Peter Biskind è l’autore di uno dei libri più importanti sul cinema indipendente statunitense degli anni Settanta, la cosiddetta Nuova Hollywood: Easy Riders, Raging Bulls, del 1998. Sei anni dopo pubblicò Down and Dirty Pictures, cioè il suo ideale seguito, basato sul cinema indipendente negli Stati Uniti della fine degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta.
Il libro si apre con una citazione di Edward Norton che sostiene che alla fine degli anni Sessanta gli Studios non fossero più capaci di produrre film per giovani, e per questo trionfò la Nuova Hollywood, con registi nuovi che risolsero quel problema. Una cosa simile avvenne negli anni Novanta. E il libro parla proprio di questo.
Gli anni Ottanta al cinema avevano infatti ripristinato un ordine (reazionario), coi poliziotti che non erano più corrotti ma eroi, e magari pure simpatici, coi soldati statunitensi che vincevano le guerre (anche quelle già perse), e più in generale con film che vendevano fantasie e fughe dalla realtà piuttosto che realtà scomode.
In un clima simile, Robert Redford provò a dare spazio a giovani cineasti (magari non necessariamente bianchi e maschi) col suo Sundance Festival, e i due fratelli Weinstein a New York fondarono la casa distributrice Miramax, curiosamente partendo dalla musica rock, non dal cinema. Ed è su questi due fenomeni che Peter Biskind si concentra principalmente, dando anche spazio ad un’altra casa di distribuzione, la October di Bingham Ray, Jeff Lipsky e Barry Greenstein.
Il libro è lungo e pienissimo di informazioni, però non posso dire che lo stile dell’autore mi abbia convinto al 100%. Il testo si basa su centinaia di interviste e testimonianze, ma spesso si sofferma su particolari per me più che secondari come litigi, minacce, odi personali, e frecciatine velenose tra i vari personaggi dell’ambiente del cinema indipendente made in USA. Più volte ho dovuto ricorrere a Google solo per scoprire chi fosse al centro dell’ennesima faida, magari per rimanere deluso dall’inutilità delle persone coinvolte.
Mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa in più su film e registi menzionati nel libro, che non del gossip intorno agli stessi, specialmente perché il tono del libro rimane più o meno lo stesso andando avanti coi capitoli, e con gli anni (il libro copre dal 1989 al 2002, approssimatamente). Soltanto imbarcando un sacco di informazione ridondante nella lettura del libro si riesce a capire il ruolo delle piccole case distributrici dei primi anni Novanta nel diffondere il cinema indipendente negli Stati Uniti, così come si capisce come le cose siano cambiate quando le grandi case di produzione se ne appropriarono (la Disney comprò la Miramax) e quando i distributori si misero a produrre (un conto è distribuire qualcosa di fatto in maniera indipendente, un conto è finanziare progetti).
Il primo capitolo fa un preambolo sulla situazione pre-1989. Sundance aveva rilevato lo US Film Festival nel 1985 (nonostante a Robert Redford pare che non interessassero i festival), ma ottenne fama soprattutto nel 1989 quando un ventiseienne Steven Soderbergh ci presentò Sex, Lies and Videotape (Sesso, bugie e videotape, per Norton paragonabile a The Graduate di Mike Nichols). E fu la Miramax a distribuirlo, vincendoci Cannes. Miramax che cominciava praticamente allora, ma che già aveva chiara la strategia di cercare Oscar e pagare poco i suoi film (il primo Oscar fu per Max Von Sydow in Pelle the Conqueror, Pelle alla conquista del mondo, 1987).
I capitoli successivi di Down and Dirty Pictures vanno in ordine cronologico e Biskind parla un po’ di Miramax, un po’ del Sundance, e un po’ della October, fondata nel 1991 da Jeff Lipsky e Bingham Ray (che dovettero unirsi a Amir Malin per avere dei soldi, che era meno idealista e cinefilo).
La strategia della Miramax agli esordi era fondamentalmente quella di comprare film da club di cinema e venderli come prodotti diversi per portarli in sala (come il documentario The Thin Blue Line di Errol Morris del 1988 venduto come un film del mistero/dell’orrore). E poi si lanciava anche su prodotti potenzialmente scomodi, tipo Scandal (Scandal – Il caso Profumo, 1989), o My Left Foot (Il mio piede sinistro, 1989) che gli fece ottenere cinque nomination agli Oscar. I Weinstein non erano belle persone, ma l’azienda era in continuo fermento. Harvey cominciò anche con la sua abitudine di cambiare il montaggio in post-produzione sforbiciando bene bene Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Tornatore (il nickname di Harvey era Scissorhands, Mani di forbice). Miramax dopo l’ottimo 1989 ebbe due anni pessimi, tanto che i fratelli pensarono di vendere, ma non lo fecero.
Nel frattempo Sundance organizzava laboratori per cineasti più il famoso festival, ma avere a che fare con Robert Redford pare non fosse semplice perché voleva controllare tutto. Il 1991 fu un buon festival con Poison di Todd Haynes (Roger Ebert si rifiutò di salutarlo per questo film, scrive Biskind, ma Ebert ha contestato questo fatto), Slacker di Linklater e City of Hope (La città della speranza) di John Sayle. E nel 1992 Tarantino presentò Reservoir Dogs (Le iene), nonostante fosse un film di genere e violento, tutto ciò che a Redford non piaceva (ma il festival lo dirigeva Geoffrey Gilmore).
Potrei continuare a riassumere il contenuto del libro in questo e facendolo sembrare un libro sull’arte cinematografica, o almeno sul mercato da essa generato, ma vi prenderei un po’ in giro. Preferisco farvi un esempio delle informazioni più interessanti (badate bene: ho scremato!) fornite da Biskind in un suo capitolo tipo. Prendiamo, per esempio, il capitolo nove, sul 1997.
Miramax: Matt Damon a Harvard sta scrivendo Good Will Hunting (Will Hunting – Genio ribelle, 1997), mentre Ben Affleck esce da Dazed and Confused (La vita è un sogno, 1993) di Linklater (insieme a Matthew McConaughey), un disastro (ma non era un progetto personale). Will Hunting la vendettero a Castle Rock e ci lavorarono un anno mentre facevano feste con tutti i loro amici. Però poi le cose andarono male e i due chiesero a Kevin Smith di intercedere con Miramax, e Harvey Weinstein buttò milioni in questo progetto che a tutti gli altri (tipo Jack Lechner) sembrò una follia.
Sundance: Redford lancia il progetto Sundance Cinemas, che si rivela un disastro totale (mentre lui scompare per fare The Horse Whisperer, L’uomo che sussurrava ai cavalli, 1998). Qualcosa di simile successe con Sundance Productions, lanciata nel 2000 ma senza grosse conseguenze.
October: (ovvero la nuova Miramax, anche se in soldoni non arrivava minimamente ai suoi livelli) si accaparrò Happiness (Happiness – Felicità, 1998), ma era difficile distribuirla per la qualificazione (e la casa madre Universal non dava così tanta autonomia).
Weinstein con un gioco al rialzo fece pagare caro a October (Cassian Elwes) The Apostle (L’apostolo) di Robert Duvall, perché già Miramax non faceva più acquisti per distribuire, ma voleva produrre direttamente e poi distribuire. E Orgazmo di Parker e Stone se la accaparrò Greenstein per October.
Ci siamo capiti? Down and Dirty Pictures è zeppo di informazioni, ma temo che per la maggior parte si tratti di cose che lasciano un po’ il tempo che trovano. Per esempio, è importante dirci delle feste di Damon e Affleck? O delle strette di mano di Todd Haynes?
In ogni caso, nel mare di informazioni in cui ti sommerge il libro, ci sono isole di cultura e di fatti interessanti da scoprire.
Se la Miramax deve ringraziare Tarantino all’inizio degli anni Novanta, verso la fine furono film come Good Will Hunting e Scream 2 a farle fare soldi. E Damon e Affleck devono molto ai Weinstein, a cui sono rimasti fedeli negli anni, anche se pare che non videro un centesimo per il loro film che finì per guadagnare 350 milioni di dollari. Tutto questo mentre Jackie Brown deludeva (anche lo stesso Tarantino) dopo l’enorme successo di Pulp Fiction (1994), facendo pure arrabbiare Spike Lee.
Nel 1998, l’opera prima di Aronofsky (Pi, π – Il teorema del delirio, 1998) fu snobbata da Miramax e October, ma la comprò Amir Malin di Artisan e lì restò il direttore (che era un drop out di Harvard). Miramax si incaponì con 54 (Studio 54, 1998), che invece fu un disastro. Andò bene invece con Shakespeare in Love (con Harvey che rimontava di continuo il film per far salire i punteggi delle proiezioni di prova). Velvet Goldmine, invece, fu un altro disastro finanziario, ma la Miramax ha dimostrato negli anni di saper far fruttare i successi e nascondere bene gli insuccessi.
L’anno successivo, Harvey Weinstein distrusse Wide Awake (Ad occhi aperti) di M. Night Shyamalan, arriva a farlo piangere (lui e Rosie O’Donnell). La tattica di Harvey pareva essere: trattare malissimo qualcuno per poi chiedere scusa, inviando fiori e dicendo che lui fa tutto per amore del cinema. Harvey trattava invece bene Kevin Smith, ma il suo Dogma era diventato qualcosa di difficile da distribuire (troppe polemiche).
In pratica, la storia della Miramax si può riassumere così: un’epoca del bronzo tra 1979 e il 1986 (terminata con l’insuccesso di Playing for Keeps, film scritto e diretto dai fratelli Weinstein). L’epoca d’argento fu il 1987-1993, anno in cui fu comprata da Disney e ci fu un notevole cambio generazionale. E poi l’epoca d’oro tra il 1993 e il 1999 (con l’Oscar per Shakespeare in Love). Poi altro cambio generazionale, e perdita di una direzione chiara (Harvey Weinstein prima scese in politica coi Democratici, poi ebbe un infarto). Dopo l’epoca d’oro, furono parecchi i film abbandonati come The Yards (2000) o The Golden Bowl (2000), e ci furono produzioni travagliate come Gangs of New York (2002) che portò Harvey a scontrarsi con Scorsese, che voleva carta bianca dal suo produttore. In pratica, quando la Miramax distributrice di film indipendenti divenne produttora, finì l’indipendenza dei cineasti…
La October, dopo un po’ di insuccessi, chiuse i battenti a causa delle continue guerre interne tra Bingham Ray e Scott Greenstein. Greenstein, responsabile del grande successo di The Apostle, rimase al timone negli ultimi mesi, fino alla vendita alla Universal, che poi la vendette a Barry Diller che la trasformò in USA Films (fu la USA Films a distribuire Traffic di Soderbergh, che con Schizopolis nel 1996 aveva fatto un film personale che non aveva convinto nessuno e poi aveva accettato di malgrado di girare Out of Sight, 1998). Comprata da Vivendi e poi ripresa da Universal, fu successivamente fusa con Good Machine e diventò Focus Features. Praticamente, a fine anni Novanta le grandi imprese maneggiavano le indipendenti ma non sapevano bene che farci. Grazie a Traffic, invece, Soderbergh si associò a Clooney in una piccola società di produzione, Section Eight, per finanziare gente come Christopher Nolan, Gonzalo Iñárritu e Alfonso Cuarón.
Nei primi anni Duemila, dentro la Miramax, la Dimension Films di Bob Weinstein faceva soldi (con gli Scream e Scary Movie, 2000), ma la Miramax stessa era in difficoltà, con vari film presi e poi persi in post production hell (tipo il controverso O (O come Otello, 2001) di Tim Blake Nelson – il produttore Eric Gitter denunciò Harvey Weinstein per i ritardi distributivi), e Harvey che continuava con l’avventura politica. Faceva aggressive campagne stampa (anche non dichiarate, avendo in tasca giornalisti vari), a favore o contro film (a volte contro anche quelli distribuiti da lui stesso, come Dead Man di Jim Jarmusch). La Miramax fece anche affondare All the Pretty Horses (Passione ribelle, 2001), distruggendo il lavoro di Billy Bob Thornton (e anche rovinandogli temporaneamente la vita). Alla fine solo Chocolat di Lasse Hallstrom funzionò, facendo parte di un genere che Biskind definisce euroamericano, con un sapore europeo ma coi dettagli tutti imposti dal mercato statunitense). Con Amélie e In the Beedroom le cose andarono bene nel 2001, ma i disastri di Gangs of New York e Kate & Leopold di James Mangold non furono facili da superare.
Il punto è che ormai la Miramax non era più la casa distributrice di film indipendenti della fine degli anni Ottanta: si impelagava in produzioni da 100 milioni di dollari, era difficile dire che fossero progetti indipendenti! E molti dei registi nati con Miramax decidevano di non tornarci, viste le esperienze poco felici che avevano vissuto (la lista include Alexander Payne, Todd Haynes, James Gray, David O. Russell, Larry Clark, Jim Mangold, Todd Field…). E anche chi ci tornava non lo faceva con entusiasmo: Spike Lee si bruciò con Harvey tentando di fare Rent, tanto che dichiarò che avrebbe preferito vendere calzini a 5 dollari per tre paia prima di tornare da lui. E fu profetico nell’augurargli che tutto il male che aveva fatto gli sarebbe tornato indietro (tornò precisamente nel 2018)!
Insomma, questa è una lettura che posso consigliare soltanto a chi abbia una vera passione per il cinema indipendente statunitense degli anni Novanta, e che abbia pure voglia di leggere un tomo notevole sapendo di poterci cavar fuori soltanto un numero limitato di informazioni realmente intriganti ed interessanti. Sarò onesto: ho fatto fatica a terminarlo, credo che ne sia valsa la pena, ma mi piacerebbe leggerne una versione lunga la metà e senza un sacco di aneddoti decisamente inutili.