte, il ritorno dal nulla, il viaggio che conduceva alla perdita di sé. […] È stato allora che si sono persi definitivamente, crede. Anche se uscirono poi dal labirinto, qualcosa di loro dev’essere rimasto là dentro. […] si sono finalmente resi conto che il viaggio non procedeva verso casa, ma verso l’assenza. E che anche la meta che si erano prefissi non era il polo, ma la sua indeterminatezza“, condizione che Tuena riscontra anche in alcune immagini, ”Nessuna delle altre foto scattate al polo ha la drammaticità  di quell’istantanea, di quella fotografia scattata di malavoglia, dove il Southern Party offre di sé l’immagine più sincera: quella di estranei in un luogo estraneo. O quella di viaggiatori sul punto di ritornare da un luogo inesistente.”

E a questo può essere anche ricondotto l’uomo in più, presenza immaginaria che riveste il ruolo del narratore, ”appare, incappucciata al loro fianco, mentre la fatica della marcia si fa insopportabile e sembra esigere ed esaurire ogni piccola energia residua, l’inquietante figura dell’uomo in più - gliding wrapt in a brown mantle, hooded - colui che procede incappucciato avvolto in un mantello bruno […] io sono l’ombra degli esploratori, l’uomo in più, inatteso, imprevisto, inesistente ma vivissimo io sono quello che procede senza fatica, lievemente in silenzio e che misura la vostra fragilità ”

In Ultimo parallelo non c’è nulla di perturbante però, nulla che richiami Le avventure di Gordon Pym di Poe, Le montagne della follia di Lovecraft o La scomparsa dell’Erebus di Simmons (sulla spedizione al Polo Nord), ma la fragilità umana, la solidarietà nella caduta, la consapevolezza della fine, ”Ma di tutti è questo filmato da Ponting l’addio più straziante. Quel braccio ingenuamente alzato quasi a disegnare un arco sopra la testa ha qualcosa d’infantile ma anche fatale. Sembra che ricadendo voglia troncare quell’ultimo legame con il mondo. È un gesto d’addio ma forse anche un gesto di sottomissione al destino che al punto in cui era sembrava costringerlo quasi controvoglia ad andare avanti.”
Profile Image for Marcello S.
647 reviews292 followers
March 8, 2022
Tra il 1911 e il 1912 una manciata di esploratori inglesi, guidati da Robert Falcon Scott, si lancia alla conquista del Polo Sud. Più o meno negli stessi giorni sta tentando l’identica impresa una spedizione norvegese con a capo Amundsen. Per i primi finirà molto male.

800 miglia, da Capo Evans al Polo Sud, di totale sospensione del tempo e solitudine straziante. Anche solo a leggerne si esce sfiniti dallo sforzo di slitte trascinate con una lentezza esasperante sulla neve soffice, accecati dal biancore che avvolge cielo e terra. Ingannati dalla fiducia nelle proprie forze, dal miraggio del successo, travolti poi dalla consapevolezza di arrivare alla meta solo per prendere atto della sconfitta. Non dare più per certo che ci sarà un ritorno.

Tuena ha uno stile molto caratterizzato che alterna pagine con punteggiatura risicata, frammenti, testo poetico non giustificato. Come spiega nella lunga introduzione, facendo sua l’idea dell’uomo incappucciato di Eliot in The Waste Land sceglie di far narrare la storia a un’ombra, un fantasma, l’uomo in più che affianca e osserva.
Non del tutto semplice da leggere. Può stancare o richiedere una pausa dal bianco e dalla desolazione. Non c’è una trama, non c’è un vediamo come va a finire, ma c’è una capacità fuori dalla norma di saper raccontare. Basta e avanza.
Incredibili le fotografie, sviluppate da rullini recuperati mesi più tardi e rimasti tra la neve a temperature proibitive.
Edizione Il Saggiatore 2021 di grande bellezza.
In un paese ideale la sera al bar si parlerebbe (anche) di Tuena.

[80/100]

Soltanto durante una tappa nell’isola di Madeira il 6 settembre 1911 Amundsen aveva comunicato ai suoi uomini l’obiettivo reale della spedizione e poco prima di salpare per il sud aveva inviato a Scott un laconico telegramma per informarlo delle sue intenzioni e per lanciare così quello che appariva sotto ogni aspetto un guanto di sfida o piuttosto una coltellata alla schiena.
Am going South. Amundsen.
così diceva il telegramma che era stato recapitato a Scott soltanto il 12 ottobre durante la sosta della Terra Nova a Melbourne e da allora nessuno di loro aveva più avuto notizie dei norvegesi che sembravano essersi volatilizzati nei mari del Sudamerica o tra i flutti in tempesta di capo Horn o nelle infinite insenature della penisola antartica della Georgia del Sud sino a quell’imprevedibile incontro nelle acque gelate della baia delle Balene che li aveva fatti apparire come fantasmi minacciosi emersi dalle acque ghiacciate di questo continente altrimenti deserto.

Una fotografia ripresa da Scott su un’altura del vallone mostra la disperante irrequietezza del ghiacciaio simile a un mare in tempesta con onde formate e gonfie. Ricordo quando gli esploratori si trovarono di fronte a quel muro che dovevano superare trascinando le slitte, ricordo lo sgomento infinito che li prese e ricordo lo sforzo spaventoso che Scott compì per evitare che i compagni si rendessero conto del suo sgomento, perché posso affermare che gli si disegnò in volto una maschera di terrore come se avesse visto di fronte a sé la propria morte che lo attendeva paziente ma ormai vicinissima.

Atch crede che non abbiano avuto bisogno di parlare, scambiandosi soltanto uno sguardo allucinato e un cenno di diniego e si siano silenziosamente lasciati scivolare dentro i sacchi a pelo forse scuotendo il capo forse guardandosi con quegli occhi arrossati e infernali così quello del 21 è l’ultimo campo che montano, l’ultima tenda eretta sulla barriera che è a pochi metri da quella in cui lui si trova in quel momento e proprio in quel momento nonostante la cosa potrebbe apparire impossibile gli sembra di ascoltare voci molto flebili e lontane.

Distinguo appena un’ombra adesso.
Ma chi?
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March 29, 2018
La vera storia della tragica spedizione per la conquista del Polo Sud si presta già di per sé a una ricostruzione dalle fantasie romanzesche, tra mari ghiacciati, slitte con i cani e intrepidi esploratori mossi da orgoglio britannico e inevitabili e nascoste necessità dell'animo umano. Filippo Tuena sembra aver ben presente questa letteratura (si intuisce ad esempio un amore per Stevenson, in qualche lieve citazione) prima di affrontare però una vicenda tutt'altro che lieve e a lieto fine. Mi è sembrato uno splendido modo di intrecciare la letteratura e la realtà. Con il grande lavoro di documentazione che Tuena porterà poi alle estreme conseguenze con Le variazioni Reinach, i personaggi, che per il loro essere dentro una simile avventura potevano facilmente restare silohuette letterarie, sono sempre accompagnati dalla presenza e dalla voce del narratore, e così si riappropriano di una sconvolgente e commovente dignità umana, proveniente dalle loro stesse parole, dai loro diari, dalle loro fotografie.
Profile Image for Anfri Bogart.
129 reviews14 followers
May 2, 2018
La cronaca (molto romanzata) della sfortunata impresa di Scott al Polo Sud. Anno 1911 - fu una gara (persa) con i norvegesi di Amundsen. Scott e i suoi arrivarono al Polo ma poi morirono sulla strada del ritorno.
Bello, ma preferisco lo stile anglosassone, senza tanti fronzoli psicologici.
Profile Image for Susanna.
62 reviews34 followers
July 30, 2019
Un bel libro, una bella scrittura. Molto interessante è il punto di vista del narratore che accompagna e descrive il viaggio, le emozioni e i pensieri degli uomini che hanno fatto parte di questa spedizione. Con questo libro si viaggia insieme alla spedizione di Scott che cerca di arrivare per primo alla conquista del Polo Sud. Condizioni estreme, abbigliamento inadeguato, mezzi di spostamento non adatti per quelle zone, varie componenti che porteranno alla disfatta totale di questo gruppo, annunciata già dalle prime pagine.
Toccante è la scena del ritrovamento della tenda con all’interno i tre uomini (Scott, Wilson e Bowers) perché se, come si dice, quando si muore si muore soli, in questo caso il capo della spedizione sembra essere rimasto vicino ai compagni, tenendo il braccio sopra l’esploratore Wilson nel gesto di abbracciarlo.
Unica pecca, che a me personalmente infastidisce nei libri, è che ci sono delle parti in inglese alcune tradotte e altre no ad alcune anche con dei piccoli refusi. Ecco. Per me o si traducono o si lasciano nella versione originale e stop.
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Profile Image for Sarinys.
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November 24, 2014
Filippo Tuena sceglie di raccontare l’avventura antartica del gruppo di esploratori inglesi che tentò (e fallì tragicamente) la conquista del Polo Sud nel 1911. E nelle pagine del libro troviamo infatti il resoconto di un’impresa disperata, raccontata arditamente dal punto di vista della Morte stessa, silenzioso membro di una squadra già condannata al primo miglio di marcia. La lettura è appassionante ed estenuante nel condurre il lettore lungo lo stesso percorso degli esploratori intrappolati in un inferno ghiacciato, dove il tempo si ferma e la natura si deforma mostrandosi ostile all’uomo (come in tutta la letteratura “polare”, che in questo ricorda quella fantascienza avventurosa ambientata nel vuoto orrore dello spazio). Il libro risulta però qui e là meno efficace; suona a tratti artificioso il congegno narrativo che vuole la storia raccontata da quel particolarissimo punto di vista, imposto dallo scrittore alla sua vicenda; si sente molto la mancanza del paesaggio, che appare in modo succinto nella prosa di Tuena, quando il lettore s’immagina invece scenari alieni dall’incontrastabile potenza suggestiva; e persino il freddo è descritto meccanicamente, come deve apparire dalla scrivania più che dalla trappola del terreno gelato e infingardo. Rimane comunque un'opera interessante, specie per chi si emoziona davanti alle avventure nel clima ant/artico.
Profile Image for Padmin.
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June 11, 2020
Indecisa tra le quattro/cinque stelle, alla fine ho optato per sei. E' un libro straordinario. Si arriva, noi lettori dico, al Polo Sud -il punto estremo, là dove la Terra non gira- insieme a Robert Falcon Scott, Edward Wilson, Edgar Evans, Lawrence Oates e Harry Bowers, spossati e infreddoliti dall'incredibile Viaggio (con la maiuscola, sì), come fossimo anche noi "Unica, eguale tempra di eroici cuori,/ indeboliti forse dal fato, ma con ancora la voglia/di combattere, di cercare, di trovare e di non cedere." (Alfred Tennyson, Ulysses).

Per migliaia di anni il Polo Sud non ha avuto né miti, né dèi. Luogo disabitato quant'altri mai, non poteva averne, il sacro essendo intimamente collegato con la morte: un luogo che non ha mai conosciuto la vita e la morte, non può vantare divinità. L'enorme, epocale merito di Falcon Scott ed i compagni è proprio questo: sua è l'epopea -non di Amundsen, il "vincitore"- suo il mito, sua la divinità. E che fossero dei predestinati alla divinità lo si coglie sin dalle primissime pagine del libro, laddove si scopre come gli esploratori del labirinto bianco avessero sempre l’impressione che "qualcuno" camminasse con loro. Una creatura soprannaturale, fantasmatica, li accompagna lungo tutto il viaggio e oltre.
Tuena ricorda espressamente T.S.Eliot e la Terra Desolata, citando i memorabili versi 359-365 (mi corre l'obbligo di una lunga citazione, anche per rendere conto di quella che è la prosa di questo autore):
"Who is the third who walks always beside you?
When I count, there are only you and I together
But when I look ahead up the white road
There is always another one walking beside you
Gliding wrapt in a brown mantle, hooded
I do not know whether a man or a woman
– But who is that on the other side of you?

Chi è quel terzo che cammina sempre al tuo fianco?
Quando conto, ci siamo soltanto tu e io, insieme
Ma quando guardo avanti verso il sentiero bianco
C’è sempre un altro a camminarti al fianco
Che scivola avvolto in un mantello bruno, incappucciato
Non so se sia uomo o donna.
– Ma chi è quello che ti sta dall’altra parte?
La domanda raggelante si perde nel nulla perché non ha nessuna risposta e, quand’anche la si avesse, non si avrebbe il tempo di formularla perché il poeta improvvisamente cambia atmosfera, andando oltre col passo risoluto di un uomo determinato, lasciando dietro di sé un’ombra che oscura l’animo e un interrogativo che rimane sospeso ad attendere una risposta: But who is that on the other side of you?
Il lettore si rende conto che non è tanto il who (la presenza misteriosa) a inquietarlo, quanto che essa compaia on the other side of you, al suo fianco, perché appare evidente che Eliot sta parlando a lui che procede in compagnia di qualcosa o qualcuno che non gli si rivela.
Il poeta mette in gioco il suo antagonista; vanifica i suoi convincimenti, la sua sicurezza e da semplice lettore di un rischioso testo poetico lo trasforma in pellegrino all’ora del tramonto, lungo un sentiero indeterminato, con l’inquietante sensazione di avere qualcosa o qualcuno al proprio fianco.

The Waste Land viene dato alle stampe nel 1922 e contiene i versi dell’apparizione dell’uomo incappucciato quando Eliot ne ha ormai inglobato la memoria in termini offuscati, confusi, perché anch’egli ha di quell’essere la medesima vaga nozione che ne avevano avuto gli esploratori e per questo, nel mare di citazioni spesso oscure di cui è composto il poema, per sciogliere l’enigma di quel passo, sente il bisogno di aggiungere una delle poche note esplicative autografe:
I versi seguenti sono stati ispirati dalla relazione di una delle spedizioni antartiche (non ricordo quale, ma credo una di Shackleton): vi si riferiva che ogni componente del gruppo degli esploratori, allo stremo delle forze, avesse continuamente l’impressione che ci fosse una persona in più di quante se ne potessero effettivamente contare.
Eliot ricorda bene perché è nel resoconto della drammatica spedizione antartica dell’Endurance di Ernest Shackleton che il singolare evento viene riportato: nel 1916 Shackleton, Worsley e Crean (proprio il Crean che aveva partecipato cinque anni prima alla spedizione di Scott e che era tornato in Antartide vinto da un’insostenibile passione per quelle terre) compiono un’impresa disperata scalando di notte una montagna per raggiungere una base di balenieri dalla quale sarebbero poi ripartiti per portare soccorso ai compagni abbandonati da settimane su un’isola deserta.
Shackleton termina il racconto di quella notte spaventosa con queste parole:
“Io so che durante quella lunga e terribile marcia di trentasei ore oltre le montagne senza nome e i ghiacciai della Georgia del Sud mi è spesso sembrato che fossimo in quattro, non tre. It seemed to me often that we were four, not three. Non ne parlai ai compagni sul momento, ma più tardi Worsley mi disse: Capo, avevo la curiosa sensazione che durante la marcia ci fosse un’altra persona con noi. Crean mi confessò la stessa impressione. Boss, I had a curious feeling on the march that there was another person with us. Crean confessed to me the same idea.”

https://www.vocidallisola.it/2020/06/...
Profile Image for Tyrone_Slothrop (ex-MB).
855 reviews115 followers
May 31, 2020
La tragedia senza tempo

La spedizione Terra Nova non è sicuramente materiale letterario originale: la tragica fine di Scott e compagni è simbolo celeberrimo della disfatta totale - la perdita della vita dopo la sconfitta nella corsa verso il Polo Sud.
Tuena lo sa, ma riesce nell'impresa di creare un oggetto letterario nuovo e stimolante - indovinatissima la scelta di scegliere una voce narrante indefinita ed estremamente evocativa: la "presenza in più", una simil-divinità dalla caratteristiche incerte, uno spirito quasi-umano e perplesso, un compagno di avventure per questi esploratori destinati alla fine. Il registro che ne scaturisce è un felice ibrido di epica dell'impresa e inquietudini da cultura letteraria - più che la tragica avventura all'autore interessano le risonanze letterarie (continui riferimenti ai libri che il Southern Party portò con se fino alla fine: Browning, Tennyson, Dante e la Bibbia), i riverberi prerazionali e sensitivi di luoghi così davvero inumani (come il sogno preveggente di Trvygge Gran) e il labirintico perdersi dell'uomo nei suoi demoni e la sua irresistibile limitatezza.

Lo stile di scrittura è quindi particolare e consono all'obiettivo: in molte parti vi è un periodare primitivo fatto di accumuli di parole, con una punteggiatura ridotto all'osso (o completamente cancellata nel paragrafo forse migliore del libro, quello della discesa dal Ghiacciaio Beardmore) e una struttura basica priva di subordinazione o coordinazione. Tuena pare però a volte un pò timoroso di portare alle estreme conseguenze questa scelta stilistica, optando spesso per una narrazione più convenzionale - in particolare ricorre molto spesso ad una descrizione puntigliosa dell'apparato di immagini (foto originali di Ponting e di Scott), come se avesse più fiducia nelle capacità evocative di una macchina fotografica più che di un libro.
A questo proposito, interessante notare come la macchina fotografica fosse invisa agli uomini della spedizione e citata come un "Giona": Scott abbandonò una di esse nel disperato tentativo di ritorno, ma non si separò mai da diari e libri. Gli ultimi suoi segni sono le parole del diario, non le foto...

Il solo piccolo appunto riguarda la conclusione: sarebbe stata perfetta e potentissima la chiusa dove lo spirito-compagno lentamente perde la memoria delle vicende testimoniate, fino a svanire nel bianco nulla dei 90° Latitudine Sud con le ultime riflessioni sul senso di un viaggio infinito e sul destino dei corpi di Scott e compagni sepolti nella Barriera di Ross e lentamente discendenti verso il mare. Invece il finale con qualche pagina dedicata ad una diatriba un pò insipida sulla realtà o meno del sogno preveggente di Gran finisce per attenuare la forza epica delle pagine precedenti.

In ogni caso un'ottima prova di un validissimo autore.

Profile Image for Outis.
394 reviews69 followers
September 30, 2019
Who is the third who walks always beside you?
When I count, there are only you and I together
But when I look ahead up the white road
There is always another one walking beside you
Gliding wrapt in a brown mantle, hooded
I do not know whether a man or a woman
—But who is that on the other side of you?

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
C’è sempre un altro che ti cammina accanto
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
Io non so se sia un uomo o una donna
– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?


A partire da questa citazione da The Waste Land di T.S. Elliot, ispirata a sua volta da racconti e diari di esploratori (tra cui Shackleton) in cui si accenna alla "sensazione del terzo uomo", Tuena racconta la sfortunata spedizione di Scott alla conquista del polo sud da un punto di vista particolare e con un linguaggio da prosa letteraria, curato, poetico e impegnativo.

L'argomento mi interessava (come era organizzata una spedizione antartica, per quali motivi la spedizione di Scott fallì) e non mancano momenti toccanti.
Le stellette sono quattro perché, per quanto il libro sia scritto molto bene, per i miei gusti il linguaggio talvolta è un po' troppo complesso e ricercato (solitamente per i libri di nonfiction prediligo uno stile un po' più lineare).
Profile Image for giuneitesti ❆.
269 reviews53 followers
December 27, 2021
Sento che ci sia stato un prima e un dopo, e molto di rado succede.

Che dire: capolavoro. Il libro parla di una spedizione, quella che doveva essere LA spedizione: essere i primi a raggiungere il punto che nessuno, prima di allora, era riuscito a raggiungere. Siamo al Polo Sud, siamo nel 1910, e la posta in gioco è altissima: la spedizione non è più una gara con se stessi, ma anche e soprattutto contro i norvegesi, partiti nello stesso momento alla conquista di uno spazio che non ha mai visto in faccia nessun essere umano. A capo della spedizione inglese: Scott. A capo di quella norvegese: Amundsen. A capo del profondo sud: il bianco, il gelo, un sole che non si muove.

La storia, io, non la conoscevo, ma non ce n’è stato bisogno. Non c’è bisogno di aver mai visto neanche la neve, comunque: Tuena è bravissimo nelle descrizioni e il suo stile ti proietta esattamente lì, nel mezzo dell’azione.

Lo consiglio a chiunque ami la letteratura di viaggio, le avventure, le storie vere, ma anche a chi piace la poesia - perché questo libro, nella sua interezza, è una lunga, bellissima, poesia.
Profile Image for WhiteSarti.
33 reviews1 follower
January 2, 2022
Una lettura intensamente bella. Sono stato esploratore, sono stato pianificatore e geografo. Una parte di me è rimasta nell'infinito e interminabile viaggio di Scott, del suo ritorno dal ghiacciaio verso il mare.

Ho avuto paura, ho sentito il freddo dentro me, ho camminato al loro fianco trainando la slitta per arrivare poi da nessuna parte.

Li ho visti cadere uno ad uno, lasciare che la pazzia, il disorientamento e il rimpianto li prendesse e desse loro il colpo di grazia. Sono stato anche io l'uomo in più grazie a Tuena che nella sua scrittura non mi ha dato respiro per uscire dal racconto, perché era necessario rimanere sempre lì in quel deserto di ghiaccio, non poteva lasciarci andare via, farci sentire distanti, perché altrimenti sarebbe stata inafferrabile la voce nel blizzard che chiamava i pensieri degli esploratori.

Dopo questo libro ho come vissuto anche io quella spedizione, per quanto delle pagine scritte possano rendere il dolore la sofferenza e la solitudine di quegli uomini.
Profile Image for Mosco.
454 reviews44 followers
May 25, 2019
7/10
Mah. La storia ovviamente mi ha presa molto, ho partecipato emotivamente alla sorte degli esploratori (ho faticato e sofferto insieme a loro), alla mattanza degli animali; crude le descrizioni che crude devono essere, molti inserti originali presi dai diari dei protagonisti, diversi inserimenti iconografici, ricca la bibliografia.
Però non mi è piaciuto per niente l'espediente letterario di far raccontare la storia a un non ben identificato personaggio invisibile, una sorta di fantasma che si può permettere di parlare in prima persona plurale come se fosse lì con loro, per poi diventare narratore onnisciente, infine dialogare con qualcuno che lo "vede" e gli risponde. Cambia punto di vista, stile, sintassi, articolazione del periodo. L'ho trovato troppo romanzato.
Molte citazioni da Browning Tennyson, Longfellow e Dante, alcune tradotte altre no (perché?), alcune intervallate da pensieri dell'autore, molte impaginate come poesie altre no; idem per paragrafi "poetici" dell'autore stesso. Strana l'impaginazione dei vari paragrafi e dei capitoli e anche il linguaggio non mi è piaciuto molto, troppo lirico, emozionale.

romanzo, altalenante tra saggio, memoriale di viaggio, lirica e narrativa pura, in una pluralità di voci che dialoga sempre con l’«uomo in più», l’allucinazione eliotiana, specchio dello scrittore che racconta e del lettore che legge. dice la quarta di copertina. Mi sa che se l'avessi letta prima non avrei letto il libro o almeno avrei saputo prima che stavo per prendere in mano, appunto, un "romanzo lirico". Umpf.😒
Profile Image for Sara.
61 reviews5 followers
May 5, 2022
Dopo pagina 230 ha iniziato ad abusare della mia pazienza, ma comunque un ottimo libro
Profile Image for Giada Di Pino.
44 reviews4 followers
May 17, 2022
Un monumento d’inchiostro. “Ultimo parallelo” di Filippo Tuena
L’atto di libertà – volare – si era trasformato in un gesto di morte, di estrema vanità dell’essere.

Ultimo parallelo, p. 127

Tra il 1911 e il 1912 si compie una delle spedizioni più catastrofiche della conquista dei Poli. Del Polo Sud, nello specifico, ovvero di una delle ultime mete della superficie terrestre raggiunte dall’uomo. Poi, sarà la volta dello spazio. Perché è nella natura umana non fermarsi. È nella natura umana spingersi sempre oltre, esplorare, conquistare, colonizzare nuove terre, raggiungere nuove mete. Non solo per mera brama di possesso, che pure c’è, ma per quel sapore di inatteso, di nuovo, di curiosità, di semplice desiderio di allargare gli orizzonti, propri e dell’umanità. E di avventura, di rischio. Un rischio che può facilmente diventare mortale, ma che sprigiona una vitalità che travalica la paura della morte. Questo è forse ciò che ci contraddistingue dagli animali: andare incontro al pericolo, sfiorare la morte, per giungere alla conoscenza, disubbidendo al primordiale istinto di sopravvivenza. Nella spedizione inglese del South Party del 1911 ci sono entrambi: il desiderio di conoscenza, di vedere il punto estremo del mondo, e quello, imperioso e prepotente, di piantare lì, sul 90° parallelo, la bandiera inglese, la bandiera della conquista. Filippo Tuena ci racconta questa storia, questo viaggio terribile e fatale nel luogo più inospitale del pianeta Terra, basandosi proprio sui diari di viaggio, sugli appunti dettagliati rinvenuti dalle squadre di soccorso che hanno ritrovato i resti del capitano Scott, del dottor Wilson e del tenente Bowers e che inutilmente hanno cercato quelli del capitano Oates e del marinaio Evans.

Sbarcati il 4 gennaio 1911 sulla costa del Mare di Ross, l’equipe si è stabilita nel campo base di Capo Evans. Da qui, il primo novembre successivo, è partita la spedizione verso il Polo, guidata dal capitano di marina Robert Falcon Scott e comprendente circa una quindicina di uomini, tra cui due medici, alcuni graduati della marina britannica e un paio di fotografi. Per la maggior parte erano marinai esperti, uomini che avevano alle spalle anni di esperienza, che avevano già affrontato situazioni di gravi difficoltà in mare e non solo. Con essi partivano anche una decina di pony e di cani da slitta, i primi destinati a diventare cibo per gli uomini durante il viaggio, i secondi come supporto alla spedizione. Iniziò così l’impresa, tra la preoccupazione di essere preceduti dai norvegesi che avevano incontrato sul posto e l’entusiasmo di compiere una grande impresa, tra le esplorazioni di avanscoperta e una partita a pallone sulla neve. Un viaggio, tuttavia, che sarà destinato a diventare una corsa incontro alla morte per il capitano Scott e per la sua squadra. Una fine che giungerà lenta e inesorabile, che corroderà quei cinque uomini nel corpo come nell’anima, attraverso quei territori deserti e desolati, nel tentativo di una conquista tanto lontana quanto impossibile e vana, perché «le terre deserte non appartengono a nessuno […]» (Ultimo parallelo, p. 23) e a nessuno devono appartenere.

La narrazione di Tuena, tuttavia, non è solo la narrazione di un’impresa, di una corsa alla conquista del Polo e di una sconfitta, ma è il racconto degli uomini che l’hanno attuata, che si sono spinti oltre il limite consentito dal loro corpo, dall’umano essere, e del loro coraggio e della loro determinazione, che «si sono infranti contro i frammenti fluttuanti della barriera ghiacciata, contro la distesa di mare solidificato che difende l’Antartide, perché non c’è coraggio che tenga, non c’è spirito d’avventura che possa vincere quel baluardo di ghiaccio e di freddo» (Ultimo parallelo, p. 22). Per arrivare a ciò, lo scrittore non si è limitato solo a ricostruire la vicenda sulla base dei diari tenuti dagli stessi esploratori, ritrovati accanto ai loro corpi, e delle testimonianze rilasciate dagli uomini che hanno rinvenuto la tragedia e che facevano parte della spedizione, ma ha anche raccolto le fotografie scattate durante il viaggio, che sono riprodotte nel libro e costituiscono uno degli elementi che maggiormente colpisce il lettore. Esse si pongono, infatti, come una testimonianza di verità, come una documentazione storica visibile dei fatti (e degli uomini) che Tuena puntualmente descrive, commentando le immagini, le pose, il paesaggio, gli elementi e gli oggetti che hanno composto, la quotidianità degli esploratori in quei mesi di inferno gelato. Immagini che, come lo scrittore non manca di rilevare puntualmente, danno prova di tutta la loro fragilità e del loro eroismo insieme:

[…] a volte gli esploratori apparivano simili ai lotofagi, mangiatori del fiore dell’oblio gettati nel più profondo dell’altro emisfero, viaggiatori vinti dalla malinconia che per non rimanere risucchiati dal più struggente ricordo masticavano compresse che facevano dimenticare il tiepido sole di casa, il sorriso di un volto amato, la paura d’aver preso una decisione sbagliata e ormai quasi impossibile da mantenere.

Ultimo parallelo, p. 44
Durante un viaggio come questo la lotta non è solo contro l’ambiente circostante, inclemente e implacabile, ostile come pochi altri all’essere umano, non è solo contro il tempo, nel tentativo di arrivare primi alla meta, ma è prima di tutto contro sé stessi. Scott e i suoi uomini lottano contro il proprio corpo, che pian piano inizia a disgregarsi, a corrodersi e poi a marcire a causa del freddo e dell’umido, ma anche contro la loro stessa volontà, il loro morale, il desiderio di tornare a casa, di rivedere la moglie, i figli, i propri cari, e la consapevolezza sempre più forte e pressante che un ritorno, in realtà, non ci sarà, non potrà esserci; che si sono spinti troppo oltre, che hanno varcato le Colonne d’Ercole del limite umano. È iconico e significativo che questi uomini, nel romanzo di Tuena ma anche, a conti fatti, nella realtà che hanno vissuto, si sono difesi da ciò che stavano vivendo con l’unica arma che l’uomo conosce per difendersi da sé stesso e dalle contingenze che quotidianamente vive: la poesia.

Avevano paura di quelle imprevedibili intrusioni del passato e per questo ripetevano i brani dei poemi che avevano letto durante i giorni del blizzard anche se la loro memoria era debole e quasi mai riuscivano a completare quella recita silenziosa senza errori. D’improvviso un verso mancante poteva sempre cancellare l’intera poesia e trasformare quel paesaggio mentale anch’esso in un deserto senza fine.

Ultimo parallelo, p. 119
La poesia è resistenza, quindi. La poesia è speranza. La poesia è linfa per il proprio mondo interiore, sembra ricordarci continuamente Tuena, indugiando sui versi di Dante, di Browning, di Tennyson. Ma anche la poesia ben presto diventa un rischio, un dolore, un pericolo per degli uomini che arrancano per giorni in uno spazio sconfinato, uniformemente bianco, uniformemente ghiacciato. Uno dei paragrafi più commoventi del romanzo, che nella sua brevità e verticalità si staglia nero di parole sulla pagina bianca come gli uomini del Pole Party si stagliano nel bianco della neve del Polo, recita:

«Che cosa leggi»
«Browning.»
«E che cosa di Browning?»
«Questo: Oh, to be in England. Now that April’s there /And whoever wakes in England / Sees, some morning, unaware…»
«Fermati.»
«Perché?»
«Perché non dovresti leggere queste parole, qui, ora. Sono pericolose più di un crepaccio.»

(Ultimo parallelo, p. 23)

E poesia sembra voler creare Tuena con il suo racconto, alternando nell’arco dei cinque capitoli complessivi, che identificano con il titolo il luogo esatto e le date dello svolgimento dei fatti narrati, la prosa a piena pagina con una prosa verticalizzata, quasi in versi. È come se nelle descrizioni degli oggetti e dell’allestimento delle provviste, nel riportare le lettere degli esploratori alle famiglie o nel suo dialogo immaginario con Atkinson, il chirurgo che ha ritrovato i diari di Scott, Wilson e Bowers e che per primo li ha letti, egli voglia ricreare, evidenziare la liricità; la poesia del dolore, sì, ma anche la poesia degli eroi, un’Odissea nel ghiaccio di cui lui è l’aedo.

A partire dalla narrazione si sviluppa anche un altro degli aspetti che rilevano il genio di Tuena: il punto di vista del narratore. Pare che i viaggiatori e i pellegrini, viaggiando in terre desolate, accusino spesso un’allucinazione, una variante della Fata Morgana, per cui si ha la sensazione che nella compagnia vi sia un uomo in più. Anche molti degli esploratori del Southern Party sono rimasti vittime di questo fenomeno. Ed è proprio questo il “personaggio” che Tuena, ispirandosi dichiaratamente a Eliot, sceglie come narratore: l’uomo in più, l’uomo fantasma, inesistente, l’uomo immaginato che accompagna la spedizione del capitano Scott fino al 90° parallelo sud:

Who is the third who walks always beside you?
When I count, there are only you and I together
But when I look ahead up the white road
There is always another one walking beside you
Gliding wrapt in a brown mantle, hooded
I do not know whether a man or a woman
— But who is that on the other side of you?

Ultimo paralello, pp. 11-12
La scrittura di Tuena si plasma su questa immagine, su questo narratore invisibile, e diventa ineffabile ed eterea come l’uomo in più che accompagna gli esploratori. A questo si deve, infatti, la scelta dello scarso utilizzo della punteggiatura, di lasciare indefinite e imprendibili le descrizioni del paesaggio e dell’ambiente, mentre invece reali e tangibili sono quelle degli uomini e degli animali, degli oggetti che li accompagnano e dei particolari più macabri della loro lenta e inesorabile fine. Tuttavia, non è solo sulla condizione di ineffabilità della natura del narratore che si basa l’effetto mimetico della scrittura di Tuena, ma anche sul paesaggio stesso che caratterizza il Polo Sud. La narrazione, che descrive un luogo interamente bianco, avvolto dalla neve e dal vento freddo oppure dalla luce accecante, dove gli esploratori si orientano a fatica, perché a fatica i loro occhi vedono la strada, si svolge cioè per mezzo di una prosa in cui il lettore non ha punti di riferimento, di appiglio, in cui quasi tutto è indefinito e uniforme, e il lettore fatica a “vedere” esattamente come faticano gli esploratori.

Sta qui la maestria e il genio artistico dello scrittore: nel rendere poetica la narrazione di un’avventura e di una tragedia con una scrittura densa e ineffabile insieme, lirica e mimetica insieme. Filippo Tuena è riuscito a erigere al capitano Scott, al dottor Wilson, a Bower, Evans e Oates l’unico monumento immortale che l’uomo conosce, dipingendo sulle pagine una tela che utilizza solo il bianco e il nero, i soli colori del Polo Sud.

Giada Di Pino
Profile Image for Saturn.
644 reviews80 followers
November 28, 2023
Purtroppo devo andare controcorrente e dire che a me questo libro non è piaciuto. Non che non ci sia niente di buono, tutt'altro, ne riesco a cogliere il fascino. Però forse non era il libro per me in questo momento perché mi ha molto annoiato... Molti concetti vengono riproposti a più riprese, vengono continuamente sottolineati certi passaggi, ma ciò che mi è piaciuto di meno e mi spinge a dare un giudizio negativo è questo indulgere per pagine e pagine sui macabri dettagli dei corpi in disfacimento degli esploratori, che a causa del congelamento degli arti vedono morire le loro speranze di salvezza. Tutta la marcia del ritorno l'ho trovata eccessiva dal punto di vista letterario, uno strafare. Mi ha infastidito anche questa alternanza tra la voce narrante onnisciente e gli stralci dei diari personali degli esploratori.
Non c'è stato feeling.

Gennaio 2020
26 reviews
August 4, 2014
dettagliato come un documentario, grazie all'espediente di un narratore d'eccezione non diventa mai noioso. splendida e terribile la missione.
48 reviews3 followers
May 8, 2019
E' una storia antica. Una storia che è sempre in grado di affascinare, coinvolgere. Filippo Tuena l'ha raccontata ancora, immedesimandosi nell'altro, il personaggio senza volto che gli esploratori, non uno solo, non nella stessa spedizione, a volte avevano l'impressione li accompagnasse, in mezzo al blizzard, al freddo ed alla poca visibilità.
Dal di dentro FT immagina la vita degli esploratori inglesi tra i ghiacci dell'Antartide. Descrive i momenti prima della partenza, i pranzi, i ricordi, le letture, le battute, la partita a calcio, e poi il viaggio per il punto dove la Terra appare non girare più, il Polo Sud.

In ogni istante gli esploratori -il "South Pole Party"- sono compresi della missione, qualcosa di intimamente religioso, andare e non deludere, né se stessi né gli altri, cioè la loro Patria.
Partiti, allora "l'altro" , Filippo Tuena che li accompagna intravisto vagamente, registra l'insorgere delle difficoltà, della sofferenza e della preparazione inadatta al suolo. Troppi mezzi, trattori cingolati presto fermi, pony che dovranno essere abbattuti per farne alimento, troppe masserizie, troppi strumenti, troppi libri (Bibbia, poesie, romanzi, L'Inferno nella traduzione inglese), ma troppo pochi cani, i più resistenti veloci e necessari.

Questa che Scott tenta è una conquista, non una spedizione. E la potenza della Patria gli sta dietro con finanziamenti, incoraggiamenti, entusiasmo. Mentre Amudsen che lo sfida è un esploratore-levriero, vuole solo arrivare primo il più velocemente possibile, piantare una bandiera norvegese e scappare indietro prima che il freddo l'inghiotta: nove uomini e 120 cani che trascinano slitte leggere.
Cosa porterà di scientifico indietro Amudsen a fronte degli innumerevoli rilevamenti del Maggiore Robert Scott e dei suoi, trascritti nei diari nelle lettere negli appunti?
E così finirà, ci dice "l'altro" F.T., Amudsen arriverà primo di settimane.
Ma Scott non torna indietro: primo perché non sa di Amudsen e secondo perché la sua missione è di arrivare ad ogni costo anche se gli ultimi cinque del South Pole Party hanno capito che la tragedia incombe: le avvisaglie ci sono già state, gli incidenti centinaia di miglia prima, le ferite che mai si rimarginano, la scelta sbagliata degli uomini per l'ultima tappa, forse non quelli più resistenti, che rallenteranno il ritorno, con mani piedi volto congelati.

Allora inconsapevolmente il Maggiore Ronald Scott, Filippo Tuena non lo dice ma lo penso io, decide di essere per secoli il vincitore vero, il vincitore morale della sfida, le cui gesta si racconteranno attorno al caminetto, sui giornali, in innumerevoli romanzi. E c'è solo un modo di diventarlo:
la passione e la morte.
I diari di Scott, di Wilson, di Oates, di Bowers racconteranno la prima, la seconda sarà narrata dal ritrovamento, dai soccorritori quasi un anno dopo comandati dal chirurgo Atkinson, dei corpi abbracciati dentro l'ultima tenda, a qualche decina di miglia da un deposito di viveri che era stato messo lì apposta per loro, rientrando alla base.
Così Scott ed i suoi non hanno dovuto raccontare a tutti la sofferenza per la sconfitta, una forma di oltraggio per un militare britannico.
Invece la morte sta lì a testimoniare la loro vittoria. Vittoria ottenuta attraverso la grande sofferenza e l'eroismo. Sepolti sotto un piccolo mausoleo di ghiaccio che i soccorritori hanno eretto a coprire l'ultima tenda.

Filippo Tuena ha il merito di rendere ancora appassionante una storia che soprattutto i più grandi hanno letto da bambini, la storia dell'eroe solitario che non si arrende mai.
Profile Image for Mariachiara.
68 reviews57 followers
May 7, 2022
Che libro da brividi (pun intended).
Profile Image for Marianna210.
88 reviews3 followers
May 5, 2022
Un romanzo dal genere ibrido, tra lo storico e letteratura di viaggio. È scritto molto bene, ma è un romanzo impegnativo.
Profile Image for SirJo.
235 reviews8 followers
September 5, 2019
Libro e storia decisamente fuori dai canoni usuali, ma molto ben congegnato nel ritmo narrativo. Bellissimo l'escamotage utilizzato per la voce narrante. Atmosfere cupe e angoscianti che appesantiscono la vicenda narrata, ma la storia è questa e non puoi renderla allegra. Bello
Profile Image for Frabe.
1,202 reviews58 followers
May 28, 2022
Robert Falcon Scott, esploratore britannico, dopo quasi tre mesi di marcia raggiunse il Polo Sud con quattro compagni il 17 gennaio 1912. Piantata nel ghiaccio, in quella meta agognata c'era una bandiera nera: quella del norvegese Roald Amundsen, che con i suoi aveva conquistato il Polo un mese prima. Delusi, Scott e i compagni intrapresero il percorso inverso, ma non tornarono vivi alla base. (Non è spoiler: tutto è nella Storia, come pure nella seconda, terza e quarta di copertina.)
In “Ultimo parallelo” – un ibrido tra romanzo, saggio e momoriale – Filippo Tuena racconta la spedizione di R. F. Scott, chiamata “Terra Nova”, trascinando con lui il lettore dentro la vicenda, per rivivere insieme – più di un secolo dopo – l'Avventura, dalla speranza di conquista del grande obiettivo alla cocente e definitiva sconfitta.
Profile Image for Giovanni Spadolini.
186 reviews9 followers
December 26, 2023
Struggente, preciso, intenso. Ammirevole l'artificio letterario che permette al lettore di "seguire" l'ultima spedizione (è narrata dal punto di vista di un osservatore esterno al gruppo: la Morte, che li accompagna dalla partenza).
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