“Nel giro di un paio di generazioni non gliene fregherà un cazzo a nessuno…”
“… Saremo solo dei poveri segaioli vestiti strani in foto sbiadite che un discendente patetico, con del tempo da perdere, ogni tanto tira fuori dall’armadio per dargli un’occhiata. Non me lo vedo qualche stronzo famoso che gli viene in mente di fare un film sulle nostre vite, vero?”
Con Google Map cercavo i luoghi edinburghesi incontrati in questo romanzo e sono finito su West Pilton Rise (la stradina in cui Frank Begbie conduce gli altri a una spedizione punitiva).
Come al solito, quando si avventura in zone poco raccomandabili, la camera-car di Google Map riproduce la luce livida di riprese effettuate all’alba in strade pressoché deserte. Eppure sono lì, fra i casermoni e le casette tutte uguali e monocolori, due tizi barcollanti, uno tarchiato e uno smilzo che ammicca verso la telecamera con una bottiglia di birra in mano in un atteggiamento un po’ di scherno un po’ di vana minaccia…
Sono evidentemente Renton e Sick Boy, oppure Spud o Keezbo, o altri personaggi di questo formidabile affresco che ha il solo limite di sfruttare la fama di Trainspotting, di cui costituisce un prequel, e del film che “qualche stronzo famoso” ne ha tratto, per tornare sul luogo del delitto anzi nel momento stesso del delitto, quando grazie anche alla politica della Thatcher “centinaia di migliaia di giovani dei ceti popolari del Regno Unito si trovarono con meno soldi nelle tasche e molto più tempo nelle mani”, con le prevedibili conseguenze.
Mai, a mia conoscenza, un autore ha saputo riprodurre con tale efficacia la crisi post beat, post hippy, post tutto dei giovani inglesi (ma con qualche ingrediente in più o in meno potrebbero essere francesi, tedeschi, italiani o americani…) a metà degli anni ’80, un mix micidiale di disoccupazione, eroina, alcool, noia esistenziale, sesso, violenza dentro e fuori gli stadi, che avrebbe devastato un’intera generazione e compromesso il futuro delle successive.
In questo iperrealistico habitat, in mezzo alla tempesta di volgarità del gergo* edinburghese/leithiano (così esclusivo che perfino nella vicina Glasgow dovettero proiettare T. con i sottotitoli), alle camminate senza meta fra i pub su e giù per il Walk, al sesso più sordido ed estremo per contrastare l’incipiente impotenza da droghe, Irvine Welsh riesce miracolosamente a infondere, oltre all’ironia, alla crudeltà e alla spregiudicatezza che gli sono tipiche, anche poesia e commozione, con improvvisi slanci di generosità nel mare di squallide vigliaccherie di chi vive solo in funzione della sopravvivenza nel presente.
*che tour-de-force per il bravo traduttore Bocchiola!