Con “Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario”, Gino Pitaro racconta una realtà divisa in molteplici tasselli, frammentata e allo stesso tempo esistente come entità unica. Il tema che fa da sfondo a tutte le trame è il “nomadismo esistenziale”, ossia il saper vivere nell'ambientazione allargata del mondo facendosi strada in mezzo alle molteplici contaminazioni socio-culturali che ne fanno parte. Dalla Spagna a Singapore, da Roma a Ginevra i protagonisti disegnano una sorta di melting pot, una realtà multipla che prende corpo nell’arco della narrazione. Sei storie differenti e sei protagonisti accomunati da uno stesso approccio alla vita, da una stessa condizione dell’anima che affronta ciò che vede cercando sempre l’analisi ragionata e la ricerca del dettaglio rivelatore. Vite uguali e diverse di cui l’intersezione con l’altro e l’osmosi culturale costituiscono il fulcro essenziale. I racconti possono essere letti sia in chiave sequenziale e cronologica che su binari paralleli, come se si trattasse dei molteplici alter ego di uno stesso protagonista alle prese con diversi destini. Per ogni storia un diverso aspetto della vita da sviscerare.
Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.
Nel 2011 esce 'I giorni dei giovani leoni' (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012.
'Babelfish - racconti dall’Era dell’Acquario' (Edizioni Ensemble, 2013) è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale “antologia” al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria 'Città di Parole' III edizione - con il patrocinio della Città di Firenze, dell'AICS (sezione cultura) e dell'Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, città di Siracusa I ediz. (4° posto). 'Babelfish' inoltre ha ricevuto una segnalazione al concorso letterario 'Percorsi letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti'.
'Benzine' è il romanzo pubblicato a fine 2015, che consegue apprezzamenti di critica e di lettori ancora maggiori rispetto alle prove precedenti. Con questa opera vince il ‘Premio Colli Aniene’ relativo al Concorso Letterario Caterina Martinelli IV ediz. e il ‘Premio Speciale della Giuria’ del Concorso Internazionale Scriviamo Insieme – VI edizione.
'La Vita Attesa' (Golem Edizioni, 2019) è un romanzo scorrevole e al contempo ambizioso, un amarcord dal vago gusto felliniano, di singolare forza e contemporaneità. E' il primo libro dell'autore distribuito e promosso da Messaggerie Libri. Nelle dizioni del 2020 è finalista al prestigioso Premio Tettuccio e ottiene una menzione speciale al Premio Sandomenichino - Città di Massa.
Dal 2020 le sue nuove pubblicazioni e riedizioni godranno dell'esclusiva di Amazon, in tutti i formati. 'Medjugorie, i Segreti Rivelati, Guida ai Tempi Nuovi' è il primo libro 'non fiction' dell'autore. Uno dei saggi-testimonianza più letti sul tema, seguito da 'Medjugorje, la Via della Redenzione', entrambi di forte attualità.
Nel 2021 è la volta della riedizione di 'Babelfish', arricchita da un racconto inedito. I suoi libri sono tradotti e disponibili in diverse lingue.
-Il toro di pamplona: la follia di partecipare a San Firmino, la paura della morte, l’incapacità di reagire, la voglia di vivere violenta dopo essere stati feriti. La corsa in chiesa. Bello, divertente ed emozionante, soprattutto nella scena in cui toro e umano si confrontano, mostrandoci ognuno le proprie emozioni e i propri pensieri, tuttavia avrebbe funzionato meglio come prologo di un romanzo. Voto 6,5.
-Michelangelo, Ginevra ed io: evoca le atmosfere malinconiche di “In mezzo scorre il fiume”, dove uno dei protagonisti Paul viene definito “bellissimo” come se fosse qualcosa di irraggiungibile per il suo volare troppo in alto e troppo al limite. Racconta dell’incapacità di scendere a compromessi di talune persone e di amicizie spezzata dalla lontananza, dal tempo e dalla frenesia.
Fa pensare un po’ tanto a Simoncelli, alla sua vita spezzata ed alle parole della fidanzata su di lui “Era troppo perfetto per stare con noi” e al dialogo in “Blade Runner” tra Tyrell e Batty dove si dice: “La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo” Evocativa la descrizione di Ginevra, della precisione degli svizzeri e soprattutto del negozio di Mr Bertrand con i suoi presepi che a me danno un grande senso di nostalgia dato che ne avevo uno in casa anni fa. Voto 7.
-Holly : sicuramente il più bello dei tre, finora, avvince fin dall’inizio con le sue atmosfere crepuscolari e intimistiche, si accompagna Chris nel suo viaggio tra le tombe del Monumentale di Roma, assaporando la sua libertà di vederla dall’alto, come qualcuno con le ali, il tutto finalmente da una prospettiva diversa, non quella del lavoratore/pendolare stretto nel meccanismo della metropoli, ma del turista che finalmente ne coglie la bellezza maestosa, in primis dalle luci serali che si accendono, dando alla città un’atmosfera magica. Ed è proprio in questa atmosfera magica e surreale che Chris si trova lentamente avvolto in due incontri particolari, la piccola Holly, una bambina che gioca da sola a campana oppure con la sua palle e fa tante domande sul cimitero. Una bambina che pare quella dei film americani, perfetta, troppo perfetta, solo che per fortuna perde tale perfezione divenendo umana proprio in virtù del segreto che cela così bene. Il lettore attento capirà subito, eppure si lascia dolcemente ingannare anche grazie all’abilità dello scrittore di farci innamorare della piccola e dei mille viaggi insieme a Chris in quel luogo così particolare come il cimitero. Affascinante che lui cerchi spesso le tombe dimenticate da tutti, come si sentisse parte di loro, dei dimenticati e dei diversi e vorrebbe apporre con loro un muto dialogo. A far loro compagnia arriva poi Betty Blue misteriosa ragazza che odia le siringhe così come Holly odia il laghetto dalle foglie rosa. E poi arriverà il custode a svelare il segreto a Chris che si sente come nel film The Others, di cui sì il racconto ricalca le atmosfere, senza però mai diventare macabro come il film, solo molto malinconico e con un senso di impotenza, di insoluto e irrisolvibile. Voto 8.
-Miss France: confesso che questo racconto mi è piaciuto, ma non quanto il precedente, forse ero ancora troppo presa dalle atmosfere di Roma, tuttavia sono riuscita ad entrare in quelle di una Londra diversa, divisa, come accade veramente, tra passato e presente, tra nostalgia e voglia di modernità, tra la lentezza e le fretta. Il protagonista di questo racconto è appunto un negozio chiamato Miss France dove vi sono oggetti demodè, i più nuovi dei quali risalgono agli anni settanta, un strano negozio proprio nel mezzo della City, tta banche, vetrine alla moda e tecnologie all’avanguardia. E questo negozio, come la sua proprietaria ci da una grande lezione: meglio essere se stessi che piacere per forza a tutti, si può star bene, senza mettersi mille maschere per gli altri. Delizioso racconto con un piccola perla che lo lega ai racconti precedenti, ma ovviamente non vi dico perché. Voto 7,5.
-Sakura: le atmosfere dell’oriente di questo racconto coinvolgono il lettore in un incontro particolare, tra oriente ed occidente, in quella terra di frontiera e di nessuno che è Singapore. E’ un incontro particolare perché svela due culture diverse e due modi di porsi diverse che se da una parte si respingono dall’altra si attraggono per poi tornare, ognuno, nel proprio guscio, come per paura di contaminarsi e forse di capire fino in fondo l’altro, diventando appunto qualcosa di diverso. L’autore si crea un’atmosfera rarefatta e sfuggente, un po’ in bilico tra Lost In Translation e Addio mia concubina, lasciandoci sempre nell’incertezza e nel sogno. Mi ha fatto anche pensare alla biografia di un indiano hopi, Don, dove questi dice ad un uomo bianco: “Quello che voi considerato sporco e volgare per noi è di vitale importanza per la sopravvivenza di tutta la tribù” perché noi occidentali fatichiamo ad aprire totalmente la mente su qualcosa, soprattutto se questo qualcosa per noi è inaccettabile. Mi permetto una piccola vezzosa critica all’autore: noto che anche lui, come molti autori maschi, fatica a descrivere fisicamente un altro uomo, mentre gli viene molto facile descrivere una donna, tanto da renderla palpabile e vera. Degli uomini percepiamo soprattutto i pensieri e i desideri e questo è già ottimo: molti uomini non sanno descrivere neanche l’anima di altri uomini, preferendo concentrarsi solo sulle donne. Voto 7,5
Il dazio: ultimo della serie di racconti di Babelfish, racconta di uno scrittore che, tra vizi da celebrità e voglia di normalità, gira il mondo non solo per presenziare a varie presentazioni, ma anche per trovare sempre nuove fonti di ispirazione per i suoi libri. E’ una cosa che sento particolarmente vicina perché so bene quanto viaggiare aiuti e stimoli la fantasia e l’immaginazione, così come ho trovato particolarmente vicina la voglia di cercare un amore solido, nonostante la vita da nomade e la difficoltà nel trovarlo, non solo per quello, ma anche perché ci sono molte persone che si fanno ingannare dalle apparenze, chi dall’aspetto fisico, chi dall’aura dello scrittore, chi dalla parlantina, chi dai modi di fare. Difficilmente la gente riesce a andare oltre la superficie ed è molto buffo perché poi magari si innamorano di personaggi che sono molti sfaccettati e che non sono mai come appaiono di primo acchito. Più che un racconto pare una riflessione sulla psicologia umana, a volte divertente, a volte amaro, ma sempre molto “normale”, nel senso di vero e realistico. Il nostro protagonista troverà una forma di amore, forse non quella che si aspettava, tuttavia lo appaga e lo rattrista allo stesso tempo. Il racconto ti lascia addosso la sensazione di qualcosa di insoluto, una sorta di amarezza nostalgica per qualcosa che si è perso e non si è potuto avere, come se non si volesse finire il viaggio oppure, semplicemente, perché il viaggio non può avere fine. Se c’è un sottile legame con gli altri racconti è forse il vago sospetto che in tutti e sei sia la stessa persona a compiere questi viaggi della vita, solo ad età diverse, il primo protagonista, infatti, sembrava un adolescente quest’ultimo un uomo di mezza età. Voto all’ultimo racconto 7. Voto complessivo a Babelfish 7+
Una peculiarità del Salone del Libro sono gli incontri con gli autori. A volte sei tu che vai agli incontri dagli autori, altre volte sono gli stessi autori, ai vari stand, che vengono da te, e - tanto più e con maggiore intensità, quanto meno sono conosciuti - ti propongono, o ti impongono, quello che hanno scritto... Così è stato per me con Gino Pitaro e con questo libro. Che ho solo giusto sfogliato, prima di comprarlo (con dedica personale) e che adesso ho letto. E' bello; sono pochi racconti, scritti molto bene, molto equilibrati come forma, in cui succede poco o niente (e non è detto che sia un male), e si parla di poco d'altro che di sentimenti. Sarebbe bello che ci fossero più possibilità di venire a contatto con bravi e sconosciuti autori, anche al di fuori del Salone del Libro.
Babelfish è una raccolta di racconti che parla di realtà multiple, tenute unite dall'esperienza, dallo sguardo di un uomo a diverse età della sua vita. È così che ho percepito questo piccolo libro eccezionale e pieno di personalità.
Rino riflette sulla paura della morte, sull'incapacità di reagire, un giorno in cui si ritrova a correre a perdifiato per sfuggire a un toro. Michelangelo, di cui veniamo a conoscenza attraverso il suo gruppo di amici, uno in particolare ci racconta la sua vita e la loro profonda amicizia sfilacciata dagli eventi e dall'impossibilità dell’amico di scendere a compromessi. Chris, per sfuggire alla vita caotica di Roma, si rifugia ogni venerdì in un cimitero, a godersi il silenzio e a osservare la città da un’altra e più emozionante prospettiva. E si ritroverà a fare strani incontri in una atmosfera surreale e magica. Il racconto che mi è rimasto più impresso, e il personaggio che ho fatto più mio; affascinante lo sguardo con cui osserva e descrive ciò che ha davanti e dentro.
“Osservare da lontano tutta quella realtà in movimento gli dava una curiosa e appagante soddisfazione: era come volare ad ali spiegate, come essere libero da quelle traiettorie in ferro che viste da lì parevano essere corridoi del destino che incanalavano le sorti di milioni di persone. Era come avere una percezione diversa del tutto, quasi uno sguardo da turista distante che si chiedeva che vita facessero quelle persone e fantasticava sulle loro esistenze. E poi c’era il silenzio che amplificava tutto, il silenzio in quell'anfratto solitario del cimitero.”
Claudio, la cui quotidianità, vissuta in una città moderna e frenetica come Londra, viene spezzata solo dalla visita alla bottega di Miss France, un luogo fuori dal tempo che sembra racchiudere tutto ciò che non esiste più ma che va preservato a tutti i costi.
“Chi era per lui Miss France? Nessuno. Una donna anziana a cui talvolta rivolgeva un saluto quando passava di fronte al suo negozio assieme alle colleghe; vi sostavano per qualche secondo facendo commenti e ridacchiando di tutto quel vecchiume.”
Una presenza che è però diventata inscindibile.
“con quel suo negozietto senza clienti in un quartiere di banche, locali alla moda e uffici moderni, ci ricorda che siamo sempre dei bambini che possono avere un rapporto con gli oggetti fatto anche solo di pura curiosità o affetto. Ci rammenta che non dimenticarsi di giocare, di sognare, è importante.”
Ivan e Sakura, costretti a confrontarsi con le loro due diverse tradizioni, due culture agli antipodi che si scacciano e si cercano, spingendo Ivan a conoscere a fondo quel paese di cui aveva percepito solo la superficie.
“Ivan non ci aveva capito troppo di quella situazione. Non riusciva a comprendere l’intima scelta di Sakura, in definitiva il suo rapporto con la vita, che sfuggiva al suo sentire anche se era per lui una fonte di fascino femminile.”
E infine Francesco, alla continua ricerca dell’amore, nonostante la vita da nomade, e in perenne bilico tra desiderio di normalità e vita da celebrità, che capisce il prezzo pagato per il successo.
Per ogni personaggio il viaggio come metafora della vita stessa. La partenza come scoperta, la costruzione di un futuro dal destino incerto, lontano da casa, in posti distanti e dalle diverse tradizioni, dai differenti ritmi. Ma in ogni luogo le prospettive sembrano cambiare, tirando la vita verso direzioni inaspettate. E i personaggi si trovano ad affrontare le conseguenze dovute alle scelte fatte in questi nuovi mondi così diversi e allo stesso tempo così simili.
Ho apprezzato ogni singolo racconto nella sua unicità e allo stesso tempo legame con gli altri. Ho percepito quei luoghi, descritti sempre con grande cura, attraverso lo sguardo dei personaggi; ognuno di loro ha una caratteristica che li denota, ma allo stesso tempo sembrano quasi sfumature della stessa persona alle prese con vite diverse e scelte differenti, o forse semplicemente con momenti diversi dell’esistenza. Hanno in comune il loro modo di osservare ciò che li circonda, le persone, di respirare i luoghi, con una confidenza che ci fa sentire a nostro agio in quei mondi lontani, ma a disagio con le persone che incontrano lungo il cammino. Risalta tra le pagine una solitudine che sembra allontanare gli uomini gli uni dagli altri, si respira la distanza, la mancanza di una reale e sincera comunicazione in una vita frenetica e omologata. I personaggi appaiono come isole, alla ricerca di una collisione. È questa la sensazione che ho avuto quando ho terminato la lettura, ma anche una malinconia che impregna ogni pagina, legata a un forte desiderio di vivere. Ciò che credo sia un gran pregio è quello di lasciare al lettore lo spazio per riflettere. Sono racconti che danno l'impronta dello scrittore ma lasciano liberi di pensare, lasciano vagare la mente, hanno una loro specifica identità ma danno a chi legge la possibilità di infilarsi dentro ognuno, attraversando quel flusso di pensieri, di mettersi comodo e di respirare al proprio ritmo luoghi, idee, suggestioni. In conclusione, un lungo viaggio dentro e fuori di sé tratteggiato con abilità, cuore e grande sensibilità.
SEI STORIE, SEI PERSONAGGI AFFETTI DA VAGABONDAGGIO DELL’ANIMA
Gino Pitaro, classe 1970. Scrittore alla sua seconda opera edita, vincitore della III Edizione del Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata.
Ho solleticato la vostra curiosità? Forse non ancora ma sappiate che Gino ha interessato la mia.
Il libro è composto da sei racconti. Sei storie differenti e apparentemente sconnesse l’una all’altra. Niente sembra legarle. Mi sono sforzata per giorni di trovare un minimo comune denominatore, una parola-chiave, un segreto celato tra i titoli. Tutti i tentativi sono risultati vani finché un giorno ecco arrivare l’illuminazione.
Che cosa lega un calabrese inseguito da un toro a Pamplona e un giovane spedizioniere a Singapore? Uno scrittore ormai famoso e un curioso negozio di antiquariato a Londra? Un cimitero romano e un pugile emigrato a Ginevra? Niente, direte voi. Ebbene, nulla di più sbagliato.
L’approccio globale di Gino mi ha spiazzata. Personaggi diversi per età, sesso,nazionalità vengono colti tutti in un preciso fermo-immagine, in un momento cruciale. Tutti noi vi arriviamo, tutti noi lo affrontiamo: qualcuno con rapidità e successo, qualcun altro con esasperata lentezza ed escoriazioni evidenti. L’attimo in cui ci chiediamo se la nostra vita ci soddisfa davvero, se le scelte prese sono state quelle più oculate, se quello per cui ci svegliamo ogni mattina è la giusta motivazione per andare avanti. E allora vediamo i personaggi scaturiti dalla penna di Gino farsi scuotere dagli eventi, alcuni anche banali, che divengono fondamentali per dare una scossa alla quotidianità che a volte ci sommerge.
Lo scrittore si distingue per un linguaggio efficace, puntuale e fortemente immaginifico. Non prende mai posizione: si limita a narrare gli eventi intervallando le puntuali descrizioni degli stati d’animo umani a brevi momenti di riflessione estemporanea. Non giudica, suggerisce. Non accusa, comprende.
E allora capiamo fino in fondo perché il tema principale del libro sia il “nomadismo esistenziale”. Uomini e donne che si interrogano sulla loro vita passata o su quella presente e trovano soluzioni allo stato di profonda insoddisfazione, irrequietezza o noia, che l’anima a volte si trova a dover affrontare.
Con la lettura di questi racconti non troverete delle risposte facili alle vostre domande ma descrizioni lucide e puntuali, estratti di umana varietà, su come i protagonisti abbiano raggiunto la comprensione e la logica che sta dietro ad ogni nostra scelta, ad ogni nostra alternativa.
Il tema che fa da sfondo a tutte le trame è il “nomadismo esistenziale”, ossia il saper vivere nell'ambientazione allargata del mondo facendosi strada in mezzo alle molteplici contaminazioni socio-culturali che ne fanno parte.
Questa è una parte di quello che viene indicato nella quarta di copertina di questo libro. In realtà non sono sicura che le cose stiano proprio in queti termini. Partiamo dall'inizio che è forse la cosa più semplice. Babelfish è composto da sei racconti in cui il filo rosso sembra essere il viaggio e come il protagonista di turno affronta questo viaggio. Sembra perchè non abbiamo realmente la prova che questi viaggi siano accaduti veramente. Volendo potrei trovare un punto di unione tra il primo racconto, "Il toro di Pamplona", Sakura e Il dazio. Effettivamente si potrebbe immaginare che la voce narrante di questi tre racconti siano la stessa persona in momenti diversi della propria vita. Caso a sé stante sono Holly, un bellissimo racconto sulle percezioni e sulla natura umana a confronto con l'imponderabile e Miss France, adorabile nel suo tratteggiare come siano importanti anche le piccole cose che noi diamo per scontato e ci accorgiamo di questo solo quando vengono a mancare. Ho adorato anche il fatto che il protagonista pensava di essere l'unico a preoccuparsi per Miss France e, con suo grande stupore, scopre che non è così. Ho sempre avuto poi la predilezione per i mercatini e per la vita raccontata attraverso gli oggetti. In questi due racconti l'autore sembra quasi svelare un brandello della propria anima, incarnarsi nella voce narrante con una forza e una bellezza che era mancata nei racconti precedenti. Leggendo ho anche avuto l'impressione che i racconti siano stati raccolti in momenti diversi della vita dell'autore. Ho percepito una diversità di stile e di forza narrativa molto forte tra "Il toro di Pamplona" e "Michelangelo, Gineva e io". In entrambi i racconti poi ho trovato due idee molto belle che, secondo me, avrebbero meritato un ben altro utilizzo.
Un libro di racconti non è mai semplice. Non è facile la pubblicazione, la vendita e a volte anche la lettura. La difficoltà di lettura spesso è dettata dalle diverse voci che vengono suddivise nei vari racconti, perché spesso sono molto diversi tra loro. E per il lettore potrebbe essere difficile mantenere la concentrazione necessaria per una prolungata lettura di più storie con diverse ambientazioni. Questo non succede nel libro di Picaro, perché mentre si legge si ha l’impressione che sia sempre la stessa voce narrante a guidarci nei vari capitoli di una storia che sembra districarsi tra racconti surreali, reali e a volte sopranaturali. Tante voci diverse per un lungo racconto emotivo. Le varie narrazioni possono coinvolgerci di più o di meno a livello individuale, ma tutte hanno una ottima scrittura e una capacità di introspezione tale da farci risultare simpatici o irritanti i vari personaggi che incontriamo in giro per il mondo, in situazioni semplici o complicate. Credo che ogni lettore avrà il suo racconto preferito e quello che magari trova più fastidioso e sono sicura che avrebbe voluto trovarsi in almeno in una di queste storie e che abbia pensato:”io di sicuro non mi sarei comportato così” oppure…”cavolo, credo proprio che avrei fatto proprio come lui”. Questo perché in alcuni racconti è facile vedersi in quelle situazioni e cercare di immaginare le proprie emozioni e scelte attraverso le esperienze dei vari protagonisti. Buona lettura.
I personaggi di Bablefish hanno il coraggio morbido e prudente di chi si allontana da casa propria, di chi realizza che il coraggio chiama altro coraggio, per forza. Come non riflettere sulla propria condizione di viaggiatore, o di emigrato, di fronte a un toro che ha deciso di perdersi quando anche tu ti sei perso? O quando si incontra una persona che agisce e reagisce alla tua presenza in un modo che non ti aspetti, in un modo che è diverso da quello a cui sei abituato? Il coraggio sta proprio nel perdersi, blandamente, ponderando, pesando quello che siamo nello specchio di una luce diversa in cui abbiamo voluto immergerci, con lo spirito e la determinazione di un avventuriero. Bablefish è un insieme di racconti che ha come filo conduttore questa indagine sull’uomo che si allontana dalle proprie origini, dalle prooprie abitudini, scoprendo qualcosa di sé stesso che è sorprendente e doloroso al tempo stesso. Grazie al suo stile sobrio e lineare, Gino Pitaro ci conduce dolcemente nel pensiero dei protagonisti, catapultatisi di proprio piglio in una dimensione sconosciuta che offre loro fiori stupendi ma spinosi, ed esperienze vivide, ora esaltanti, ora brucianti.
Le storie di Babelfish sono un percorso a ritroso della nostra storia di “globalizzazione emotiva” contemporanea e non solo, che porta alla “ localizzazione”, in una dimensione soggettiva partendo dal sincretismo caotico della vita di tutti noi, per arrivare, attraverso il dettaglio, a recuperare l’unicità, l’originalità e l’irripetibilità di ogni essere umano. Le storie, apparentemente senza collegamento tra di loro, attraverso il rispecchiamento nell’altro, servono a costruire profili di noi stessi nei quali ciascuno si può riconoscere nella ricerca impegnativa di sé. Gli specchi, chiamati Michelangelo, Holly, Caterina, Sakura o Claudette servono da “spalla”, per usare un termine teatrale, necessari a riflettere in modo potenziato, quelle emozioni, quei sentimenti che senza il fenomeno ottico rimarrebbero in ombra, indifferenziati. Interessante e come la dimensione sincronica che apparentemente accomuna tutti noi, pian piano, nella narrazione, si dilata verso un diacronico, dove spazio e tempo si fondono in una condizione esistenziale unica, necessaria per la scoperta di un frammento di senso, fonte consapevole della nostra realtà soggettiva.
Questa serie di sei racconti di Gino Pitaro mi ha soddisfatto a metà. Perché? Se da un lato la lettura è scorrevole e fluida per uno stile impeccabile ed elegante, quelli che mi hanno soddisfatto meno sono i contenuti dei racconti. L'inizio mi è apparso promettente. Il toro di Pamplona, che ritengo il migliore, è ben congeniato e descrive cono un crescendo di adrenalina le sensazioni che un ragazzo prova durante la festa di San Firmino a Pamplona. Corto, senza ripetizioni, conciso e immediato. Anche l'ultimo, dazio, non è male. Tutto sommato è gradevole con quel rincorrersi di flashback, legati all'osservazione di spazi e persone circostanti. Gli altri hanno qualche spunto interessante, analisi introspettive buone ma peccano, a mio avviso, di troppa ridondanza. Per capirci meglio, ripetono le stesse azioni e gli stessi pensieri ciclicamente, come se l'autore volesse renderli più lunghi. Questo appesantisce la lettura e li rende un po' noiosi. Peccato, perché, ad esempio, Holly sarebbe stato veramente ottimo, se fosse asciugato un po'.